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La vera storia del vianema

Il vianema è uno dei più preziosi momenti di gloria delle oltre cento primavere della nostra Salernitana. Il nome dell’invenzione tattica richiama quello del tecnico Gipo Viani, ma l’idea di giocare con il «libero» si deve a un salernitano doc, Antonio Valese. Ricostruiamo la genesi e le caratteristiche dello schema che ha inaugurato l’epoca del «catenaccio».

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la vera storia del Vianema
la vera storia del Vianema
Tempo di lettura: 8 minuti

Quest’articolo è la trasposizione testuale dell’episodio n. 7 del podcast «Agostino».

Il primo massimo campionato della Salernitana è legato indissolubilmente al vianema, l’invenzione tattica che si deve a un’intuizione del nostro concittadino Antonio Valese, mezzala della Salernitana per oltre un decennio, e all’applicazione del tecnico Gipo Viani.

Il vianema, che il giornalista e storico del calcio Adalberto Bortolotti ha definito «la variante più famosa e geniale del sistema», nasce per l’appunto dal modulo ideato da Herbert Chapman negli anni ’20 del secolo scorso all’Arsenal e ampiamente impiegato in tutta Europa almeno fino agli anni ’40. Con un accorgimento tanto semplice quanto ingegnoso, Valese e Viani rendono il sistema un po’ più difensivo attraverso l’impiego di un calciatore alle spalle della linea dei difensori, un nuovo ruolo a cui il giornalista Gianni Brera attribuisce il nome di «libero».

Il ricorso a questo schema avrà una forte influenza sullo sviluppo del calcio italiano dei decenni successivi, imperniato sul cosiddetto «catenaccio». Non c’è libro di storia della tattica che non menzioni, almeno in un paragrafo, questo nuovo sistema di gioco, l’allenatore che gli diede il nome e la squadra che lo applicò all’ombra del Comunale di Via Nizza.

L’antefatto: il sistema di Herbert Chapman

Nella metà degli anni ‘20 nasce il sistema, che gli inglesi chiamano WM perché prevede uno schieramento con un modulo che oggi definiremmo 3-2-2-3. Si tratta di una significativa evoluzione nel modo di intendere il calcio che deriva da due fattori: il primo, e più rilevante, è la storica riforma della regola del fuorigioco, che aumentando sensibilmente il numero di reti delle partite induce il tecnico Herbert Chapman a coprirsi un po’ arretrando in difesa il suo centromediano; il secondo è il proposito del manager dell’Arsenal di praticare un gioco in cui l’occupazione degli spazi sia più razionale e in cui il possesso palla soppianti la vecchia strategia di calciare la sfera in avanti verso una linea offensiva composta da ben cinque attaccanti.

Il sistema diviene ben presto lo schema tattico più impiegato in Europa nell’anteguerra, ma in Italia s’impone soltanto dopo un po’. Nel nostro Paese, dagli anni ‘30 spopola il metodo di Vittorio Pozzo, uno schema di gioco più improntato al contropiede con il quale la Nazionale vince un oro olimpico e due campionati del mondo. Negli anni ’40, comunque, il sistema si usa diffusamente anche in Italia e contribuisce alle fortune sportive del Grande Torino. Con quest’impianto tattico, Gipo Viani conduce la Salernitana alla prima storica promozione in Serie A nel 1947.

Il sistema è una tattica interessante e moderna, ma che conviene soprattutto a chi dispone di grandi giocatori. Il 3-2-2-3 implica dei duelli uomo contro uomo in tutte le zone del campo. In particolare, i tre difensori si trovano spesso in difficoltà contro i tre attaccanti avversari: basta un dribbling di un’abile ala per sparigliare le carte e creare una pericolosa superiorità numerica. Come ovviare a questo problema? Ci arriviamo tra un po’…

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Il sistema di Herbert Chapman

La genesi del vianema

Salerno, estate del 1947. Le temperature sono bollenti, la città prova lentamente a riprendersi dalla guerra e la Salernitana, che ha appena vinto il campionato di Serie B, si prepara ad affrontare, per la prima volta, le grandi squadre del calcio italiano. In Campania, nel dopoguerra, spopolano i tornei dei bar: sfide molto seguite e agguerrite tra vari bar della regione nelle quali partecipano atleti in cerca di contratto o perfino calciatori in attività prestati dalle loro società per farli mettere in mostra.

Nel torneo del 1947 accade un episodio insolito. Il Bar degli Sportivi, in cui il nostro Antonio Valese è allenatore-giocatore e nel quale militano alcuni calciatori della Salernitana, deve disputare una partita decisiva a Nocera Inferiore. Il tecnico della Salernitana, Gipo Viani, chiede a Valese di arruolare il mediano romano Alberto Piccinini: vuole metterlo alla prova perché incerto della riconferma del ragazzo. «Totonno» Valese è in imbarazzo, non sa come comportarsi: tutti i ruoli sono infatti occupati.

I dubbi del tecnico vengono fugati da Vincenzo Volpe, l’attaccante della Salernitana alla cui memoria è intitolato un campo sportivo in Via Allende. Il centravanti granata, infatti, non vuole scendere in campo contro il fratello Dante, centromediano della squadra avversaria. Valese può quindi seguire il consiglio di Viani e consegnare a Piccinini la maglia numero 9 di Volpe. C’è un problema: Piccinini non è un centravanti, ma un mediano! Valese ha una folgorazione: il padre del popolare telecronista Sandro non deve attaccare la porta avversaria, bensì arretrare in difesa per marcare il centravanti avversario. È proprio in quel momento che nasce il vianema.

La sera stessa Gipo Viani riunisce Valese e i calciatori granata al ristorante La Lanterna Verde di Via Nizza. Discussioni, sperimentazioni in varie amichevoli, e poi si può partire: la Salernitana giocherà in Serie A con un finto centravanti che in realtà è un difensore, uno stratagemma che lo stesso Valese, da allenatore-giocatore, aveva adottato anni prima nel finale della stagione 1940/41.

I lettori più informati avranno certamente notato un’incongruenza in questo racconto. La leggenda, infatti, narra che il vianema sia nato da un’idea di Gipo Viani. Durante una passeggiata sul lungomare di Salerno, il tecnico nota che i pescatori impiegano due reti: la seconda, la più esterna, serve a imprigionare i pesci che sfuggono alla prima. Un po’ come il libero, il ruolo che nasce con il vianema e il cui compito è di spazzare i palloni che filtrano dalla linea difensiva.

Questa storia è molto nota, ma anche falsa. È lo stesso Gipo Viani a raccontarla ai giornalisti, attribuendosi la paternità dell’idea che invece condivide con Antonio Valese. Soltanto nel 1960 la rivista Il calcio e il ciclismo illustrato rivela le vere origini del vianema. Il sottotitolo dell’articolo è piuttosto curioso: «nostre rivelazioni sul 4-2-4», ovvero un modulo di gioco che oggigiorno definiremmo iper-offensivo…

articolo Vianema
“Il calcio e il ciclismo illustrato”, numero 45 del 1960.

Il centravanti arretrato e il libero: nasce il calcio all’italiana

Chiarita la genesi del vianema, è il momento di rispondere alla domanda lasciata in sospeso: se due squadre che adottano il sistema schierano tre difensori contro tre attaccanti, come possono le squadre con meno qualità arginare le linee offensive delle formazioni più forti? La risposta è nel libero, un nuovo ruolo per un nuovo schema tattico. Nel vianema, il libero si schiera alle spalle del terzetto difensivo e non ha specifici compiti di marcatura.

In un’epoca di scarsa circolazione delle informazioni è davvero una sorpresa, per i primi avversari della Salernitana, scoprire che al fischio d’inizio il calciatore che indossa la maglia numero 9, generalmente attribuita al centravanti, arretra sulla linea dei difensori per marcare il centravanti avversario. In questo modo il centrale di difesa, che nella Salernitana è il fiorentino Ivo Buzzegoli, può scalare alle spalle della linea difensiva con il compito di liberarsi di ogni pallone ad essa sfuggito. Lo storico del calcio italiano John Foot scrive che il libero non deve marcare un uomo: deve marcare lo spazio. Una gherminella di apparente semplicità, ma nondimeno di grossa importanza.

Si può ben comprendere che a un uomo in più in difesa corrisponde un uomo in meno altrove. La Salernitana decide di sacrificare il suo attaccante centrale: come avrebbe detto Pep Guardiola sessant’anni più tardi, il centravanti è lo spazio. Questa è la formazione tipo: Masci in porta (ma a metà campionato giocherà spesso Gambazza); Buzzegoli nel ruolo di libero; linea difensiva composta da Benedetti, Piccinini e Pastori, con diverse presenze per Rispoli e soprattutto per il salernitano Iacovazzo; Dagianti e Tori i due mediani davanti alla difesa; Vaschetto e Rossi i due centrocampisti più avanzati; Merlin (o Morisco) e Onorato le due ali con licenza di offendere, con qualche presenza per il bomber agropolese Margiotta… E, come detto, nessun centravanti.

Una curiosità. Il ventiquattrenne romano Alberto Piccinini è designato nel ruolo di centravanti arretrato soltanto a causa del grave infortunio di Antonio Nonis, prelevato dal Prato proprio per ricoprire questa posizione. Il lettore più avveduto avrà poi notato che nella formazione titolare non è menzionato Antonio Valese. Viani, infatti, ne impone la cessione ufficialmente per questioni anagrafiche, ma in realtà per allontanare l’unica persona che avrebbe potuto rivendicare la paternità del vianema.

Il giornalista britannico Jonathan Wilson osserva che la Salernitana affronta il campionato di Serie A del 1947/48 ricorrendo al vecchio metodo del contropiede, che sorprende gli avversari protesi in avanti per scardinare una difesa chiusa a doppia mandata. Difesa e contropiede: a Salerno nasce una tradizione di grande successo, quella del catenaccio o calcio all’italiana, in cui le squadre sono più solide in difesa, più lunghe, e con un uomo alle spalle della difesa rinunciano, di fatto, al fuorigioco. Se un popolo gioca al calcio come vive – è questa la tesi espressa dal giornalista Mario Sconcerti – il catenaccio è congruente con il vissuto degli italiani di quel periodo storico: un popolo martoriato dalla guerra costretto a scoprirsi abile nell’arte di arrangiarsi.

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La formazione tipo della Salernitana nel 1947-48.

I precursori del vianema

Gli storici Antonio Papa e Guido Panico sostengono che nel 1947/48 ha luogo la «piccola svolta di Salerno». Il riferimento è alla svolta di Salerno, l’iniziativa del segretario del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, che proprio nella nostra città, tre anni prima, propose e ottenne di rinviare alla fine della guerra la questione repubblica-monarchia per affrontare il più urgente problema della liberazione del nazifascismo attraverso la costituzione di un governo di unità nazionale.

L’accostamento con la svolta di Salerno è suggestivo e in qualche modo, forse involontariamente, l’espressione «piccola svolta» ci suggerisce la corretta interpretazione dell’influenza del vianema sugli allenatori dell’epoca. Nel calcio, di vere e proprie invenzioni se ne annoverano poche. Ogni innovazione tattica, anche la più radicale, è il punto d’approdo dell’applicazione sistematica di sperimentazioni episodiche di altri allenatori, in altri luoghi, in altri contesti.

Il vianema nasce a Salerno, ma è stato preceduto e influenzato da altre esperienze. Qualche anno prima aveva già impiegato il libero, sporadicamente, il tecnico svizzero Karl Rappan nella nazionale elvetica ai mondiali del 1938: è il cosiddetto verrou, chiavistello. La prima squadra italiana a utilizzare il libero è quella dei Vigili del Fuoco di La Spezia nel 1944. Anche il Modena del 1946/47 aveva già sperimentato quest’idea e, nella stessa stagione della Salernitana in Serie A, Nereo Rocco, alla Triestina, giocava in maniera non troppo dissimile dai granata.

La stessa Salernitana – rivela Alfonso Carella – aveva fatto ricorso a questo espediente prima dell’intuizione di Valese: nel 1937/38, con Iacovazzo falso centravanti nella formazione allenata da Géza Kertész, e nel 1942/43, quando a marcare la punta del Baratta Battipaglia era proprio Gipo Viani, all’epoca giocatore-allenatore.

Più scienziati sperimentarono, più o meno contemporaneamente ma in luoghi diversi, le tecnologie che portarono all’invenzione della radio e del telefono. Allo stesso modo, più allenatori intuirono che la superiorità numerica in difesa fosse il migliore strumento per ovviare al divario di qualità tecnica tra le squadre. A Gipo Viani va senz’altro il merito di aver applicato con continuità l’idea di Antonio Valese e, grazie alle sue abilità nelle pubbliche relazioni, di attribuirle un nome e di sponsorizzarla con i giornalisti.

targa Valese
La targa in ricordo di Antonio Valese affissa al wall of fame dello stadio Vestuti.

Una sfortunata retrocessione

La conclusione nefasta del lungo campionato 1947/48 si deve a vari fattori: le non floride finanze della società; l’aumento del numero di retrocessioni in Serie B scaturito dall’allargamento del torneo dovuto al ripescaggio per motivi patriottici della Triestina; l’infortunio a metà stagione di un calciatore determinante come Secondo Rossi; e il discusso arbitraggio di Vittorio Pera di Firenze in occasione di Roma-Salernitana, sfida decisiva per la salvezza vinta dai capitolini per 1 a 0 con un gol viziato da una carica al portiere non rilevata dal direttore di gara. Nella sua storia del calcio italiano, il giornalista Antonio Ghirelli verga parole amare e definitive: «La Salernitana si vide sacrificata a un club più potente e ricco».

L’esito del campionato, comunque, non inficia il contributo che Salerno e la Salernitana, con l’intuizione di Antonio Valese e l’applicazione di Gipo Viani, ha fornito all’evoluzione del calcio italiano.

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Autore del podcast settimanale "Agostino": https://shorturl.at/hyZ01