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La cavalleria rusticana al teatro. In campo e dietro la scrivania si lavori concretamente per l’obiettivo salvezza

Rapporti personali non idilliaci, velleità tattiche incomprensibili, insoddisfazioni e malesseri crescenti. Decisioni dall'alto che tardano a mettere ordine e a richiamare tutti alle responsabilità dei propri ruoli. Salernitana, smettila di essere autolesionista.

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Prima ancora di necessari accorgimenti tecnico-tattici o di innesti da attendere come manna calante dai cieli del calciomercato invernale, la Salernitana avrebbe bisogno, soprattutto, di placare i tanti bollenti spiriti che, sulfurei, si materializzano sempre più spesso al termine delle sue prestazioni.

Perché, al di là delle smentite di prammatica, tese senza tanta convinzione a non alimentare polemiche e conflittualità latenti, ciò che trasuda dalle mura degli spogliatoi e delle segrete stanze societarie, tutto è tranne che un pastone lirico intriso di armonia, complicità e unità di intenti.

Toni aggressivi e impazienti, messaggi in codice da distribuire, gestualità insofferenti, sguardi che indagano e sfidano. Insomma, un livido siparietto che non sfocia in aperta cavalleria rusticana solo grazie al parziale senso della misura che, fortunatamente, ancora alberga, più o meno consapevolmente, nell’operato di tutti i protagonisti della vicenda calcistica granata.

I post match, dedicati alla dialettica e all’analisi, somigliano tanto a quegli spettacoli di arte varia cari al cantautore astigiano Paolo Conte.

Orgogli, visioni e convinzioni differenti, per adesso, trovano più naturale entrare in rotta di collisione che elaborare una virtuosa strategia cooperativa di media scadenza che imponga una sintesi e metta al riparo l’Ippocampo da amare sorprese.

La società deve intervenire, lontano dai riflettori, e assumersi l’onere e il diritto di tracciare un percorso concreto da seguire, scegliendo con nettezza anche da che parte stare. Visto e considerato che, erroneamente, si continua a ritenere che le ostilità in atto vedrebbero coinvolti esclusivamente direttore sportivo, allenatore e qualche calciatore irritato dalla scarsa considerazione.

Se Nicola afferma pubblicamente che chiedere qualcosa in più a questa squadra sia solo un insolente esercizio di qualche ‘rompitore di palle’, gli strali raggiungono inevitabilmente anche la scrivania di patron Iervolino, il quale da sempre ritiene la sua creatura in grado di ritagliarsi uno spazio importante nel versante sinistro della graduatoria.

Per quanto riguarda la partita disputata ieri all’Arechi, continuiamo a pensare che la Salernitana sia composta da calciatori dotati dal punto di vista tecnico, di grande prospettiva, muniti di significativo spessore carismatico, ma ancora non pronti per affrontare alla pari squadre come il Milan.

Giocare uomo contro uomo su Leao, Giroud, Tonali, con la linea difensiva alta e interpreti in chiara difficoltà, fisica e dinamica, a fronteggiarli, è stata una forma di presunzione calcistica che poteva e doveva essere evitata. Il conto, salatissimo e reso meno mortificante solo grazie alle prodezze di Ochoa, è stato presentato immediatamente.

E, con esso, è sceso abbastanza in fretta il sipario sul match. La sconfitta di misura è solo un effetto ottico, perché, tolti i primi e gli ultimi cinque minuti di gioco, i padroni di casa sono stata quasi sempre in soggezione al cospetto dei più blasonati rivali.

La Salernitana è una squadra di qualità, composta da elementi in grado di far girare il pallone con razionalità e senza frenesia, alternando tempi di gioco improntati alla gestione con accelerazioni verticali e pressing intenso. Perché snaturarla chiedendole di andare sempre a cento all’ora, quando potrebbe invece provare a fare la partita guadagnando campo e preservando compattezza difensiva attraverso un palleggio che i tanti piedi educati presenti in organico (Candreva, Bradaric, Bohinen, Vilhena, Fazio, Dia, Piatek, Bonazzoli) sono in grado di garantire?

Dia, Piatek, Bonazzoli e lo stesso Botheim hanno polvere da sparo equivalente ad almeno una trentina di gol. E’ davvero pressante questa necessità di rivaleggiare con tutti sul piano fisico e temperamentale, scoprendo spesso i fianchi e compromettendo sul nascere le partite, quando al tuo arco sono presenti frecce che possono colpire in qualsiasi istante e nei modi più disparati?

Non sarebbe il caso assegnare alla retroguardia compiti meno ostici (costanti letture preventive, sincronismi immediati nello scalare marcature, innaturali corpo a corpo fondati su tempismo e rapidità), principi più pragmatici, solidità e concretezza, lasciando ai calciatori chiamati a fare la differenza il compito di incanalare e risolvere positivamente le contese?

I match vinti in casa contro Verona e Spezia, la buona prestazione a Milano contro l’Inter, non avevano già suggerito di virare in questa direzione?

L’obiettivo è condurre serenamente in porto la navicella granata, oppure l’appuntamento con il campo è diventato una sorta di laboratorio dal quale far uscire un’interpretazione calcistica più interessata ad alimentare vanità e ambizioni personali?

Di quesiti da porre e risposte da trovare è pieno il tempo presente. Pertanto, qualcosa si muova in fretta, prima che la classifica diventi stagnante e le ansie comincino ad essere ingestibili.