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Non è un mestiere per deboli: una vita da mediano

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Una delle figure romantiche della storia del calcio è sicuramente rappresentata dal mediano sanguigno e tenace che mai abbandona la battaglia che infuria sul prato verde.
La sua importanza all’interno dello spogliatoio è fondamentale, perché meglio di chiunque altro egli riesce ad essere leader silenzioso attraverso gli esempi della lotta, della fatica e del sudore.
Lui è sempre pronto a sacrificarsi per i compagni che hanno esaurito la benzina, tira fuori le residue risorse fisiche e mentali anche quando, ormai esausto, produce l’ultimo tackle necessario a frenare le disperate velleità offensive degli avversari.

Egli è una sorta di tutor, in alcuni casi addirittura un bodyguard al servizio dell’elemento più estroso del gruppo – spesso incastonato in un fisico minuto – condannato a ricevere le legnate intimorenti dei mastini rivali. Lui è sveglio, respira le rappresaglie che aleggiano nell’aria e immediatamente si reca al fronte, in prima linea e senza elmetto. Ed allora lo vedi mentre sottrae il gracile trequartista dalle mani strattonanti del ‘bullo’ di turno, sul viso del quale fissa la sua espressione fiera e combattiva, come a dire: ”Perché non lo fai con me? Riprovaci e vedrai che per te finisce male.”
 

Il mediano inesauribile, che conosce perfettamente il logorio fisico di novanta minuti spesi a tappare i buchi lasciati scoperti dai colleghi di squadra, è quasi sempre un uomo di poche parole, schivo e allergico alle luci dei riflettori. Mentre gli amici festeggiano rumorosamente una vittoria, si concedono a telecamere e taccuini per esprimere la soddisfazione ricavata da un gol oppure lasciano galoppare la fantasia nelle sconfinate distese degli esaltanti scenari futuri, lui resta seduto in disparte, scarica lo stress sorseggiando un tè caldo, esegue una pulizia sommaria degli scarpini e, di tanto in tanto, accenna un breve sorriso dopo aver abbracciato con lo sguardo la felicità altrui.
 

Brevi attimi di evasione, muta condivisione di una straripante soddisfazione collettiva; la sua mente è già proiettata alla tappa successiva, che non è mai la partita ma quasi quasi sempre la ripresa degli allenamenti. Dove sarà impegnato a capire cosa non ha funzionato nella prestazione appena archiviata, il motivo di quella tenuta atletica venuta meno prima del previsto, le cause di quel raddoppio di marcatura che, non effettuato tempestivamente, stava costando un gol alla squadra.

Perché il mediano, consapevole della possibilità di migliorare solo parzialmente il suo bagaglio tecnico, sa che il rendimento personale e la crescita del gruppo sono indissolubilmente legati alla ferrea volontà di correre senza sosta e con intelligenza. Egli è molto esigente, prima con sé stesso e poi con gli altri, meticolosamente organizza la settimana lavorativa tipo, non di rado sottopone il suo operato al vaglio del severo tribunale che dimora in lui.

I punti cardinali alla base del suo operato sono noiosi come la prescrizione medica per la cura di una malattia cronica: muscoli esplosivi, polmoni capienti, grinta costante e assenza di alibi. I ‘cagnacci’ di centrocampo sanno benissimo che gli allenamenti settimanali, svolti con attenzione maniacale prestata alla cura dei dettagli, sono fondamentali per giocare la partita accompagnati da un perfetto stato di forma fisica e psicologica.

A Salerno, di calciatori simili, ne abbiamo ammirati diversi. La rosa si amplia o restringe a seconda della cifra anagrafica del rievocatore di turno. A me, ad esempio, sono rimasti impressi nel cuore e nella memoria quattro protagonisti granata con queste caratteristiche. Al netto di Roberto Breda che, pur essendo un combattente, aveva un modo di interpretare elegantemente il ruolo, al punto da non far trapelare quella componente di sofferenza fisica che ho immediatamente amato nel quartetto di guerrieri di cui mi accingo a parlare.

Il primo, in ordine cronologico, è stato Franco Conforto da Vercelli. Zazzera bionda ad incorniciare un’espressione del viso perennemente accigliata, indurita da una barbetta incolta che gli conferiva l’aspetto di un poeta ‘maledetto’ o di un angelo scaraventato giù dal paradiso. In mezzo al campo era un gladiatore, correva incontro allo sfinimento, infliggeva e riceveva dolorose legnate. Tre anni nella nostra città (dall’83 all’85), un centinaio di battaglie sugli infuocati campi della terza serie, senza mai risparmiarsi o tirarsi indietro. Un contegno umbratile e allo stesso tempo uno sguardo vivido e tempestoso, che ho visto addolcirsi in una sola occasione, quando nell’85, negli attimi immediatamente precedenti la sfida di Coppa Italia con il Napoli, fu immortalato sorridente e felice accanto a Diego Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi. Giulivo come un bambino che si appresta ad addentare una tavoletta di cioccolato, e al diavolo le necessarie spigolosità che gli avevano forgiato il carattere girovagando per gli inferni calcistici campani, pugliesi e siciliani della vecchia C. In quel sorriso felicemente irrequieto, leggevi una sorta di soddisfazione per aver finalmente riscosso il meritato premio dopo tanti campionati all’insegna di silenziosi e sofferti sacrifici professionali.

Balzo in avanti nel tempo di tredici anni (stagione 1998-1999) ed a Salerno, proveniente dalle furenti lotte calcistiche scozzesi intrise di mitologia celtica, approda Gennaro Gattuso, focoso centrocampista nativo di Corigliano Calabro. Venti anni di ferro e fuoco che ti cozzano dentro senza soluzione di continuità. E’ uno spettacolo ammirarlo quando nel cerchio del rettangolo di gioco, in attesa del fischio d’inizio arbitrale, avvia la sua liturgia bellica domenicale, facendo dapprima scricchiolare le ossa poste alla base posteriore del cranio, dilatando poi le narici al punto da confonderlo con l’impaziente Bucefalo, l’indomabile cavallo del condottiero macedone Alessandro Magno. Infine, mentre la bolgia assordante dei quarantamila dell’Arechi gli fa schizzare dentro l’adrenalina fino a sollecitare i suoi istinti più primordiali, comincia a fissare a lungo il suo dirimpettaio. Quando il malcapitato di turno decide di non voler sopportare ulteriormente l’oltraggioso comportamento di quell’imberbe sfacciato, ricambiando senza convinzione le moleste attenzioni con uno sguardo finalmente dignitoso, il ‘Ringhio’, ancora in erba, conclude il personale prologo del match portando le due mani all’altezza del viso, come a voler mimare una minacciosa sentenza che, pressappoco, può essere riassunta con un inquietante ” E’ solo questione di minuti, tra un po’ ti gonfio la faccia così”. 

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Il nostalgico dispositivo del tempo ci catapulta nelle due stagioni successive (1999-2000/2000-2001). Un nuovo guerriero approda sulle coste tirreniche nostrane, ad accogliere il suo indomabile temperamento è lo stadio Arechi, mentre al centro della città il leggendario Vestuti, sempre più malandato e trascurato, riposa al sole come antiche vestigia di un solenne sito archeologico. Stiamo parlando di Giuliano Melosi da Saronno, morfologia tarchiata, pelata da marine e nervose fasce muscolari pronte a scattare in ogni zona del campo, ad attaccare spazi e a mordere i garretti dei rivali di turno. Si muove sul prato verde come un leone perennemente ferito, che, privo ormai di fiato, non smette di dispensare rabbiosi suggerimenti ai compagni, di compattare la squadra e prepararla ad un nuovo pressing coordinato ed asfissiante. E’ un piacere ammirarlo mentre macina chilometri, quando recupera palloni per il compagno stremato e, quindi, impossibilitato a rispettare i compiti tattici impartiti dall’allenatore. Un esempio dirompente per gli altri nove calciatori di movimento, mentre la Curva sud dell’Arechi, estasiata dal suo inesauribile ardore, lo celebra con il meritatissimo canto ”Undici, undici, undici Melosi, noi vogliamo undici Melosi”. Un immortale grido di battaglia che ha guadagnato una prestigiosa celletta per riposare a lungo nella memoria collettiva degli aficionados del cavalluccio.

Il nostro viaggio nell’universo granata popolato dai mastini della zona nevralgica del rettangolo verde si conclude con le stagioni 2014-2015 e 2015-2016, quando giunge a Salerno Davide Moro, l’interditore di sostanza chiesto espressamente dal tecnico Leonardo Menichini. La Salernitana milita in serie C, è stata  costruita per vincere il campionato, ma il suo organico risulta brulicante soprattutto di trequartisti, attaccanti, mezzepunte e interni senza passo. Il direttore sportivo Fabiani, dando un primo assaggio della sua acclarata difficoltà a costruire squadre complete e razionali, ha dimenticato di aggiungere la necessaria sostanza al centrocampo. Il ‘Manico’ se ne accorge e, a gennaio, chiede di coprire la vistosa lacuna con un ‘settepolmoni’ che consenta ai fantasisti presenti in organico di risultare devastanti con le loro giocate estrose ed imprevedibili. Da quel momento, la terribile banda guidata dell’ex vice di Carletto Mazzone inizia a trangugiare punti con impressionante continuità, approdando al felice esito finale della promozione in cadetteria. Una fetta importante di quel successo è da assegnare a Davide Moro, chioma fluente e barba folta, un nibelungo che sembra sbucato fuori da boschi gotici e inospitali, dopo aver abbandonato il ruolo di protagonista in un dramma musicale di Richard Wagner. Diventa in fretta un punto di riferimento per i compagni, le oltre 130 partite disputate in massima serie non intaccano minimamente i suoi umili silenzi che, essendo più eloquenti di mille parole inutili, lasciano spazio al lavoro infaticabile del campo. Egli è il classico appartenente alla ristretta stirpe che raccoglie proseliti spargendo esempi concreti di comportamento, gettando nella pattumiera smargiassate autocelebrative. Predica calma e compattezza, nella sconfitta e nel successo. All’interno dello spogliatoio o davanti alle telecamere, dopo ogni vittoria o passo falso, invita tutti a restare sul pezzo e a concentrarsi sulla tappa successiva. L’aspetto da ‘messia’ pallonaro aggiunge un’affascinante venatura di profetica lungimiranza alle sue sporadiche e laconiche esternazioni pubbliche. Sempre sveglio, centrato e consapevole, anche nel momento della felicità senza confini, quando, reso rilassato dalla promozione in B appena ghermita, mostra inattese capacità canore regalando alla folla gaudente un’interpretazione’ da brividi del ”Nessun dorma” di Giuseppe VerdiUn modo elegante ed epico per consegnare ai posteri il suo piccolo capolavoro calcistico.

I mediani granata, quei cari giovanotti che raramente hanno deliziato il senso estetico dei partecipanti alla secolare saga dell’Ippocampo, ma anche interpreti di un attaccamento alla maglia e di una serietà professionale capaci di scavare silenziosamente solchi profondi nel cuore della memoria collettiva.

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