L’estate calda del 2005, il biennio Zeman, i campionati sotto la guida di Pioli e Gregucci: nelle prime due parti dell’intervista rilasciata in esclusiva al nostro portale da Aniello Aliberti, abbiamo affrontato gli ultimi anni della sua presidenza. Continuando il nostro viaggio a ritroso, analizzeremo diversi retroscena del campionato di Serie A 1998-1999. Stiamo parlando di un’annata storica, ancora nitidamente impressa nella memoria dei tifosi granata i quali non hanno mai digerito quella bruciante retrocessione. Di quegli anni Aliberti ricorda il calore e la presenza costante dei tifosi, sempre pronti a far sentire la propria voce, atteggiamento che stride e non poco con il panorama odierno del tifo granata. “Vedere l’indifferenza di alcune persone vicine alla Salernitana di fronte ad una situazione del genere mi lascia molte perplessità. I vari personaggi che si sono susseguiti dalla mia uscita di scena hanno dimostrato di fregarsene della Salernitana, e questo non è bello. Mi sono meravigliato però della reazione mancata da parte dei tifosi. Ai miei tempi le dimostrazioni, contestazioni e non, avvenivano anche per decisioni tecniche, come quando scelsi Colomba per il dopo Rossi. Ricordo che venne un gruppo nutrito di tifosi a chiedermi le motivazioni della scelta. Per me era una manifestazione d’amore, perché quei tifosi la Salernitana la amavano, la tenevano nel sangue. Erano attestazioni di affetto, come quella del 1997, nell’estate seguente la salvezza al fotofinish con Varrella. Mi viene in mente un episodio bellissimo, che mi è rimasto dentro: sotto gli uffici della Salernitana, allora presso il lungomare Marconi, vennero circa duemila persone. In sede salirono alcuni capi ultras, tra cui Ciccio Rocco, Raffaele Russo, Salvatore Orilia, i quali mi invitarono alla finestra per vedere la folla che aveva bloccato strade e viabilità. Mi dissero che quello era solo il 10% della tifoseria, accorsi per avere garanzie sul futuro ed evitare le sofferenze del campionato appena concluso. Io, con il segretario Abagnara presente, mi assunsi l’impegno di fare una buona squadra e risposi con i fatti. Condussi in prima persona le trattative di mercato, senza nessuna interferenza. Fu l’anno della promozione.”
L’ex presidente granata ha ricordato con passione e rammarico quella magica annata della serie A, contraddittoria per molti versi, ma sicuramente indimenticabile per tutta la città di Salerno. “E’ stata un’annata incredibile, con un campionato falsato e un ambiente inesperto. Un campionato dove l’Udinese di Marcio Amoroso, in lotta per la Champions League a poche giornate dalla fine perse in casa con il Perugia (doppietta di Petrachi), in modo da farlo salvare in vista dell’ultima gara casalinga contro il Milan. Il Perugia di Gaucci, uno stinco di santo, che naturalmente perse contro il Milan, consegnandogli di fatto lo scudetto. Ci siamo trovati in mezzo alla diatriba Lazio-Milan e ne abbiamo fatto le spese. Poi in quel di Piacenza fu scelto Bettin di Padova: un arbitro all’ultima gara in carriera, per una gara così delicata? Un Piacenza che non si giocava più nulla ma disputò comunque contro di noi la partita della morte. Erano tutte manovre già partite prima, come la nostra sconfitta di Cagliari, dove qualcuno dei nostri si era forse, già arreso. E Grassadonia era presente, potrebbe raccontarci meglio.”
Aliberti non risparmia certo colpe personali per quell’annata, ribadendo l’inesperienza dell’ambiente ed ammettendo alcune situazioni gestite male. “Noi ci abbiamo messo del nostro. Eravamo tutti inesperti: tecnico, squadra, tifosi. Una miscela esplosiva che ci ha portato ad una immeritata retrocessione. La squadra era spaccata in due tronconi: da un lato il gruppo della promozione che premeva per giocare, dall’altro i nuovi acquisti e i giovani che facevano altrettanto; insomma i malumori non mancavano certo. Tanta gente, troppa gente”. Aliberti spara a zero anche sul tecnico Delio Rossi, con il quale i rapporti erano stati spesso in tensione. “Io lo volevo esonerare già alla terza giornata, dopo la sconfitta di Udine, ma Pavone non se la sentì perché già lo aveva cacciato in quel di Foggia. Non vivevamo da separati in casa, anzi credo di averlo messo nelle migliori condizioni per lavorare: con quella squadra e quell’ingaggio non poteva certo lamentarsi. Credo che quella rosa sia anche superiore al Palermo di oggi. Il mister aveva le sue idee ma ad un certo punto ebbe dei tentennamenti. L’esonero di Gennaio era d’obbligo ma i tifosi non vollero ed io li accontentai. Non mi sono piegato al loro volere, ho solo dato un esempio, chiedendogli di assumersi le responsabilità di quell’azione, cosa che tra l’altro non fecero. Il tempo ed i fatti mi hanno dato ragione: fosse stato esonerato subito, le cose forse sarebbero andate diversamente. Ricordo ancora perfettamente il casino fatto dai tifosi prima al mattino in quel di Saragnano, durante il suo ultimo allenamento, e poi in sede di conferenza di presentazione. Fu scelto poi Oddo perché non servivano stravolgimenti: la squadra andava da sè, serviva solo un buon padre di famiglia che sapesse mettere in ordine le cose, in uno spogliatoio in cui remavano tutti contro, un po’ come accade oggi in casa Juventus. Anche i tifosi hanno peccato quindi di inesperienza: la bomba carta all’Arechi durante la Coppa Uefa della Fiorentina ne è l’esempio. In una gara dove i fondi sarebbero stati devoluti al popolo di Sarno colpito poco tempo prima dall’alluvione, far scoppiare un petardo in campo, fatto gravissimo all’epoca, ci ha sicuramente penalizzati a livello di immagine”.
Sul capitolo mercato poi, Aliberti ricorda gli errori commessi e soprattutto la vicenda Song, fortemente voluto dal presidente ma non dal tecnico. “Song fu visionato ben tre volte prima di essere acquistato, da me, Pavone e l’ex procuratore Diouf, attuale presidente del Marsiglia. Il mister forse aveva una sorta di avversione per gli stranieri, preferiva gli italiani per problemi di comunicazione. Oggi non è più così. Song era un ragazzo d’oro: la piazza lo acclamava, probabilmente stava iniziando ad offuscare qualche altra stella; alla fine lo abbiamo dovuto cedere. Cosi come Artistico: l’offerta del Torino, 5 mld di lire, era invitante per un giocatore che aveva già trent’anni. Fu rimpiazzato da Chianese, che costò 7,5 mld e doveva comporre nelle nostre intenzioni il tridente d’attacco con Di Michele e Di Vaio. Purtroppo non è andata bene. Rossi mi chiese addirittura un ritorno di Giovanni Pisano, abbastanza azzardato per la massima serie. Kluivert e Recoba? Mai trattati effettivamente, ma le possibilità di prenderli c’erano”.
Aliberti ha continuato poi nel suo excursus, chiarendo la scelta di Cadregari per la pronta risalita in A e il doppio avvicendamento con Cagni. “Ricordo che dopo l’amara retrocessione, Pavone voleva vendere tutto: abbattere e ricostruire da capo la squadra. Io mi opposi e optai per il mantenimento di alcuni pezzi pregiati, quali Di Michele, Marco Rossi, Vannucchi, Tedesco, ed altri, affidati ad un giovane allenatore che aveva lavorato con profitto nel settore giovanile del Brescia, un po’ come Delio Rossi con il Foggia. Purtroppo non ci è andata bene. C’è chi è stato fortunato come l’Ascoli con Giampaolo o il Cagliari con Allegri, e chi come noi invece non lo è stato. Era un tecnico bravo e preparato, ma presentava molti limiti dal punto di vista caratteriale e di gestione dello spogliatoio. Non seppe imporsi, anzi, creò un rapporto troppo stretto con alcuni calciatori che, ovviamente, non lo rispettavano più. Appena vidi le cose peggiorare, decisi di sostituirlo con Cagni. Salernitana – Savoia? Non fu una partita accomodata come molti pensano. In undici anni di calcio non ho mai venduto nè comprato partite. Nessuna mercificazione: basta una volta che si entra nel giro, non se ne esce più. Richiamammo Cadregari per dare una scossa all’ambiente, visto che anche con Cagni venivamo da un periodo di torpore generale. Poi, dopo la sconfitta con il Savoia, fu lo stesso tecnico lombardo, impaurito, a dire di volersene andare, perché non in grado di reggere la pressione. E fu richiamato Cagni, dato che era ancora sotto contratto“.
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