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SALERNITANA: SE LA STORIA PUÒ INSEGNARE

E' una gara molto importante, ma il rischio di caricarla troppo è dietro l'angolo

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Una lunga vigilia, ma oggi finalmente si gioca. La Salernitana sarà priva del suo allenatore, Castori, il Monza degli otto calciatori che lunedì scorso si erano recati al Casinò di Lugano.
Si è detto e scritto tanto sulla vicenda.
Sarebbe bastato che, fin dal primo momento, le autorità sanitarie avessero preso una posizione ufficiale e che, a sua volta, anche il Monza si fosse adeguato, annunciando l’intenzione di lasciare a casa gli “svizzeri”, senza arrivare alla vigilia della partita per comunicarlo.

Oggi si gioca ed il campo avrà la precedenza su tutto, ma una premessa è d’obbligo: si tratta solo di una partita di calcio, non bisogna andare a caccia di vendette verso nessuno.
Eventuali intemperanze, azioni intimidatorie o quanto meno di disturbo (come, pare, siano state poste in atto stanotte nei pressi del ritiro del Monza) non darebbero lustro alla città ed alla tifoseria salernitana.
Bisogna saper scindere i piani e capire che è importante restare calmi, per evitare passi azzardati che potrebbero avere effetti controproducenti.

La storia va studiata e ricordata perché sia monito e lezione per il futuro, non perché si possa pensare di saldare i conti facendosi in un certo senso giustizia da sé.
Galliani è un dirigente del Monza ed in queste vesti non può che fare gli interessi della sua società, così come i dirigenti della Salernitana o del Lecce non possono che preoccuparsi di fare altrettanto per le rispettive società.

È il gioco delle parti, niente di più e niente di meno.
Per ogni tifoso la propria squadra di calcio è patrimonio di passione, amore, ricordi, tradizioni, è simbolo ed essenza di un modo di essere e di sentirsi legati gli uni con gli altri, di riconoscersi e di capirsi senza bisogno di chiamarsi per nome, perché non c’è neanche bisogno di conoscerlo il nome dell’altro che ci sta accanto quando si è allo stadio o si è in strada per una liturgia collettiva, fatta di una mistica profana, eppure sacra, che non può e non deve portare ad esasperazioni ed esagerazioni.

È giusto, è bello, e merita di essere difeso quel sentimento che accomuna chi ha la stessa fede calcistica ma bisogna anche ricordarsi che il significato che il tifoso attribuisce al calcio non è quello che lo stesso ha per chi il calcio lo “fa”, lo comanda, lo indirizza.
La passione della gente è stata, per molti, mortificata dalla Superlega, ma non bisogna cadere nell’ipocrisia perché ogni giorno i padroni del vapore la offendono e la manipolano, senza bisogna di aderire ad una qualsiasi Superlega.

Se si vuole che il calcio torni ad essere davvero della gente, dei tifosi, dei bambini, allora si abbia il coraggio di fare il primo passo, mettendo da parte odio e violenza, riscoprendo il piacere e la bellezza di godere del calcio e dell’emozione che regala vedere la propria squadra in campo.

Dirigenti, arbitri, calciatori sono attori indispensabili per garantire lo spettacolo: da ciascuno il tifoso dovrebbe pretendere la massima lealtà, senza pensare che l’errore, la malafede, le brutture che sporcano il pallone ed offendono la passione abbiano solo determinati colori: quelli dell’altro, dell’avversario.

Solo se e quando saremo pronti ad esigere il rispetto delle regole e la massima trasparenza da tutti, allora potremo difendere nel senso più autentico e profondo del termine la nostra passione, il calcio che ci piace.

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Classe '76, non sempre è nervoso.