Home Storie Morte accidentale di un tifoso: tredici anni dal delitto Sandri.

Morte accidentale di un tifoso: tredici anni dal delitto Sandri.

Tredici anni dalla morte di Gabriele Sandri, ultras della Lazio assassinato da un uomo dello Stato

399
0
Tempo di lettura: 3 minuti

“Sarebbe potuto essere uno qualunque di noi, sarei potuto essere io, saresti potuto essere tu”.

Gabbo vive.

11 novembre 2007: la lunga notte del calcio italiano. Domenica, è il giorno del Signore oppure – per chi si lega anima e corpo alla più profana delle fedi – del pallone.

Gabriele Sandri viaggia a bordo di una Renault Mégane, una delle tante diligenze che ogni fine settimana tagliano per via longitudinale l’Italia. Non è difficile, per chi coltiva il sacro rituale delle trasferte, immaginare i picchi di goliardia che si respirano in viaggio.

Gabriele, Ultras della Lazio, deejay molto conosciuto nella capitale, 26 anni e un sogno. Nell’immediato, però, c’è una partita in programma: Inter – Lazio.

I rapporti fra le tifoserie sono ottimi, 5 maggio di cinque anni prima a parte. Ma, si sa, le questioni di campo non influiscono sulle amicizie: almeno non dovrebbero.

La Mégane inserisce la freccia all’altezza del km 360, i passeggeri si regalano una sosta. Qualcosa, dall’interno, inizia a stringere con insistenza: è la vescica, dittatrice di ogni traversata in auto. I ragazzi, inoltre, approfittano della fermata per attendere alcuni amici che sono partiti da Roma con leggero ritardo.

“Badia al Pino”, questo è il nome dell’autogrill in provincia di Arezzo, il non luogo per eccellenza: sicuramente terra di nessuno. Gabriele è stanco, l’abbiamo detto: è un deejay, è domenica, ha fatto tardi, resta in macchina per ricaricare le energie.

Di domenica il rischio di beccare i rivali è elevato. I giovani laziali scorgono un gruppo di sostenitori della Juventus, una parola tira l’altra: lo scontro è inevitabile.

Il caos è evidente, in breve tempo si passa dalle minacce ai fatti: scoppia una rissa. Sull’altro versante dell’autostrada c’è un uomo dello Stato. Una delle tante – industriose, sottopagate e tese – formiche della legge che hanno il compito di salvaguardare la sicurezza dei cittadini. Il suo nome è Luigi Spaccarotella, ancora non lo sa ma il suo destino e quello di Gabriele saranno legati per sempre.

La Mégane decide di ripartire in tutta fretta, l’agente della Polizia stradale, intanto, esplode due colpi di pistola: da una carreggiata all’altra, un gesto assurdo, sconsiderato.

Dirà in sua discolpa – nell’unica intervista raccolta dall’Espresso nel 2009 – che credeva ci fosse una rapina in corso. La perizia balistica conferma che il bilancio sarebbe potuto essere ancor più pesante: due proiettili, ad altezza d’uomo, attraversano un fiume denso di auto che corrono in direzioni opposte. Una follia.

Gabriele viene colpito al collo, gli amici realizzano immediatamente che le sue condizioni sono gravi. Si fermano in un’area di servizio poco distante e, disperati, chiamano i soccorsi. Ma è troppo tardi, per Gabriele non c’è nulla da fare.

La notizia vola veloce di bocca in bocca. All’epoca il concetto di viralità non era stato ancora approntato, gli unici ambasciatori erano i telegiornali.

Le reazioni delle frange più calde del tifo non si fanno attendere, moti di protesta divampano per la penisola. Il vaso è stato scoperchiato: il fuoco delle distanze mai colmate fra forze dell’ordine e tifosi viene alimentato dalle misure restrittive adottate dei questori.

A meno di un anno dall’omicidio Raciti – la paternità della colpa, frettolosamente attribuita a Speziale, è ancora oggetto di inchiesta – un’altra morte scuote le fondamenta del mondo calcistico. Il momento è propizio per stringere il cappio intorno alla passione. Viene introdotta la tessera del tifoso, viene introdotto il sistema delle trasferte vietate, vengono introdotte altre misure lesive della libertà personale: questa, però, è un’altra storia.

Sono trascorsi 13 anni da quel giorno, Gabriele Sandri è l’ennesima vittima dello Stato. Prima e dopo di lui tanti altri: Carlo Giuliani, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Manuel Eliantonio, Riccardo Rasman, Giulio Comuzzi, Marcello Lonzi.

La verità è una, incontrovertibile, e coinvolge tutti: vittime e carnefici.

Il vento non lo puoi fermare, neanche se gli spari.

Articolo precedenteCon le porte chiuse cambia il concetto di “fattore campo”
Articolo successivoDziczek, toccasana Nazionale per ritrovare spazio in granata. Ma occhio all’allarme Covid
Nato nel '90. Due passioni governano i moti del cuore e, molto spesso, confluiscono l'una nell'altra: Salernitana e poesia.