Home Editoriale Il giorno dopo Atalanta – Salernitana: basta accontentarsi

Il giorno dopo Atalanta – Salernitana: basta accontentarsi

Ieri sera la reiterata costruzione dal basso dei granata ha dato l’impressione di essere approssimativa, improvvisata e scolastica

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pitch Gewiss Stadium
pitch Gewiss Stadium
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Atalanta – Salernitana è ormai storia. Il 4–1 rifilato dai bergamaschi alla Bersagliera è pesante e per molti anche troppo crudele per quello visto sul rettangolo di gioco. Rispetto al nulla cosmico visto nelle ultime due uscite contro Fiorentina e Bologna, il minimo indispensabile fatto ieri dai granata potrebbe anche soddisfare qualcuno ma sicuramente non può bastare per fare risultato al Gewiss Stadium

Se l’obiettivo era scendere in campo con piglio e attenzione differenti, questo è stato in parte raggiunto almeno fino al gol al minuto 83 del belga De Ketelaere, il quale ha decretato l’entrata negli spogliatoi anticipata e ingiustificata per una Salernitana che oltre al quarto gol (minuto 89) ha rischiato di subirne anche altri per errori grossolani e figli di poca concentrazione. 

La partita di Bergamo ha messo alla luce, come nei migliori riassunti, pregi e difetti di una squadra che possiede le doti per poter fare di più di quello visto finora. I problemi strutturali ci sono, la fragilità mentale è evidente ed è sintomo di una mancanza d’identità di squadra che, al di là delle scorie nello spogliatoio, mister Inzaghi non è riuscito ancora a conferire ai suoi ragazzi. 

Se possiamo asserire che, in questo momento, la “questione mentale” prevarica su quella tecnico-tattica non possiamo però trascurare il fatto che molto spesso la convinzione, la sicurezza, l’identità di una squadra non possono ormai, nel calcio moderno, non essere accompagnate dalle idee, dal gioco. 

È inutile girarci attorno, la Salernitana non gioca a calcio: ieri sera la reiterata costruzione dal basso dei granata ha dato continuamente l’impressione di essere approssimativa, improvvisata e scolastica; la mancanza totale di movimento senza palla e di un’ occupazione diversa delle spaziature ha reso l’ “uomo vs uomo” della Dea di troppa facile lettura avendo tutti i riferimenti poco mobili e poco sicuri di quello che stessero facendo. 

Da un errore in disimpegno di Gyomber (messo in difficoltà dall’ennesimo tentativo di costruzione mal riuscito) nasce il gol che chiude definitivamente la partita ma addossare le colpe al singolo è troppo riduttivo e superficiale se l’unica alternativa al perdere la palla sulla propria trequarti è stato il solo e perpetuo lancio a superare il centrocampo e poi pregare. 

La “buona” prestazione rivendicata dal mister e da alcuni addetti ai lavori è fumo negli occhi che nasconde troppo facilmente quanto visto nelle settimane precedenti: fare peggio di quanto visto contro Fiorentina e Bologna sarebbe stata un’ impresa. La rosa della Salernitana non è inferiore alle sue dirette concorrenti per la salvezza: il reparto offensivo ha qualità ma troppe poche volte ha la possibilità di ricevere palloni “puliti” e le occasioni create sono molto spesso figlie del fato o di “seconde palle” vinte nella metà campo avversaria; nonostante ciò, ieri sera i granata hanno creato 2–3 palle gol nitide contro la difesa della Dea non certo nota per la sua impermeabilità. 

Con un po’ più di fortuna dalla propria parte e concretezza forse si sarebbe potuto anche agguantare un pareggio, ma la disamina sarebbe rimasta invariata: la Salernitana non può salvarsi se assieme al gruppo non ritrova quel gioco, quella voglia di proporre e quell’identità che nelle stagioni scorse, nella parentesi con Nicola prima e con Paulo Sousa dopo, hanno contraddistinto questa squadra.