Home Editoriale Fra fiducia, disincanto e macerie: storia di un’identità da recuperare

Fra fiducia, disincanto e macerie: storia di un’identità da recuperare

258
0
Panorama di Salerno dal castello d'Arechi
Tempo di lettura: 3 minuti

“Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie,
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie”

Il vangelo secondo Faber ben si accosta alla Salerno che – nella calda estate del 2011 – provava a risollevare il capo dalle macerie della gestione Lombardi. La passione, del resto, è cartolina di ogni voglia. Maturò, pertanto, l’esigenza di affidare ad un’indegna sepoltura il secondo fallimento della Salernitana nel giro di appena sei anni. Il concupito, Claudio Lotito, non aveva il cuore libero, aveva già moglie: la Lazio appunto. All’epoca dei fatti, in pochi se ne curarono. Serviva ripartire e, dunque, mastica e sputa prima che venga neve. La Serie D, cicuta mai ingurgitata in 92 anni di storia, mandata giù – con distacco socratico – senza colpo ferire.

Accolto come il salvatore del calcio salernitano, l’imperatore Claudio in pompa magna – forse stupito da un calore che dalle parti di Formello latitava da un po’ – affermò: “Nessuna sudditanza con la Lazio, è come un figlio che in tenera età deve essere aiutato dai genitori fino a quando non imparerà a camminare da solo”.

Onda su onda, reperti che il web riporta a galla. Apripista di una serie innumerabile di dichiarazioni del patron, proferite con la stessa convinzione di superiorità attraverso cui un paterno Robinson Crusoe tentava di stabilire il primo approccio con Venerdì. Fatto sta che il piccolo di casa Lazio ha ben presto imparato a camminare con le proprie gambe. La parabola iniziata nel luglio 2011 (salvo un periodo di impasse vissuto nell’inverno 2014) ha toccato il suo apice il 25 aprile del 2015, in occasione di Salernitana – Barletta, per poi tramutarsi in costante frammentazione e disfacimento di ogni componente affettiva.

I prodromi di un degrado strutturale, intrapreso ai titoli di coda dei play-out stravinti contro il Lanciano nel giugno 2016 (“Maramaldo, tu uccidi un uomo morto”), hanno creato il largo a mareggiate di promesse disattese.

Fiorivano e sfiorivano comunicati, veline, ogni sorta di rebus giungeva da quella Villa devota al santo fatto trafiggere da Diocleziano nel 304 a.C.

Intanto, a Salerno, che aria si iniziava a respirare? Aria di frattura: in ogni sua declinazione.

“Ma le comari d’un paesino
non brillano certo in iniziativa,
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all’invettiva”

Minimo comune denominatore della discesa verso gli inferi: l’invettiva. Iniziò così la stagione del maccartismo a tinte granata, sintetizzabile nella poco simpatica tendenza a inventare soprannomi nei confronti di una frangia di tifosi – col tempo sempre più consistente – accusata di tifare contro la propria ragione di vita. Chiamare “gufo” il proprio conterraneo – nomignolo che un tempo era prerogativa degli abitanti dell’agro nocerino-sarnese – mentre la nomenklatura capitolina brindava al tintinnar delle divisioni rinnovate. E dunque, legioni di Torquemada dai “capelli bianchi” (come amavano, e amano, definirsi), censori e simil-professionisti dell’informazione tutti uniti a difesa di chi – con la parlata del peggior Rugantino – armava il fratello contro il fratello, lo zio contro il nipote, il salernitano contro l’altro salernitano. La situazione, negli anni, ha circumnavigato tutte le tonalità dell’insostenibile. Una guerra fratricida, una Vukovar senza spargimento di sangue, che ci vede oggi brancolare per gli sterrati dell’identità svenduta, fra calcinacci e fori di proiettile.

Di tempo se n’è perso anche troppo, più di cinque anni spesi a tamponare le offese: schegge provocate dal fuoco nemico e, purtroppo, amico. A nulla servirà mietere e raccogliere risultati positivi su un banale campo di pallone. La resa dei conti non è un enunciato di trigonometria da sillabare in un angolo di prato. No, la stagione del procrastinare è sfiorita da un pezzo.

È necessario agire adesso per allontanare il male e ritrovare sé stessi, serviranno anni per bonificare le paludi dell’incomunicabilità, serviranno anni per smaltire le scorie. Ma poi, di nuovo commensali alla medesima fede, saremo governati dalla stessa fibrillazione: l’appartenenza.