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Le partite della nostra storia. Gli anni ’40.

È uno dei decenni più gloriosi della storia della Salernitana, che nel 1943 conquista la Serie B agli ordini di Viani, nel 1944 vince la Coppa della Liberazione, poi approda in Serie A dove disputa un campionato bello e sfortunato. È il decennio del vianema, del colore granata e della prima apparizione dell'ippocampo.

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Dopo aver narrato le partite più importanti del primo decennio e poi degli anni ’30, proseguiamo il racconto con gli anni ’40, che ci hanno regalato due promozioni, un trofeo, il vianema, il colore granata e l’ippocampo. I testi sono stati già pubblicati a puntate sulla nostra pagina Facebook, che vi invitiamo a seguire per restare aggiornati sui nuovi episodi di questa rubrica.

13. Borzacchini Terni-Salernitana 2-3, 6 giugno 1943

Dopo la retrocessione dalla Serie B alla Serie C del 1939 la Salernitana aveva disputato tre buoni campionati di alta classifica, senza però riuscire a ottenere il ritorno in cadetteria. Nella stagione 1941/42, la formazione allenata da Gipo Viani aveva perduto il diritto a disputare il girone finale per la promozione in B a causa di un tentativo di corruzione del portiere della Cavese, in occasione di un derby vinto per 8 a 0, punito dalle autorità federali.

Anche nella stagione 1942/43 Gipo Viani riveste un triplice ruolo: da calciatore è un discreto centrocampista; da allenatore introduce il “sistema” in luogo del più classico “metodo”; da operatore di mercato viaggia per tutt’Italia alla ricerca di calciatori utili per centrare la promozione in B.

La Salernitana vince agevolmente il suo girone e accede al gruppo che qualificherà due squadre alla categoria superiore. Alla vigilia della decima e ultima giornata della fase finale la classifica è la seguente: Varese 11, Terni 9, Salernitana 8. Con il Varese aritmeticamente in B c’è ancora un posto da colmare. Scontro diretto a Terni: con la vittoria o il pareggio i rosso-verdi tagliano il traguardo. La Salernitana può soltanto vincere.

Formazione biancoceleste: Traverso, Rosso, Lomi, Trotter, Viani, Iacovazzo, Onorato, Cagna, Pallotta, Rampini, Coccia. Viani è l’allenatore e il capitano della squadra.

Venti di guerra spirano sull’Italia, ma i supporters salernitani, con coraggio e incoscienza, non rinunciano alla trasferta in Umbria. Il primo tempo si conclude sul 2-1 per i locali, passati in vantaggio al 12’ e di nuovo al 35’ dopo il momentaneo pareggio siglato da Elio Onorato. Nella ripresa, ancora il salernitano Onorato pareggia al 17’ con un tiro dalla distanza che sorprende il portiere. Alla mezz’ora, Sergio Rampini approfitta del terzo grave errore l’estremo difensore Ukmar e sigla di testa la rete della vittoria e della promozione in Serie B.

Il 20 giugno la Salernitana si congeda dalla magnifica stagione battendo in amichevole la Bagnolese. La sera stessa, un aereo inglese bombarda la stazione di Salerno e il giorno dopo la città subisce il primo bombardamento a tappeto di una lunga estate di sangue.

14. Salernitana-Torrese 8-0, 10 dicembre 1944

Dopo l’interruzione dei campionati a causa della guerra, e in attesa che i tornei ufficiali riprendano con la Salernitana nella Serie B conquistata l’anno prima, nell’estate del 1944 un gruppo di sportivi salernitani guidati dal giornalista Vincenzo Barone fonda la S.S. Salernitana. L’obiettivo della società – che non va confusa con l’U.S.F. Salernitana che detiene il titolo sportivo di Serie B e il parco calciatori ed è in stand-by per le vicissitudini delle aziende del suo proprietario, il comm. Scaramella – è quello di partecipare alla Coppa della Liberazione, un torneo non ufficiale tra squadre campane.

Indisponibile l’ex stadio Littorio, adibito a deposito militare alleato, la nuova Salernitana ottiene dalle autorità militari la disponibilità del vecchio campo di Piazza d’Armi. I calciatori sono quasi tutti di Salerno e provincia. Molti di loro sono nomi noti: Iacovazzo, Valese, Margiotta, Onorato, Saracino, Volpe (in foto), Mosele. Carmine Milite funge da allenatore-giocatore.

Il 10 dicembre, in occasione della penultima partita del torneo con la Torrese, la Salernitana sfoggia una fiammante maglia granata. Il colore, che casualmente richiama la divisa indossata nelle stagioni 1927/28 e 1928/29, non verrà mai più abbandonato. Non si tratta di una ponderata scelta cromatica. Carmine Milite, infatti, si era procurato venti maglie di lana indossate dai soldati americani e destinati al mercato di Resina, l’attuale Ercolano. Il loro colore è un improponibile beige. Opportunamente lavate con un colorante rosso per tessuti acquistato in una bottega del centro storico, le maglie assumono la tonalità della nostra passione.

Il granata porta bene alla Salernitana che si sbarazza della Torrese per 8 a 0. La settimana successiva la formazione di Milite vince a Bagnoli e conquista il trofeo, il primo della storia granata, ancorché non ufficiale.

Concluso il torneo, Vincenzo Barone cerca di convincere il presidente della U.S.F. Salernitana, Matteo Scaramella, a riprendere la guida del club. Il commendatore rifiuta: la guerra ha compromesso i suoi affari. Tuttavia, con grande signorilità, Scaramella rinuncia a ogni diritto sulla società e la consegna al gruppo di persone che ha rifondato il calcio cittadino.

15. Salernitana-Napoli 1-1, 13 maggio 1945

Reduce dalla vittoria in Coppa della Liberazione, la Salernitana s’iscrive al Campionato Campano, un torneo regionale disputato tra i mesi di gennaio e maggio del 1945.

La partita più iconica è senza dubbio il derby al Comunale con il Napoli. La Salernitana, allenata da Ferenc Hirzer, entra in campo con Mosele, D’Errico, Bellucci, Saracino, Voccia, Iacovazzo, Paparella, Volpe, Margiotta, Valese, Onorato. Molti calciatori di quest’undici costituiranno la spina dorsale della squadra che vincerà il campionato di Serie B 1946/47 e che disputerà il primo storico torneo di massima serie nella stagione seguente.

La Salernitana contende allo Stabia, già favorito da alcune decisioni della giustizia sportiva, la vittoria del torneo. Stadio gremito e granata determinati a conquistare l’intera posta. L’azzurro Venditto risponde all’iniziale vantaggio siglato da Margiotta: squadre negli spogliatoi sull’1-1.

Nella ripresa, il protagonista del match è l’arbitro Demetrio Stampacchia, un insegnante di liceo originario di Nola (in foto). Il direttore di gara nega per due volte il calcio di rigore ai granata per evidenti falli di mano in area napoletana, poi a pochi minuti dal termine assegna un contestatissimo rigore agli ospiti per un presunto fallo del portiere Mosele sull’attaccante Galasso. Ira funesta del pubblico locale che invade il campo, a fatica contenuto dalla polizia. Tra i fischi del Comunale, l’azzurro Mazzetti, dal dischetto, calcia sul palo.

L’esito della massima punizione non calma i tifosi granata che a fine partita inseguono il direttore di gara con intenzioni bellicose. La polizia, nel tentativo di disperdere la folla, spara dei colpi in aria. L’arbitro Stampacchia si accascia: sembra morto. Condotto negli spogliatoi, riapre gli occhi: sta benone! La leggenda narra che si è finto morto per calmare gli animi inferociti dei tifosi. O forse, chissà, è soltanto svenuto per la paura…

Il Comitato Regionale assegna la sconfitta a tavolino alla Salernitana, ma il verdetto è ribaltato dai vertici federali che confermano l’1-1 del campo. Stabia e Salernitana, a fine torneo, sono in testa a 29 punti: serve uno spareggio per decretare la vincitrice. Lo Stabia, privo di molti calciatori, chiede e ottiene il rinvio della gara decisiva, e poi non si presenta. Salernitana campione? No: a torneo ampiamente concluso, e con l’implicito benestare della Salernitana, già proiettata al successivo torneo, il Comitato Campano assegna allo Stabia la vittoria a tavolino di una partita che aveva perduto, consegnando alle vespe il titolo regionale.

16. Salernitana-Palermo 2-0, 22 giugno 1947

Il 2-0 al Palermo è l’ultimo atto di un campionato storico. La Salernitana, infatti, conquista per la prima volta la promozione in Serie A.

I presupposti della stagione 1946/47 sono incoraggianti. Il presidente è Domenico Mattioli, un industriale tessile. Il commendatore è intenzionato a raggiungere la massima categoria e al tal fine ingaggia Gipo Viani nel ruolo di direttore tecnico. Da allenatore-giocatore, «Mastro Gipo» aveva già condotto la Salernitana dalla Serie C alla Serie B nel 1943.

Viani condivide la guida della squadra con Vittorio Mosele, allenatore e portiere di riserva. I due tecnici, nell’estate del ’46, girano tutt’Italia alla ricerca di calciatori. Una squadra composta da molti salernitani (Iacovazzo, Margiotta, Onorato, Voccia, Volpe) viene rimpolpata con atleti di sicuro valore come Benedetti, Buzzegoli, Dagianti, Pastori, Rega, Vaschetto.

La Salernitana parte in quarta e accumula un discreto vantaggio sulla Ternana, ma lo dilapida a causa di alcuni risultati deludenti. La squadra assimila con fatica l’innovazione tattica del «sistema», di cui Viani è convinto sostenitore, ma i granata superano le difficoltà disputando un gran finale di campionato.

Alla vigilia dell’ultima giornata la Salernitana ha un punto in più della Ternana seconda in classifica, impegnata a Scafati. Battendo il Palermo, Mosele e compagni sono sicuri di festeggiare la promozione in A. La formazione che conquista la massima serie è la seguente: Mosele, Pastori, Buzzegoli, Tori, Benedetti, Iacovazzo, Morisco, Dagianti, Margiotta, Vaschetto, Onorato.

L’incontro è senza storia. Tra il 28’ e il 35’ bomber Margiotta realizza la doppietta che stende il Palermo e regala la sospirata promozione, che Viani e i ragazzi festeggiano con una pizza in un locale di Pontecagnano…

Immagine tratta dal libro di Alfonso Carella “Salernitana 1919/1989”, Boccia Editore, 1989.

17. Salernitana-Lazio 2-0, 20 settembre 1947

Conquistata la promozione in Serie A, la Salernitana rimpolpa l’organico che aveva raggiunto l’agognato traguardo con pochi e mirati acquisti, tra cui i portieri Masci e Gambazza, il difensore Rispoli, il mediano Nonis, le mezze punte Merlin e Secondo Rossi. Antonio Valese viene ceduto per volontà di Viani, che in questo modo allontana l’unica persona che potrebbe rivendicare la paternità del vianema.

La stagione 1947/48 è ricordata, appunto, per l’invenzione tattica del vianema, che si deve a un’intuizione del salernitano Antonio Valese. Il lettore più curioso può approfondire la vera storia del vianema leggendone la vera storia sulle nostre colonne.

L’esordio in Serie A avviene il 20 settembre 1947, eccezionalmente di sabato per non sovrapporsi alla festa patronale. Il Vestuti è gremito da 10 mila spettatori, la società incassa due milioni di lire.

Viani schiera la seguente formazione: Masci, Pastori, Buzzegoli, Benedetti, Dagianti, Tori, Morisco, Vaschetto, Piccinini, Margiotta, Onorato.

I granata affrontano la temibile Lazio senza nessun timore reverenziale, come nota Fulvio Bernardini sul Corriere dello Sport. La formazione capitolina viene sconfitta con un netto 2-0. Segna entrambe le reti Pasquale Morisco, rapida ala di origini baresi.

Nell’arco della stagione, la Salernitana otterrà un buon bottino di punti sul proprio terreno, senza mai riuscire a vincere lontano dal Vestuti.

18. Torino-Salernitana 7-1, 16 novembre 1947

La Salernitana, nel 1943, giocava in Serie C. Quattro anni più tardi si confronta con le squadre migliori d’Italia. Il Grande Torino, primo in classifica insieme al Milan, ospita al Filadelfia la formazione di Viani. Sono circa 12 mila gli spettatori presenti. Per una consuetudine in voga fino a qualche decennio fa la squadra ospite mantiene il diritto di sfoggiare la sua divisa principale, pertanto la Salernitana gioca in granata e il Torino in completo bianco.

Viani manda in campo Masci, Pastori, Benedetti, Dagianti, Buzzegoli, Tori, Margiotta, Vaschetto, Piccinini, Rossi, Onorato.

Dopo mezz’ora il Torino è già avanti di tre reti. A pochi minuti dal termine della prima frazione, Sebastiano Vaschetto, originario di Caselle Torinese, accorcia le distanze con un bel gol al volo. In rete è reperibile un intervento dell’ex centrocampista della Salernitana che ricorda commosso la sua esperienza a Salerno.

Al minuto 85, sul punteggio di 6-1, il direttore di gara Galeati fischia inspiegabilmente la fine della partita. Si avvede dell’errore quando alcuni calciatori sono già sotto la doccia e quasi tutto il pubblico ha abbandonato il Filadelfia, e ordina il ritorno in campo per la regolare conclusione del match.

Il capitano del Toro, Valentino Mazzola, assicura ai granata del Sud che la gara sarebbe continuata soltanto pro forma. Ma il rumeno Fabian, che non capisce bene l’italiano, s’invola verso la porta tra gli sguardi attoniti dei calciatori ospiti e sigla il definitivo 7-1. Timide proteste dei ragazzi di Viani alle quali capitan Mazzola, come ricoderà anni più tardi Vincenzo Margiotta, risponde: «vuol dire che quando verremo a Salerno ci darete un gol in più!»

19. Salernitana-Torino 1-4, 17 aprile 1948

Una delle partite rimaste nella leggenda, ancor più perché non esistono filmati, è la sfida interna al Grande Torino di Valentino Mazzola.

La gara si disputa di sabato. Il giorno successivo, infatti, è il giorno delle elezioni politiche più importanti della storia d’Italia, le prime della nostra Repubblica.

I tifosi popolano ogni anfratto dello stadio di Via Nizza e i balconi dei palazzi circostanti. Per dovere di ospitalità, la Salernitana entra in campo in maglia gialla con bordi granata.

Viani manda in campo Gambazza, Rispoli, Pastori, Rodriguez, Piccinini, Iacovazzo, Merlin, Vaschetto, Sifredi, Tori, Onorato. Rispondono i granata piemontesi con Bacigalupo, Ballarin, Tomà, Loik, Rigamonti, Castigliano, Fabian, Ossola, Gabetto, Mazzola, Ferraris II.

Lo stadio esplode al 7′ quando Merlin approfitta di una disattenzione di Bacigalupo e porta in vantaggio la Salernitana. L’emozione è potente, ma dura poco. Il capitano del Toro, Valentino Mazzola, scuote i suoi compagni e avvia la riscossa. Al 17′ pareggia Gabetto, e lo stesso numero 9 porta i suoi avanti nel punteggio al quarto d’ora della ripresa. Poi Ossola e Mazzola chiudono il match.

La tragedia di Superga avviene poco più di un anno dopo la gara del Comunale, destando grande impressione in tutti i salernitani anche per il coinvolgimento di un figlio della nostra terra, Renato Casalbore, il giornalista fondatore di Tuttosport al quale è intitolato il piazzale antistante la tribuna dello stadio Vestuti.

Immagine tratta dal libro di Alfonso Carella “Salernitana 1919/1989”, Boccia Editore, 1989.

20. Roma-Salernitana 1-0, 27 giugno 1948

La prima avventura della Salernitana in Serie A si conclude dopo appena una stagione. La partita che determina la retrocessione dei granata in Serie B si disputa allo Stadio Nazionale di Roma contro la formazione capitolina giallorossa. Alla vigilia del match, la classifica vede la Roma a 33 punti e la Salernitana a 32. Un pareggio sarebbe d’oro perché consentirebbe alla Salernitana di giocarsi la salvezza al Comunale di Via Nizza contro l’Inter all’ultima giornata.

Nell’impianto capitolino sono presenti circa 30 mila tifosi, di cui un migliaio giunti da Salerno. Viani presenta la solita formazione abbottonata: Masci, Pastori, Buzzegoli, Dagianti, Piccinini, Iacovazzo, Merlin, Vaschetto, Rossi, Rispoli, Sifredi. Fuori, per la consueta scelta tattica del vianema, l’ottima ala Onorato.

Dopo un primo tempo sonnacchioso, a inizio ripresa la partita cambia in favore della squadra locale. Dapprima, perché Iacovazzo s’infortuna e per questa ragione, in un’epoca senza sostituzioni, viene schierato all’ala sinistra praticamente inutilizzato. E, soprattutto, per quello che capita al quarto minuto. Su un lungo lancio, il portiere della Salernitana, Vittorio Masci, subisce una carica dall’attaccante giallorosso Zsengeller. La palla supera il portiere e a nulla vale il tentativo di salvataggio di Piccinini. Autorete e Roma in vantaggio. All’80’ la Roma potrebbe raddoppiare ma Amadei, su calcio di rigore, centra il palo.

La partita, condizionata dall’errore arbitrale del fiorentino Vittorio Pera, determina la retrocessione della Salernitana in Serie B. I dirigenti granata formulano un ricorso per un errore tecnico avvenuto nel primo tempo, quando il direttore di gara aveva fatto riprendere il gioco con una rimessa laterale, dopo aver sostituito un pallone sgonfio, anziché con il calcio di punizione che aveva precedentemente assegnato alla Salernitana. Il ricorso, tuttavia, verrà respinto. La Salernitana, come scrive Antonio Ghirelli nella sua “Storia del calcio in Italia”, «si vide sacrificata ad un club più potente e ricco». La settimana successiva la squadra di Viani batte l’Inter e chiude il campionato con onore, tra gli applausi fragorosi di un pubblico fiero.

La prima esperienza dei granata in Serie A si rivelò sfortunata. Senza l’ammissione in soprannumero, per motivi patriottici, della Triestina, la Salernitana si sarebbe certamente salvata. E avrebbe probabilmente mantenuto la categoria se uno dei suoi migliori calciatori, Secondo Rossi, non avesse subito un grave infortunio a metà stagione. L’arbitraggio di Pera condannò definitivamente Iacovazzo e compagni alla retrocessione, nonostante le vittorie di prestigio contro squadre blasonate come Milan, Inter, Lazio, Fiorentina, Bologna. Il direttore di gara toscano fu poi radiato, appena due anni più tardi, per aver alterato i risultati di alcune partite.

21. Salernitana-Legnano 1-0, 30 gennaio 1949

Stagione 1948/49, la prima in Serie B dopo la retrocessione dal massimo campionato. Contro il Legnano la Salernitana vince 1-0 con gol di Flumini, ma l’importanza della partita si deve a un avvenimento extra-sportivo: per la prima volta in assoluto, i granata sfoggiano sul petto il simbolo dell’ippocampo.

«La Salernitana non ha nessun emblema che la rappresenti», lamentano i giornalisti della città d’Arechi. A tale scopo, suggeriscono al presidente Mattioli di utilizzare un delfino. Il patron si rivolge al pittore salernitano Gabriele D’Alma incaricandolo di disegnare il nuovo simbolo sociale. Alla vigilia di Salernitana-Juventus del gennaio 1948, il maestro presenta la sua creazione: un cavalluccio marino che serra nella coda un pallone da calcio, sebbene del pallone, in realtà, non ci sia traccia…

Il simbolo appare sulle maglie granata in occasione della gara casalinga contro il Legnano, viene utilizzato stabilmente nella stagione 1949/50, e dall’anno successivo scompare dalle divise e rimane impresso soltanto sui gagliardetti ufficiali.

L’ippocampo si rivede, in una versione aggiornata, tra il 1976 e il 1980, ma i granata lo sfoggiano saltuariamente.

Nel 1986, il presidente Augusto Strianese incarica un grafico americano, Jack Lever, di ridisegnare il logo della società. È a Dallas, in Texas, che nasce lo splendido ippocampo stilizzato con lo sguardo rivolto a destra, immerso nelle onde del mare e difeso da cinque bastioni che rievocano le fortificazioni longobarde. Il grafico texano ha studiato davvero a fondo la storia di Salerno: infatti, impreziosisce lo stemma con una stella a otto punte che rappresenta il follaro, l’antica moneta della “Opulenta Salernum”. Il nuovo logo, registrato presso l’ufficio brevetti nel 1987, compare stabilmente sulle divise granata soltanto a partire dalla stagione 1990/91 e accompagna la Salernitana nelle promozioni in Serie B nel 1994 e in Serie A nel 1998.

Dalla stagione 1999/2000, su iniziativa del presidente Aniello Aliberti, il simbolo della Salernitana si adegua alle nuove tendenze diventando più minimalista. Il cavalluccio stilizzato è ora racchiuso in uno scudo dal bordo dorato, con l’anno di fondazione in maggiore evidenza e il follaro sempre al suo posto, mentre scompaiono le onde del mare, le fortificazioni turrite e il nome della società.

Un logo così moderno da essere impiegato fino ai giorni nostri, fatta eccezione per la stagione 2019/20 quando, per il centenario del club, viene ripreso il cavalluccio del maestro D’Alma e valorizzato il celeste, il colore dei primi trent’anni di storia.

«Proprio come la fauna marina, silenziosa, gentile ed abituata a tutte le correnti ed a tutte le tempeste, quelli della Salernitana sapranno resistere a tutti i marosi e lottare e conservare il loro posto nel più azzurro e terso mare di cobalto» (Matteo Talento, “La Vedetta Liberale”, gennaio 1948).

22. Salernitana-Genoa 0-2 a tav. (sospesa sullo 0-1), 7 ottobre 1951

Tornata in Serie B da tre anni, la Salernitana disputa un campionato abbastanza tranquillo, lontano sia dalla vetta che dalle zone pericolose della classifica.

Al Comunale di Via Nizza, riempito da circa 12 mila spettatori, è ospite il glorioso Genoa, il club italiano con più scudetti in bacheca. Il tecnico ungherese Hiden manca in campo Silingardi, Griffith, Fragni, Taccola, Bertoli, Moltrasio, Sotgiu, De Andreis, Cabas, Bertoloni, Fioravanti. La Salernitana gioca in maglia bianca.

Eccezion fatta per un’occasione rossoblu causata da un rischioso retropassaggio di Fragni, che rimedia all’errore proprio sulla linea di porta, la partita è dominata dai granata, che impegnano più volte il portiere ospite Franzosi, il migliore in campo.

Al 21’ della ripresa il direttore di gara, Valsecchi di Milano, non concede un calcio di rigore alla Salernitana per un fallo di mano nell’area ospite. Al 32’ il fattaccio: un contatto veniale tra Bertoli e Frizzi induce l’arbitro a concedere un rigore ai liguri, che Pravisano trasforma. Un paio di spettatori invadono il campo e vengono fermati dalla forza pubblica. Ma il clima è caldo, la rete di protezione dei distinti viene divelta e qualche dozzina di facinorosi entra sul terreno di gioco per inseguire arbitro e calciatori ospiti. È la prima invasione di campo del dopoguerra. Partita sospesa, tutti negli spogliatoi.

Sconfitta a tavolino e Comunale squalificato per due turni. Proteste da Salerno per la ricostruzione inesatta della vicenda da parte della Gazzetta dello Sport.

Curiosamente, la gara è ripresa dal cinegiornale «La Settimana Incom». Potete visionare le immagini sul portale YouTube

La fonte dei racconti è il volume «Salernitana: la Storia» di Giuseppe Fasano e Francesco Pio Fasano, GEO Edizioni.

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Autore del podcast settimanale "Agostino": https://shorturl.at/hyZ01