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La fabbrica ideale di Castori, la quotidianità benedettina e la novella Rio De Janeiro granata

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Lasciarsi andare, consegnare razionalità e volontà all’ebbrezza del momento, chiudere gli occhi e viaggiare speditamente in una dimensione calcistica finalmente gratificante. Dopo l’esaltante chiusura pomeridiana di ieri del trentatreesimo turno cadetto, con la Salernitana capace di rosicchiare tre punti al Lecce e di allungare il vantaggio in graduatoria sul Monza di Brocchi, questo è l’itinerario che ogni tifoso granata vorrebbe percorrere in una primavera pallonara tanto dolce quanto inattesa.
Ed invece toccherà a tutti, squadra e tifoseria, serrare le fila più di prima, aguzzare la vista, tonificare i muscoli e affidarsi ad un progetto di fuga che, trainato da cuori mai domi e temperamenti arcigni modellati dall’abitudine alle sofferenze, approdi tra un mese in un porto sicuro animato da felicità e baldoria liberatoria.

Non era affatto scontato ammansire le residue velleità di sopravvivenza dell’Entella, occorrevano umiltà e pazienza, estro e cinismo, cattiveria agonistica e il colpo di fioretto assestato al momento giusto. Il tecnico e la squadra hanno interpretato perfettamente la gara, evitando l’errore di sottovalutare gli avversari, sfruttando con scaltrezza i frangenti favorevoli del match, continuando a tenere alta la concentrazione anche dopo aver messo in ghiacciaia una vittoria di inestimabile valore.

Un successo portato a casa grazie alla costante laboriosità delle tante formichine presenti nell’inespugnabile tana di Fabrizio Castori, in un contesto tecnico-tattico in cui gli acuti estemporanei delle cicale granata, svolazzanti nella trequarti dell’Entella, sono stati eseguiti senza mai smettere di indossare la tuta della fatica intrisa di sudore.

Provare ad essere sempre nel vivo dell’azione e cercare lo spazio per ricevere palla e ripartire (Tutino), arretrare per ostruire la linea di passaggio sul giropalla rivale (Kiyine), tamponare l’avversario, prendere un calcione e restare dolorante a terra dopo aver scaricato il pallone al compagno (Cicerelli), fanno pensare ad una sorta di fabbrica calcistica ideale, dove l’addetto alla catena di montaggio e il colletto bianco si fondono in un unico corpo proteso rabbiosamente verso l’auspicato taglio del traguardo vincente.

Vivarini ha provato a sorprendere Castori, pianificando un’evidente superiorità numerica nella zona nevralgica del campo con tre centrocampisti, due trequartisti ed altrettanti esterni bassi posizionati spesso alti. L’esperto trainer granata non ha abboccato, chiedendo ai suoi uomini compattezza centrale, sacrificio collettivo (Kiyine e Tutino spesso dietro la linea del pallone) e tanta cattiveria nelle ripartenze e sulle palle inattive a favore.

L’esito del match, coronato da una vittoria di ampie dimensioni e nobilitato dall’ennesima giornata di relax vissuta da Belec, narra, su sponda avversaria, di qualche traversone scodellato in area e poco altro. Risvolto tattico ampiamente preventivato da Castori, più interessato a non concedere agibilità ai rivali tra le linee che ad impedir loro qualche cross in più, ben sapendo di correre meno rischi nel fronteggiare con Bogdan e Gyomber lo scarsamente acrobatico Brunori. Infine, la cattiveria agonistica da mettere al servizio della ricerca ostinata dei tre punti si è vista sin dalle primissime battute. Iniziando con Di Tacchio avventatosi come un falco sul tracciante da destra partito dal piede di un sontuoso Casasola, continuando con le sortite decisive di Veseli e Bogdan, finendo con i rabbiosi spunti di Tutino. Senza dimenticare l’intelligenza tattica di Schiavone e l’incremento di qualità ed estro assicurato dal trio Cicerelli-Kiyine-Anderson, finalmente inserito a pieno titolo nel progetto calcistico di Fabrizio Castori.

Quattrocentocinquanta minuti da vivere in apnea, distribuiti su un arco temporale lungo appena trenta giorni. Riposo e lavoro a testa basa dovranno alternarsi virtuosamente, alla stregua di una quotidianità benedettina, espellendo dall’abbazia granata retta dal priore Castori qualsiasi snervante tentazione di fare calcoli, i quali finirebbero per dissipare fondamentali energie fisiche e mentali. La squadra dovrà essere isolata dal crescente entusiasmo della tifoseria, cercare con la sua inesauribile dedizione alla causa di spazzare via le scorie del desolante quinquennio cadetto propinato dalla triade dirigenziale laziale. Alla quale, con o senza vittoria del torneo, non smetteremo mai di chiedere il motivo del mancato acquisto di un bomber prolifico da affiancare a Gennaro Tutino. Lo avesse fatto, la Salerno calcistica, pandemia permettendo, sarebbe già adesso una novella Rio de Janeiro consegnata alle sfrenate gioie del carnevale.

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