ESCLUSIVA SOLOSALERNO, Carruezzo: “Ansaloni e Di Bartolomei maestri di vita, Carmando un padre”

fonte salernitanastory.it

“C vo’ a punt”. Un ritornello che gli appassionati del Vestuti prima e dell’Arechi poi avranno ripetuto fino alla nausea nel commentare le gesta della Salernitana a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Formazioni robuste, costruite su una difesa granitica e con un centrocampo di muscoli e fosforo a cui, troppo spesso, mancava la ciliegina sulla torta, il classico centravanti da doppia cifra capace di capitalizzare il lavoro dell’intera squadra. Un “vuoto” pesante durato oltre un lustro, dall’addio di Toto’ De Vitiis all’arrivo di Giovanni Pisano. Arco temporale in cui hanno calpestato l’erba del Vestuti i vari Tappi,  Campilongo, Cozzella, Crialesi, Martini: “colpi” delle roboanti campagne acquisti estive, tanto capaci di far sognare la piazza quanto di rivelarsi, ben presto, clamorosi flop. Fino a quando la musica cambiò; anno 1989, il tecnico Giancarlo Ansaloni, appena insediatosi sulla panchina granata, porta con sé dal Brindisi un giovanotto di belle speranze, un lungagnone dalle doti atletiche straripanti e con buon fiuto del gol, un talento tutto da sgrezzare: Eupremio Carruezzo. Quarantotto presenze ed otto gol in due anni il bottino del centravanti pugliese agli albori di una carriera che lo porterà a realizzare oltre 150 gol tra i professionisti. “I ricordi dell’esperienza a Salerno  sono fantastici, ero appena agli inizi della mia avventura da calciatore e mi ritrovai ragazzino in una città con un seguito incredibile” – racconta Carruezzo in un’intervista concessa in esclusiva alla nostra Redazione – “Al mister Ansaloni devo la mia carriera: è stato un maestro di vita, non dimenticherò mai il coraggio che aveva nel valorizzare ed integrare i giovani a dispetto di un calcio dove spesso ci si affidava all’esperienza ed al curriculum. La stagione iniziò per il meglio fin quando subii la frattura del perone e dei legamenti della caviglia. Proprio in quel momento così sfortunato ebbi modo di constatare l’attaccamento dei tifosi; quando le cose vanno bene e fai gol i complimenti sono normali ma l’affetto che la città ha saputo dimostrarmi nelle difficoltà, mentre ero immobile in ospedale con il gesso, è stato incredibile: ricordo attestati di stima, cori allo stadio, manifestazioni che solo Salerno è capace di fare”.

foto archivio Piero Galdo

Triste destino che accomuna Carruezzo ad un altro grande protagonista della storia granata, quel Pierino Prati che nel ’65-’66 subì un infortunio analogo. In entrambi i casi la Salernitana vinse il torneo di C senza l’apporto del centravanti titolare: “La vittoria del campionato fu un momento indimenticabile. Il mister ed i dottori mi diedero la soddisfazione di entrare in campo negli ultimi minuti della partita che sancì la promozione in B nonostante ancora zoppicassi. La festa a Piazza della Concordia, la città tappezzata e colorata: emozioni fortissime che spesso mi è capitato di rivivere incrociando vecchi compagni di squadra dell’epoca”. Una squadra formata da campioni dentro e fuori dal campo, uno su tutti Agostino Di Bartolomei: “Agostino è stato un grandissimo, ho avuto la fortuna di apprezzare le sue immense doti umane. Oggi ho 42 anni, faccio il procuratore e cerco di consigliare i giovani nel migliore dei modi seguendo l’esempio di tanti miei maestri, uno su tutti Agostino. Sono orgoglioso di averlo conosciuto”.

Bruno Carmando nel 1967 (foto tratta dal volume "Salernitana, storia di gol, sorrisi e affanni")

La compattezza, la determinazione e la ferocia nel voler conseguire ad ogni costo l’obiettivo sono le ricette principali di ogni vittoria. “Fare gruppo”, remare tutti nella stessa direzione: concetti che esaltano le doti di personaggi come Bruno Carmando che, nonostante spesso e volentieri restino lontani dalle luci dei riflettori, rivestono un’importanza primaria nel raggiungimento del risultato finale: “Bruno è stato molto più di un massaggiatore e molto più di un amico, per me e per tanti altri giovani che arrivavano a Salerno era il nostro secondo padre. Affidavamo a lui i nostri problemi, li affrontava e risolveva alla sua maniera: il suo motto era guai a chi ci torceva un capello”, ricorda lasciando trasparire un velo d’emozione l’ex attaccante granata che, al rientro da un infortunio così grave, si ritrovò a dover guidare il reparto avanzato anche l’anno successivo in Serie B. Categoria nuova, squadra rivoluzionata, nuovo addirittura lo stadio; anche Carruezzo condivide l’opinione che, in quell’annata, la Salernitana soffrì e non poco il passaggio alla nuova cornice ambientale dell’Arechi: “Se avessimo affrontato almeno il primo campionato di B al Vestuti, uno stadio che faceva parte di noi e di cui conoscevamo ogni singolo centimetro, probabilmente non sarebbe andata a finire in quel modo. Eravamo una squadra composta da giovani e da elementi che da un po’ di tempo non disputavano la cadetteria. Partimmo fortissimo sulle ali dell’entusiasmo ma alla lunga patimmo responsabilità più grandi di noi. Tante piccole cose messe assieme fecero si che l’annata andò in quella maniera. Ci ritrovammo a disputare lo spareggio pur avendo conquistato 36 punti, un’enormità. La Lucchese ne fece quattro in più e l’allora tecnico Orrico guadagnò addirittura la chiamata dell’Inter”.

foto archivio Piero Galdo

Chissà come sarebbe andata se a completare l’attacco composto da giovanotti ci fosse stato quel Fabrizio Ravanelli a lungo trattato dall’allora patron Peppino Soglia che non concretizzò l’acquisto per soli 36 milioni di vecchie lire: “Eravamo un reparto composto da ventenni che si ritrovarono sulle spalle una responsabilità non indifferente, guidare l’attacco della Salernitana in B con 15.000 abbonati. Un attaccante da doppia cifra avrebbe giovato anche a noi giovani e magari ci avrebbe fatto approdare alla salvezza. Nonostante tutto, pur reduce da un grave infortunio, feci cinque gol. Oggi un ventenne che fa cinque gol in B attira immediatamente le attenzioni di squadre di categoria superiore”. Categorie in cui la città di Salerno, sprofondata nell’inferno dei dilettanti con un nuovo corso societario che, seppur ambizioso e voglioso di dotarsi finalmente di solida fondamenta, non ha ancora attecchito appieno nel tessuto locale, complice l’assenza del patrimonio di storia e tradizioni di cui anche Carruezzo è parte integrante, spera di rivivere immediatamente. L’opinione dell’ex centravanti di Cagliari e Savoia, oggi agente di diversi giovani calciatori, è chiara: “A prescindere dalla categoria la piazza di Salerno resta da serie A, lo dicono tutti gli addetti ai lavori che la conoscono. Ho vissuto il travaglio della scorsa stagione avendo in procura Fabinho: non conosceva la città ed era scettico per la categoria, gli dissi di accettare perchè la piazza ed il tifo erano di serie A. Salerno dovrà essere sempre orgogliosa della propria squadra a prescindere dalla categoria d’appartenenza, anche quest’anno che si sta affrontando il difficile campionato dei dilettanti. I simboli e le tradizioni sono importanti, ma Salerno è diventata grande grazie alla gente ed al suo attaccamento alla squadra: qualsiasi simbolo porterà sarà sempre rispettato! Sono certo che i tifosi della Salernitana continueranno ad amarla indipendentemente dalle vicissitudini, tenete duro che arriveranno tempi migliori. Chi vuol investire nel calcio seriamente non può trascurare una città come Salerno: prima o poi ritorneranno gli anni d’oro”. Chissà che la nostalgia per i successi e le soddisfazioni passate possa presto sparire per vivere una nuova, florida, fase della storia granata…

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