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Vulpiani: “Quel tintinnio di bottiglie da “Marcello”. Il Vestuti era come il Colosseo. Salernitana, per vincere…”

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Salernitana 1980-1981, Vulpiani è il quarto in piedi da sinistra - Fonte: salernitanastory.it
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Lunedì prossimo, 23 novembre 2020, ricorrerà il quarantennale del terremoto che sconvolse la Campania e Basilicata. Dopo Matteo Mancuso (link all’intervista: https://www.solosalerno.it/2020/11/15/mancuso-la-stagione-del-terremoto-vale-una-promozione-sempre-grato-alla-salernitana-il-portiere-granata-piu-forte/), quest’oggi tocca a Fabio Vulpiani, centrocampista della Salernitana tra il 1980 e il 1984 con 152 presenze tra campionato, Coppa Italia e Coppa Italia di Serie C impreziosite da 13 reti, raccontare i ricordi di quella drammatica sera per poi ovviamente spaziare su altri amarcord, non disdegnando uno sguardo sul presente.

Ciao Fabio. Allora, partiamo dal tuo ricordo di quel 23 novembre 1980.
Ciao. Ricordo benissimo il tutto. Noi scapoli della squadra stavamo cenando, dopo aver disputato nel pomeriggio la partita contro la Turris, presso il ristorante “Marcello” situato sulla litoranea orientale e stavamo guardando in tv il secondo tempo in differita di Juventus-Inter. Rammento quel tintinnio di bottiglie sulle mensole e immediatamente Nello Dal Corso (difensore di quella Salernitana, ndr), che aveva già vissuto l’esperienza del Belice, si accorse subito cosa stava capitando e portò tutti fuori dal locale, organizzando una sorta di cordata umana che comprendeva noi e tutto il personale del ristorante. Appena usciti fuori, non posso mai dimenticarmi di aver percepito distintamente sotto i miei piedi il passaggio di una sorta di “onda”. Il tutto avvenne in pochi secondi da non renderci veramente conto di quello che era accaduto. Tornando a Salerno, all’Hotel Garibaldi presso il Cementificio (via Torrione, ndr), cominciammo a capire quello che era successo. Mi ricordo che qualche giorno dopo stavo in albergo e una scossa di assestamento crepò lievemente una parete dello stabile, tant’è vero che ci fecero uscire immediatamente fuori“.

Quanto quell’evento condizionò il campionato della Salernitana stagione 1980/1981?
Sicuramente lo condizionò, perché noi partimmo bene in quella stagione nonostante il ritiro iniziato tardi. Poi, il sisma e soprattutto i giorni successivi allo stesso furono psicologicamente molto difficili. Bisognava pensare alla ripresa della vita quotidiana in primis, noi non ci allenammo per diversi giorni né avevamo indicazioni su cosa fare. Da questo punto di vista, sono d’accordo con Matteo Mancuso quando afferma che quella salvezza rappresenta una promozione. Sì, l’aver mantenuto la categoria in quella stagione è stata un’impresa. Anche perché, terremoto a parte, nessuno in quell’anno ci regalò qualcosa, poiché subimmo anche la squalifica del campo (dopo l’invasione di campo in Salernitana-Sambenedettese, 15/3/1981, ndr) Noi ci salvammo all’ultima di campionato pareggiando in trasferta contro la Ternana. Mi ricordo che i rossoverdi, pur già tranquilli, fecero lo stesso la partita. Me lo confermò Valigi, calciatore della Ternana, che marcai in quella sfida. Abbiamo fatto qualcosa di importante“.

Quattro stagioni con la maglia della Salernitana. Il tuo ricordo più bello?
Sono stati quattro anni dove sono stato molto bene. Ero giovane, provenivo dalla Paganese e nei miei quattro anni in granata sono migliorato molto sia tecnicamente quanto caratterialmente, anche grazie a tanti compagni di squadra che mi hanno aiutato in questo percorso di crescita. Poi, dopo Salerno, ho fatto diversi anni di C al Centro e al Nord in piazze come Trento, Fano, Alessandria, ma come si viveva il calcio a Salerno era decisamente un’altra dimensione. Di quei quattro anni, però, resta il rammarico di non essere riusciti a regalare alla piazza la promozione in Serie B. La cadetteria ci è sfumata sul più bello più volte per diverse circostanze. Peccato, perché se fossimo riusciti ad andare in B sarebbe stato un bel trampolino di lancio per Salerno e avremmo lasciato un ricordo importante. Sebbene…

Sebbene?
Sebbene, nonostante non sia arrivato il risultato sportivo, ogni volta che scendo a Salerno – cosa che accade spesso essendo mia moglie salernitana – vengo sempre salutato con affetto. La gente salernitana è legatissima al periodo in cui giocai e ai calciatori di quel periodo. Anche perché, a differenza del calcio di oggi, all’epoca il calciatore apparteneva, nel vero senso del termine, alla società e di conseguenza alla città. Vi era un attaccamento diverso tra il giocatore e il luogo in cui giocava. Soprattutto quando questo luogo, come Salerno, viveva il calcio in maniera viscerale, trascorrendo la sua settimana sul risultato domenicale della squadra. Quando si vinceva, già dal lunedì vedevi la gioia dei salernitani. Così come si percepiva l’umore opposto quando si perdeva. Una situazione che ho anche vissuto sulla mia pelle. Quando giunsi alla Salernitana dalla Paganese, mi feci male in preparazione e avvertii la diffidenza nei miei confronti da parte della tifoseria. Diffidenza che poi mano a mano è scomparsa. Niente da fare, il rapporto all’epoca era davvero più intenso e meno dispersivo. Vi era anche una situazione diversa nelle squadre. Mi ricordo che noi scapoli venivamo sempre invitati a pranzo dagli sposati, che vivevano a Vietri sul Mare. E ti dirò di più…

Cosa?
Noi calciatori che abbiamo giocato negli anni ’80 a Salerno ci sentiamo tutti grazie a un gruppo Whatsapp e lo scorso anno ci siamo visti in città per una cena, occasione dove ho potuto conoscere anche alcuni che non sono stati miei compagni di squadra. Ebbene, tutti gli intervenuti hanno reputato la Salernitana come la parte più importante della loro carriera e soprattutto quella dove sono cresciuti sia come calciatori che come uomini. Perché non dobbiamo mai dimenticarci che, alla fine della giostra, il calciatore scompare ma l’uomo rimane“.

Tornando alla tua esperienza a Salerno, qual è stato il tuo gol più bello?
La mia rete più bella è il gol che fissò il punteggio della sfida contro il Taranto al “Vestuti” della stagione 1981/1982 sul definitivo 2-0 (1 novembre 1981, 7/a giornata, ndr). Questo soprattutto per il significato di quella marcatura. La partita contro il Taranto rappresentava l’esordio in panchina di Romano Matté, chiamato al posto dell’esonerato Giammarinaro. Il nuovo tecnico mi mise in panchina e ci rimasi male, perché fino ad allora ero titolare. Entrai nel secondo tempo e siglai il gol del 2-0 grazie a un cross di Di Venere. Nel dopopartita, invece di rientrare negli spogliatoi, restai sul terreno di gioco assieme agli altri panchinari a svolgere un defaticante come voleva il mister. E mi ricordo che svolsi quell’allenamento tra gli applausi dei tifosi che rimasero sugli spalti dello stadio a incoraggiarmi e ad applaudirmi“.

Hai parlato di Matté, che è stato uno dei diversi allenatori avuti a Salerno. Se dovessi fare un nome di quale tecnico ti è rimasto più impresso?

Mi hanno tutti lasciato qualcosa di particolare, ma se proprio ne devo citare uno, ti dico Cisco Lojacono (allenatore dei granata tra la 1/a e la 19/a giornata della stagione 1982/1983, ndr). Purtroppo aveva la nomea di “donnaiolo” che gli proveniva dalla sua esperienza a Roma. E questa nomea gli era rimasta appiccicata anche a Salerno. Niente di più falso. Lojacono scappava sì a Roma dopo la partita, ma perché aveva un figlio con un tumore al ginocchio e voleva stargli accanto. Con lui giocammo un bellissimo calcio, anche se incappammo in qualche sconfitta di troppo. Poi, nonostante non avesse più il fisico da calciatore, mi aiutò a migliorarmi tantissimo nei fondamentali tecnici“.

Troisi e Japicca, i due presidenti più significativi della tua esperienza a Salerno. Che ricordi hai?
Beh, non posso dire di averli conosciuti bene entrambi. Forse Troisi seguiva di più la squadra, mi ricordo di sua figlia che era sempre presente agli allenamenti, aveva un rapporto più diretto con noi. Japicca non si comportava allo stesso modo. C’è da dire che, tra gli elementi che ci hanno impedito di centrare la B all’epoca, va messo anche la scarsa conoscenza calcistica e la preparazione insufficiente nella gestione da parte della società“.

Se dovessi spiegare cosa era il Vestuti a un tifoso della Salernitana che, per motivi anagrafici, non l’ha mai vissuto, cosa diresti?
Lo spiegherei con questa metafora. Il solo salire la scaletta che portava al campo, con la curva sulla tua destra a 50 metri piena di tifosi e attaccata al terreno di gioco, mi faceva pensare al Colosseo di Roma che accoglieva i gladiatori. Sarà anche perché collocato al centro della città, ma davvero il Vestuti mi rimanda al Colosseo. E per giocarci, dovevi avere la forza caratteriale di vincere il contrasto con il pubblico che esprimeva sempre chiaramente tutti i suoi pensieri, sia nel bene che nel male“.

Andiamo al presente. Segui la Salernitana? E, se sì, cosa pensi della squadra di Castori?
La seguo in relazione al delicato momento che stiamo vivendo, in quanto ora le priorità sono altre. Comunque mi sembra che Castori sia partito molto bene, eccezion fatta per l’ultima gara contro la SPAL. Anche se mi pare che pure negli ultimi anni la Salernitana sia sempre partita bene, salvo poi perdersi nel corso della stagione“.

E qui mi fornisci un assist. Diverse frange della tifoseria granata associano l’andamento che hai descritto al fatto che il copatron della Salernitana sia anche il Presidente della Lazio. Cosa ne pensi della multiproprietà nel calcio?
Allora, secondo me è giusto che un imprenditore nel calcio professionistico segua solo una squadra e si dedichi solo a quella, non ho problemi a dirlo. Detto questo, è anche da sottolineare come Lotito alla Lazio, realtà che conosco bene vivendo a Roma, si è imposto col pugno duro e alla fine, nonostante le difficoltà societarie iniziali, le sue idee hanno portato risultati. E mi riallaccio al discorso di Matteo Mancuso, siamo al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Perché la Salernitana comunque disputa la Serie B, potenzialmente può competere per le prime posizioni del campionato ed è risalita in fretta dalle categorie inferiori dove ci sono ancora squadre di una certa caratura. Vanno comunque dette determinate cose in merito”.

Cioè?
A prescindere dalla multiproprietà o meno, vincere a Salerno non è mai facile. E poi, occorrono due cose basilari. In primis, le strutture. Mi sembra che questa situazione sia migliorata con i nuovi campi che si trovano sulla Litoranea (il Mary Rosy, ndr) ma ricordo che qualche anno fa mi capitò di assistere a una partita di una squadra giovanile della Salernitana su un campo non certo bello. E poi, difficilmente si vincerà se ogni anno si rivoluziona la rosa e non si comincia a dare un minimo di continuità al gruppo. Bisogna costruire una base senza fare l’errore di cercare per forza i nomi. Magari bastano anche calciatori meno noti ma che abbiano la forza mentale di giocare a Salerno, ai quali però va dato loro tempo“.