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Claudio Lotito, la nobile arte del parlare a vanvera.

Fra inflessioni dialettali e locuzioni latine, pillole di una presunzione priva di solide fondamenta

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Foto Daniele Badolato / LaPresse 18 08 2013 Roma Sport Supercoppa Italiana 2013 Lazio vs. Juventus Nella foto : Claudio Lotito Photo Daniele Badolato LaPresse 18 08 2013 Roma Sport Supercoppa Italiana 2013 Lazio vs. Juventus In the picture : Claudio Lotito
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Ho conosciuto un vecchio
ricco, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda i soldi nello specchio
per veder raddoppiato il capitale.

Quando la presunzione si sposa con l’ossessiva cura dei bilanci: ecco che nasce Claudio Lotito.

Un’entità concreta e astratta allo stesso tempo: sovrano e menestrello. Nell’insieme una figura che colleziona tante ombre e poche luci. La nobile arte della tuttologia, i giri di parole operati in virtù di un nozionismo teso a confondere più che a colmare. Il feticismo per i prezzi d’occasione (l’aeroplano della Lazio ricorda i tempi della Reaganomics reaganiana), lo spregio mostrato a più riprese nei confronti di chiunque ne incroci la strada.

Aria di superiorità, la boria di chi tutto conosce. L’indole di chi, con un rapido cenno del capo, liquida gli interlocutori. Perché lui – innumerevoli schede telefoniche, mani in pasta pressoché ovunque – ha poco tempo da dilapidare.

Una peculiarità su tutte ha caratterizzato il personaggio Lotito: l’universo delle locuzioni da borgomastro, una cicuta di detti popolari e perle di dubbia moralità.

Come dimenticare il “cavalluccio a dondolo”, operazione simpatia attraverso cui irrideva il simbolo della Salernitana e dei salernitani. La celeberrima “paga da soldato e i vizi da generale” con cui silenziò le dovute domande di alcuni giornalisti. Le rare apparizioni alle emittenti locali – col dito puntato d’ordinanza – interpretate con il piglio di Tommaso Bianco che mortifica il grande Enzo Cannavale in “32 dicembre”.

Lumi di tracotanza, massime latine inserite a casaccio nei più svariati contesti. Il tutto va a cozzare coi nomi dei calciatori – finanche dei propri più stretti collaboratori – amabilmente storpiati (Akkepà Akkeprò, “Coso lì come se chiama”, Piastrin su tutti)

Ultime, non per una questione di importanza (anche se mi auguro abbiate iniziato a leggere altro, onde evitare il sanguinamento dei bulbi oculari): le contorte elucubrazioni proferite in virtù di aleatori studi in medicina e fisiologia (acquisiti, probabilmente, cibandosi dei classici del cinema italiano di Serie B. Quelli con Lino Banfi in camice e stetoscopio per intenderci).

E, va da sé, un fiorire di rimedi ravanati qua e là: fra gli appunti della nonna e i calendari di Frate Indovino.

L’acqua e zucchero – somministrata a Micai fra il primo e il secondo tempo di Venezia–Salernitana – indicata come la panacea di tutti i mali. Il succo d’arancia per debellare il Covid-19 in quel di Formello. Le proprietà malefiche della vagina. La convinzione che batteri e virus siano la medesima cosa. Un’affermazione – quest’ultima – che, riferita in sede d’esame, avrebbe fatto volare dalla finestra il libretto universitario del giovane Claudio (probabilmente questo è il motivo per cui è naufragata una promettente carriera accademica).

La vicenda dei tamponi – non pochi grattacapi sta creando al pool di legali convocato per dipanare la matassa – è solo una goccia nel mare magnum delle castronerie. L’atteggiamento di chi si sente al di sopra di ogni norma e principio etico non paga. Anzi, prima o poi, la saccenteria sfumerà in un flebile e tardivo pentimento.   


Allora dice: – Quelli li do via
perché ci faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo per prudenza… –
E li ripone nella scrivania.

Trilussa