
La storia della Salernitana da sempre è caratterizzata da un’alternanza repentina di fasi. Un ascensore di emozioni, un vortice inarrestabile che in oltre novant’anni ha contribuito ad incrementare l’appeal della casacca granata, capace di far trepidare i cuori di migliaia di tifosi, pronti ad esultare per le (poche) gioie che quella maglia ha regalato ed a trovare sempre nuovi stimoli per sperare e ripartire dopo le tante delusioni. Una di queste, sicuramente tra le più cocenti, in quel di Pescara. Ventisei giugno 1991: la Salernitana di Pasa, Pecoraro e Carruezzo affrontava il Cosenza nello spareggio che avrebbe decretato la quarta retrocessa dopo Reggina, Triestina e Barletta. Per uno strano scherzo del destino (e forse non solo…) granata e rossoblu si trovarono di fronte in uno scontro così cruento pur avendo racimolato 36 punti nella regular season, un’enormità considerando che all’epoca le vittorie davano soli due punti e che ne bastarono sei in più all’Ascoli per meritare addirittura la promozione nella massima serie. I granata, invece, furono condannati dalla classifica avulsa sfavorevole nella bagarre che vide ben cinque squadre appaiate in graduatoria: Modena, Pescara, Avellino ed appunto Cosenza e Salernitana. Quello che accadde all’Adriatico è noto a tutti: migliaia di salernitani sugli spalti ed altrettanti a casa a soffrire dinanzi alle immagini della Rai; squadre bloccate dalla tensione ed avviatesi verso i calci di rigore fin quando un sinistro di Marulla, nei tempi supplementari, trafisse Battara riportando la Salernitana nell’inferno della C dal quale era appena fuggita dodici mesi prima. Un’alternanza repentina di emozioni: l’illusione del ritorno in B dopo venticinque anni ed il triste risveglio con la dura realtà, due stagioni intensissime sotto il profilo emotivo che rappresentano il filo conduttore della storia granata ed esaltarono la figura di Giancarlo Ansaloni, condottiero granata dal 1989 al 1991. Tutt’altro che uno “Special One” ma persona equilibrata, pragmatica, un signore con la S maiuscola. L’allenatore romagnolo ha sfogliato l’album dei ricordi, tutt’altro che sbiadito, concedendosi in una lunga intervista esclusiva alla nostra Redazione: “L’esperienza a Salerno per me è stata sicuramente positiva malgrado la retrocessione in C del secondo anno. La squadra si è sempre comportata molto bene meritando la grande soddisfazione della promozione in B che mancava da tantissimo tempo. Spezzammo una sorta di maledizione, già quando ero a Brindisi ricordo che l’arrivo della Salernitana era sempre temuto da tutti ma i risultati in campo non furono mai pari al valore dei giocatori. Probabilmente la tensione e la grande voglia di vincere creavano problemi psicologici. Il nostro fu un successo del collettivo, in tanti anni di calcio non ho mai lavorato con professionisti così seri”.
fonte salernitanastory.it
Gestire uno spogliatoio formato da elementi di carattere e personalità come Di Battista, Somma, Di Bartolomei, Della Monica e tanti altri, una sorta di polveriera pronta ad esplodere alle prime avversità, non deve essere stata impresa agevole. Eppure Ansaloni con il suo grande carisma riuscì a compattare l’ambiente in unico blocco granitico, facendo metabolizzare con facilità anche importanti cambiamenti tattici: “Non riscontrai grossi problemi nella gestione del gruppo, la squadra lavorava con grande umiltà e dedizione, consapevole di poter raggiungere l’obiettivo. I ragazzi furono bravi ad assorbire subito il nuovo modulo tattico, in tanti non avevano mai giocato con la difesa a zona. Qualcuno nell’ambiente storse il naso anche perché bisognava adattarsi a determinati comportamenti: ciò nonostante la squadra assunse in tempi brevi una precisa fisionomia che fu l’aspetto determinante per il successo, il grosso del lavoro fu fatto nel coordinare i valori dei singoli in un’identità di squadra”. Una cavalcata trionfale che rischiò di arrestarsi sul più bello. Dopo due punti in tre partite al Vestuti arrivò il Palermo: l’impianto di Piazza Casalbore era pronto a festeggiare ma una doppietta di Cangini rimise in discussione il campionato. Salerno piombò nello sconforto e nella paura di veder nuovamente sfumare l’agognato obiettivo, mai come quella volta a portata di mano. Non mister Ansaloni che seppe isolare il gruppo e tranquillizzarlo nel momento più caldo della stagione: “Non ho mai avuto paura di perdere il campionato, la squadra ci ha sempre creduto consapevole che qualche risultato negativo non era veritiero rispetto a quanto meritato in campo. A Salerno si vive di risultati, in quegli anni più che mai: il pubblico ci ha seguito con tanta passione, le componenti c’erano tutte ma il calcio talvolta è illogico. Quando si assume una certa fisionomia prima o poi i risultati arrivano, ci fu grande applicazione mentale da parte di tutti i giocatori che lavorarono duramente un anno intero per regalare quella gioia ai tifosi”.

E che gioia: sette giorni dopo un guizzo di Di Bartolomei regalò due punti decisivi a domicilio del Brindisi (ex squadra di Ansaloni dove, tra gli altri, lanciò un certo Benarrivo) prima della formalità contro il Taranto: bastò uno scialbo 0-0 alla Salernitana per far esplodere il Vestuti ed impazzire l’intera città. Proprio Di Bartolomei fu figura preziosa per il salto di categoria: nove gemme tutte decisive e tanta esperienza al servizio dei compagni nei momenti più difficili. Fu l’ultima gioia calcistica di “Ago” prima del ritiro a fine stagione: “Agostino fu determinante per la vittoria del campionato. Mi fece capire che era intenzionato a chiudere ed avviare una scuola calcio per mettere la sua esperienza al servizio dei ragazzi. Era molto entusiasta di questo progetto e capii che era inutile cercare di convincerlo a continuare un altro anno”. Lasciò non solo Di Bartolomei, la squadra fu quasi rivoluzionata: via Incarbona, Somma, Della Monica, Di Battista, Gonano e Lucchetti, dentro Ceramicola, Lombardo, Gasperini, Pasa, Martini, Fratena e Pisicchio. La stagione iniziò con una grande novità: Vestuti in “pensione” ed Arechi inaugurato alla prima giornata contro il Padova: “In fin dei conti per noi fu un grosso handicap non giocare più al Vestuti – ricorda amareggiato Ansaloni – non riuscimmo neppure a fare un allenamento sul nuovo campo perché i lavori erano in ritardo e dovevano giocoforza essere pronti per l’esordio. La differenza di impatto ambientale era notevole: il Vestuti, con i tifosi così vicini anche sui palazzi circostanti, determinava un certo scompenso per l’avversario. Questo cambio ci è costato parecchio per le difficoltà di adattamento, a prescindere dalla categoria che era di per sé complicata, con tanti ragazzi inesperti che l’affrontavano per la prima volta”.
Una formazione granata del 1990/91, Battara è il primo in piedi da destra (foto salernitanastory.it)
Quella cadetteria annoverava calciatori del calibro di Balbo, Sensini, Casagrande, Di Livio, Protti, Ganz, Dezotti, Baiano e Signori. Proprio contro quest’ultimo si scagliano le invettive del tecnico romagnolo. Il Foggia di “Zemanlandia” dominò il campionato guadagnando la promozione con abbondante anticipo. Controverso l’atteggiamento dei satanelli nel finale di stagione, a risultato già in saccoccia: alcune partite giocate “alla morte” (tra cui quella dell’Arechi quando Baiano nel finale pareggiò il vantaggio siglato da Pasa), altre disputate con superficialità, come contro il Pescara di Galeone che strappò un punticino decisivo ai fini della roulette della classifica avulsa: “E’ riuscito a rovinarci una salvezza meritata, ora finalmente stanno emergendo i comportamenti di questo signore, è andato addirittura in galera. Essere retrocessi per un punto mi fa rabbia ancora adesso ed è un rammarico che porterò sempre con me”, ricorda Ansaloni che, prima di congedarci, si concede ad un’amara riflessione sull’attuale proscenio calcistico, così lontano (a livello locale e non solo) da quello che l’ha visto per anni protagonista: “Non vivo la realtà di Salerno per cui faccio fatica a giudicare. Mi auguro che la passione non sia scemata, è brutto che ci siano frizioni e spaccature tra la gente. La Salernitana ha una tradizione e deve essere rispettata. Oggi nel calcio ci sono diversi problemi e ci capisco sempre di meno. Di sport c’è rimasto poco o nulla, si investe in un determinato contesto solo per interessi paralleli. E’ un peccato perché il calcio è un potenziale enorme per far crescere i giovani”. Insomma l’universo pallonaro resta un quadro coerente del tessuto sociale, ora come allora. E chissà che anche a Salerno, dopo il buio pesto delle ultime annate, possa tornare a splendere il sole: “Auguro tutto il bene alla città ed ai tifosi, era tanto tempo che non sentivo Salerno, il tempo passa ma i ricordi restano indelebili. La rabbia per la retrocessione in C è ancora viva ma il colpevole finalmente sta pagando…”.
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Max
19 gennaio 2012
Grazie mister le emozioni di quegli anni rimarranno per sempre nei nostri cuori.