Home Editoriale Il populismo spiegato ai tifosi – di Corrado De Rosa

Il populismo spiegato ai tifosi – di Corrado De Rosa

Forse, quando Angelo Fabiani, il DS della Salernitana, dice che il malcontento della piazza si riduce a una minoranza di leoni da tastiera, è vittima, anche lui, di una distorsione psicologica.

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di Corrado De Rosa

Il giorno in cui al referendum sulla riduzione dei parlamentari ha vinto il Si, sono rimasto senza parole. Ero certo di un plebiscito per il No, mi ero chiuso in una bolla di contatti in cui tutti la pensavano come me, ho continuato a sentire solo pareri che confermavano il mio punto di vista.

É l’effetto della camera ecoica: il nostro cervello offre una corsia preferenziale alle informazioni che rinforzano il suo punto di vista, e del cosiddetto bias di conferma: la mente tende a selezionare informazioni che confermano quello che già sa.

Forse, quando Angelo Fabiani, il DS della Salernitana, dice che il malcontento della piazza si riduce a una minoranza di leoni da tastiera, è vittima, anche lui, di questa distorsione psicologica.
Perché mai la diffidenza, il disamore, la rabbia, in un concetto solo: la perdita della speranza, si era manifestata in modo così eclatante da parte dei salernitani per la Salernitana. Anzi, per i proprietari della Salernitana.

La politica ci ha fatto vedere tante volte quello che sta accadendo negli anni di Claudio Lotito & friends. Una narrazione funzionale a costruire consenso ignorando i dati reali (dichiarazioni sulle proprie capacità raffrontate a notizie errate sulla storia della squadra), appelli alla pancia sociale (ci pensiamo noi, vi riportiamo dove meritate), soluzioni sbandierate immediate e condivise (remiamo tutti sulla stessa barca, se i tifosi vengono allo stadio faremo grandi cose).

Poi, però, quando si capisce che i problemi non si risolvono con le narrazioni, ecco l’irrigidimento (le risposte insofferenti prima e infastidite poi alle domande dei giornalisti, le continue interruzioni durante le interviste per rispondere a questa o a quella telefonata senza rispetto per chi sta lavorando, per esempio, in sala stampa), le reazioni scomposte (il malcontento è creato ad arte per danneggiarci), l’appello all’ingratitudine (quando siamo arrivati noi non avevate neppure i palloni), i tentativi di dividere la piazza (gli inviti romani), di manipolarla (solo gli ultras sono degni di rispetto, il resto no), i messaggi slogan (il nostro obiettivo è fare il massimo di quello che è nelle nostre possibilità, una supercazzola che non significa niente), il richiamo alla “nobiltà” del proprio operato, un po’ da Marchese del Grillo (voi non mettete i soldi, quindi dovete stare zitti). E quindi quella tipica mutazione che abbiamo già visto nel primo Novecento e che si sta ripetendo, sempre in politica, in questi anni: la trasformazione da populismo partecipato a populismo autoritario senza essere autorevole.


É chiaro che, un editoriale di Ciro Romano di qualche giorno fa lo spiegava benissimo, dovevamo essere consapevoli di aver venduto, a suo tempo, l’anima al diavolo. Dovevamo sapere che, prima o poi, il nodo sarebbe venuto al pettine. Che a un certo punto il meccanismo si sarebbe inceppato come si incepperà a Napoli e Bari.


Quello che non potevamo immaginare, è la personalizzazione delle posizioni, le offese più o meno dirette, l’ostruzionismo mediatico, le liste di proscrizione. La percezione che in ogni gesto, in ogni decisione societaria il messaggio sia: non ci interessa di quello che pensate. Se un certo metodo di lavoro è inviso ai tifosi, si sceglie di mettere in posizioni apicali proprio chi quel metodo di lavoro lo ha interpretato quando era calciatore e lo interpreterà da dirigente.
Se la speranza poteva essere, dopo le dimissioni di Ventura, che arrivasse un allenatore di rottura, uno alla Walter Zenga, per intenderci, ecco il ritorno di Fabrizio Castori. Che sarà pure un bravo allenatore, ma certamente non è l’uomo giusto per riaccendere la passione dei tifosi.


Per carità, i proprietari della Salernitana sono loro. Quelli economici intendo. Però una squadra di calcio è un patrimonio emotivo collettivo.
E si che, a Salerno, i tifosi hanno dimostrato spalle larghe e dedizione incondizionata. Hanno accolto a braccia aperte Benassi e Torbidoni, le amnesie morali di Varrella, il calcio totale di Janssen e Ferrier, la creatività tattica di Cadregari e quella tecnica di Louhenapessy. Avrebbero accettato, stoici, anche Mastrangelo, centravanti del Massafra. Purché senza insolenza, con un po’ di rispetto per la propria intelligenza.

Non possono sentirsi dire, all’esito della figuraccia nell’anno del centenario: che state dicendo? Il centenario vero è l’anno prossimo. Nè possono bersi la negazione sfacciata della realtà. Perché se pensare che il malcontento sia di pochi animatori del web può essere, diplomaticamente, una distorsione cognitiva, a dirla tutta è frutto di un utilizzo sistematico di un metodo, anche questo, tipicamente populista: il metodo della perdita dei fatti, in cui le opinioni personali valgono più dei dati di realtà.

E adesso?


Lo sbocco naturale del percorso, la politica questo ci insegna, sarà la pretesa di controllo dei mezzi di comunicazione, un atteggiamento intimidatorio, una divisione del mondo (in questo caso dei tifosi) in amici e nemici, in puri e impuri – che diventeranno quelli che hanno a cuore veramente la Salernitana e quelli che se ne fregano e polemizzano per il gusto di farlo -, un’avversione sempre più radicata verso tutto quello che arriva dall’esterno. E poi un lento, progressivo isolamento. Che i dirigenti considereranno protettivo e che invece, dovrebbe essere il cavallo di Troia che li farà cambiare aria.


L’isolamento avrà i suoi effetti collaterali: il tifoso violenterà, almeno per un po’, il suo patrimonio genetico (ma lo sta già facendo), si allontanerà da tutto quello che rappresenta l’immaginario di ogni appassionato che si rispetti: lo stadio, i risultati, la classifica, la settimana scandita dalla preparazione alla partita. I giornalisti, quelli che condividono questo punto di vista naturalmente, parleranno sempre meno di campionato e spiegheranno perché le cose non possono più andare avanti, chiariranno perché sarà difficile avviare eventuali trattative di vendita senza che si sappia con certezza nemmeno quali calciatori sono della Salernitana e quali della Lazio.


Questo, prima o poi, farà scoppiare il caso. Farà comprendere, al di là dei confini di Scafati e Sapri, i controsensi insostenibili della multiproprietà. E amen se dovremo ripartire dai campi sterrati, da Selargius e Palestrina, dagli stopper con la pancia e dai calciatori che si buttano a terra per fermare le partite.

Perché, è vero, si può sempre sperare nell’effetto Oronzo Canà che porta la Longobarda alla salvezza nell’anno in cui deve retrocedere.

Ma il 5-5-5 non è schema radicato dalle nostre parti e, a essere realistici, meglio riprendersi quell’anima venduta al diavolo che ciondolare senza scopi nell’anonimato.

Corrado De Rosa è uno psichiatra, autore di numerosi saggi, scientifici e divulgativi, sull’uso della follia nei processi di mafia e terrorismo. Per conto dell’autorità giudiziaria si è occupato di camorra, infiltrazioni mafiose al Nord ed eversione nera.

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