Interpellando i tifosi e gli appassionati salernitani in generale e chiedendo loro quale rinforzo sarebbe più utile alla squadra, da oltre dieci anni ormai la risposta è sempre la stessa: “servirebbe un centrocampista ‘alla Antonino Bernardini’ che detti i tempi della manovra”. E lui, oggi trentottenne, nonostante le sole 20 presenze condite da un gol (su rigore contro la Roma, ndr) nella stagione 1998/99 in Serie A, non può che essere orgoglioso. «È una grande soddisfazione, anche perché a Salerno sono stato veramente bene e lasciare questo ricordo nella gente è una gran bella cosa per me – commenta in esclusiva a SoloSalerno.it –Nonostante l’epilogo triste, complessivamente disputammo un’annata stupenda, dai momenti di difficoltà alla galoppata e alla speranza della salvezza: se ci fossimo salvati sarebbe stata impresa indelebile, storica. La gara maledetta di Piacenza? Ricordo quella partita come se fosse ieri, Fiori non sa nemmeno lui come parò quella punizione che calcia. Fummo sfortunati, anche perché Di Vaio fu assente a causa di uno stiramento e per noi sarebbe stata un’arma in più. C’è tanto rammarico ma purtroppo è andata così ed è un peccato per i punti persi nel girone d’andata, perché nel ritorno esprimemmo un calcio di assoluto valore, mettendo sotto squadre come la Juve e l’Inter di Ronaldo: avevamo una rosa con elementi importanti, però molte volte il calcio è così e non riesci a darti spiegazioni logiche».
Peccato per quel calcio di rigore sbagliato all’Arechi contro la Fiorentina: finì 1-1 con un pareggio in extremis realizzato da Torricelli, dopo il vantaggio granata di Marco Di Vaio. «Vero, se avessi fatto gol ci saremmo salvati ma con i sé e i ma si può dire ogni cosa: magari se non avessimo subito gol in altre occasioni o se qualcun altro avesse segnato in situazioni diverse ci saremmo salvati lo stesso: purtroppo fa parte del calcio - commenta Bernardini – che tira poi fuori dal cilindro anche un simpatico aneddoto: «Viviamo a Bergamo e non certo tutti mi riconoscono per strada, eppure è una città dove ho giocato per cinque anni facendo anche il capitano (con la maglia dell’Atalanta dal 2003 al 2008, per poi chiudere due anni fa con l’Albinoleffe, ndr). A Salerno, invece, dopo neanche una stagione intera mi riconosceva tutta la città e c’è un aneddoto rimasto molto impresso anche nella mente di mia moglie, visto che lo racconta spesso ancora oggi: a giugno del 1999 eravamo in spiaggia e un bambino di tre o quattro anni mi avvicinò, esclamando “Bernardì, tu sì nu ciuccio perché hai sbagliato il rigore con la Fiorentina”. Insomma, un modo per sorridere anche se quella retrocessione fu davvero dolorosa».
Per lui che prima di quello campano aveva indossato anche il granata torinista, il giallorosso della Roma (dove è nato e cresciuto calcisticamente) e il biancorosso del Perugia, quella di Salerno è stata un’esperienza importante che avrebbe bissato volentieri. «Non dovete fare a me questa domanda – ribatte Bernardini – rifiutai tutte le offerte che mi arrivarono perché ero convinto di restare anche l’anno successivo, tanto da non effettuare il trasloco. Anzi, operai anche alcuni acquisti per la casa, perfino la Playstation. Rimasi in città anche in estate, come detto, e il presidente Aliberti mi chiamava tutti i giorni rassicurandomi sulla mia permanenza: la società puntava su di me ma, probabilmente, non ebbe la forza economica per riscattarmi dal Perugia, squadra con cui sarei andato in scadenza, e non so tra presidenti perché non fu raggiunto l’accordo. Io avrei voluto firmare con la Salernitana, poi arrivò un’offerta del Vicenza e informai la proprietà: mi fu chiesto di aspettare e io attesi ancora qualche giorno, poi quando mi resi conto che se non avessi accettato Vicenza sarei dovuto ritornare a Perugia, mi decisi a firmare: era il 5 luglio e dopo cinque giorni la Salernitana sarebbe partita per il ritiro». Non si può dire che non attese fino all’ultimo, e allora addio Salerno.
Antonino Bernardini ha in seguito fatto le fortune dei biancorossi ma ha sempre continuato a seguire con particolare simpatia e attaccamento le vicende relative alla Salernitana. «Averci giocato in A e veder ripartire dalla D una piazza come Salerno non è stata una gran bella cosa questa estate – commenta ai nostri microfoni – ma so che la città ha tifosi meravigliosi: quando giocavo io erano spettacolari, unici, so che è dura ma in questo momento devono solo cercare di stare vicino alla squadra, che merita ben altri palcoscenici». Facciamo del puro fantacalcio: se arrivasse una chiamata dal Salerno per giocare sei mesi in D? «Mi piacerebbe, ma sono fermo da un anno e mezzo perché dopo l’Albinoleffe nel 2010 non ho trovato più squadra: la vedo un po’ dura, dovrei ripartire da zero con gli allenamenti, dato che praticamente ho smesso. Allenare a Salerno un giorno magari si, mi piacerebbe, visto che sto cercando di intraprendere questa strada». Magari in Lega Pro, dove la compagine guidata da Lotito e Mezzaroma spera di approdare presto, con la riforma dei campionati che potrebbe velocizzare una scalata verso la Prima Divisione. «Sicuramente è una cosa che mi auguro – conclude Bernardini – La crisi c’è e già da anni in tutti livelli, non solo nel calcio. So che tante società sono in difficoltà anche in B, figurarsi in terza serie dove avere tutti questi gironi è dura per tutti: meglio uniformarla e creare un’unica C, anche se poi tanti giocatori rimarrebbero a spasso e sarebbe un altro tasto dolente da affrontare. Ma se questo è il trend, bisogna fare qualcosa altrimenti il calcio va a rotoli… ». E in un calcio che va a rotoli, almeno i bei ricordi restano lì: per i sogni, Salerno si candida prepotentemente per farli diventare realtà…
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