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Là voglio morire io, nel campo di battaglia.
E quando arriva il giorno del funerale,
con bandiere e con musica ferale
vengon sepolti in tomba comune
tutti gli Eroi che son morti per te,
Santa Libertà del Mondo.
Sándor Petőfi

Roma, 1949. È in ballo la sede delle Olimpiadi del Cinquantasei: al tavolo del CIO volano gli stracci. La candidatura di Buenos Aires è fortissima ma è l’immediato dopoguerra: gli Anglosassoni – colpetto di tosse – qualcosa da dire ce l’hanno. Un’occhiataccia a destra, un broncio a manca e la scelta vira su Melbourne. Emisfero Australe, vanno spostate a dicembre ma è l’ultimo dei problemi.

Potenti quanto ingenui. Fecero i conti coi capricci maligni di Giove Olimpo.

Figlio prediletto di Budapest, Ervin Zádor è l’orgoglio d’Ungheria. Allievo modello alle Scuole Statali, dove i bambini imparano il russo prim’ancora del magiaro e non è dettaglio banale: tenete a mente. Fa sport e l’epoca è benedetta. Puskas e Czibior insegnano Calcio all’Europa ma l’eccellenza nazionale è la Pallanuoto. Hanno rivoluzionato il gioco, reinventato il concetto di difesa e da decenni stracciano gli avversari, se così vogliamo chiamarli. Ervin resiste al pallone e si tuffa in piscina.
Un’epifania. Il ragazzo è predestinato ed alle Olimpiadi di Melbourne, a soli ventun anni, nuota a capo degli Invincibili verso la riconferma iridata.

Le Colline Ungheresi avvolgono silenziose la preparazione preolimpica, squarciata dall’improvviso diktat: lasciare immediatamente il Paese, riparo in Cecoslovacchia. Il rumore dei cingolati lo avevano avvertito. L’eco dei mortai pure. Atleti, Uomini, Ungheresi. Ai quali si tacque la verità. O almeno ci provarono.

Il Torneo Olimpico, espletata la formalità delle eliminatorie, prevede un girone all’italiana. La sfida all’Unione Sovietica del 6 dicembre non rappresenta pertanto la finale.

È molto, molto di più.

Fonte: mondoperaio.net

La destalinizzazione dell’Est Europa sfugge al controllo di Mosca. La sommossa di Poznań è sedata senza affanni, ma quando il vento soffia non lo fermano le mani. 23 ottobre, un mese alle Olimpiadi: gli studenti del Petőfi si riversano per le strade di Budapest. Con loro gli operai, ma pure soldati in servizio, che strappano la Stella Rossa dalle uniformi: è scoppiata la rivolta contro l’Unione Sovietica e la sua presenza in Ungheria. La situazione precipita in fretta: la piazza non ha un leader e cade sotto i proiettili dell’ÁVH. Il comandante Pál Maléter, incaricato alla repressione, si schiera dalla parte del Popolo: per il Cremlino è l’ultimo affronto. Il 4 novembre l’Armata Rossa entra a Budapest coi carrarmati: la rappresaglia è cruenta, nessuno ha scampo. In pochi giorni, l’Ungheria torna normalizzata. Le strade grondano il sangue di tremila uomini. Sangue mai più lavato.

Approdati in Australia, gli atleti apprendono del massacro dai giornali. Indignato, s’espone il ragazzino:

Non farò ritorno a casa

Nessuno dà peso alle parole di Zádor. Per il quale il calendario olimpico smette d’avere un senso se non per una, una sola sfida.

È il giorno di Ungheria – URSS. I valori dello sport sono chiacchiere, davanti al sangue dei fratelli. La piscina del Crystal Palace è trincea sommersa: sarà ribattezzata Blood in the Pool. Si tuffano in acqua quattordici uomini che si odiano: non faranno nulla perché il mondo non se ne accorga.

Fonte: insidethegames.biz

Degli ottomila spettatori, molti sono emigrati Magiari. Mosca chiede ed ottiene l’esercito sugli spalti: è una bomba colla miccia cortissima.

Cuore dilaniato ed occhi pieni di rabbia, Zádor assurge ad Eroe d’Ungheria. Lo marca Valentin Prokopov, cento chili di muscoli e cattiveria, ma Ervin parla il russo: glielo hanno imposto alle elementari. Ci mette un attimo a procurar battaglia.


Sporchi bastardi, siete venuti a bombardare il nostro Paese

È quel che meritate, fottuti traditori del Partito

La vasca è una tonnara: dagli insulti si passa ai calci e cazzotti, fuori e dentro l’acqua. L’arbitro svedese, inadeguato se di adeguato potesse esserci qualcosa, ne caccia fuori cinque subito, ma è una situazione francamente più grande di lui. Più grande dell’intera Olimpiade. E gli spalti sussultano, pericolosamente. La prima parte si chiude sul due a zero per i Magiari. Zádor l’ha messa ma nessuno, nessuno guarda il tabellone luminoso. Lo scenario è bellico.

Il prosieguo, se possibile, è peggio ancora. In vasca non si gioca più: ci si picchia e basta.
Dagli spalti il sussurro prende il vigore d’uragano: Hajrá Magyarok! Hajrá Magyarok!
L’esercito si schiera in antisommossa, può succedere di tutto. Gli organizzatori maledicono l’assegnazione di Roma.
L’Ungheria segna altre due volte: ancora Zádor!
Prokopov non l’ha mai, mai visto e la partita è andata. A tradimento, sferra un pugno che gli apre in due la faccia e lo costringe al cambio. D’incanto, l’agone diventa eroico.

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Zádor sanguina a poche bracciate dal bordo, sta per svenire ma decide di farsi tutta la vasca, fin sotto la tribuna che definitivamente ribolle.

La striscia di sangue tinge la piscina: è lo squarcio alla tela d’indifferenza, la firma in calce alla denuncia dell’eccidio di Budapest, sbattuta in faccia all’Occidente che ha finto di non vedere. La partita finirà nell’acqua rossa. Anzi, non finirà affatto.
Il volto tumefatto di Zádor scatena la furia del pubblico, ormai tutto per i Magiari.
Volano i seggiolini, la polizia carica, una pioggia di sputi travolge i Sovietici. I quali abbandonano il Crystal Palace scortati dall’esercito. L’arbitro, Povero Cristo, fischia in anticipo.
Da Mosca partirà un reclamo bocciato da un’Australia esausta, che di quella storiaccia null’altro volle sapere.

L’Ungheria è medaglia d’oro.

Se i Potenti non avessero sfidato l’alterigia degli Dèi dello Sport, l’Olimpiade si sarebbe svolta in Argentina d’estate, prim’ancora della Rivolta di Budapest.

Non ci sarebbe stato il Bagno di Sangue, che vendicò i Ragazzi di Buda. I quali ispirarono versi in musica che qualcuno ha connotato politicamente, offendendo in un sol colpo Memoria, Storia ed Intelligenza. Sarebbe cambiato il destino di Zádor, il quale ricevette l’oro in lacrime e mantenne la parola: non fare più ritorno nella Sua Ungheria.

Che s’illuse di libertà e perse un Campione.
Figlio d’Ungheria Libera, scolpito nel Granito degli Immortali.

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