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Puntare alla promozione diretta e isolare il gruppo dai molesti rumori di fondo dei giullari di corte

Il calendario strizza l'occhio ad un gruppo trainato dalla compattezza e dalla ferrea volontà di valicare i propri limiti

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La Salernitana conquista tre punti importanti, in uno dei crocevia più significativi del tratto di strada che le resta da percorrere, e certifica la sua sicura presenza nella lotta serrata per la promozione diretta.

Perché la gara di Cremona, per le insidie che nascondeva, compresa la forza tecnica di una squadra partita per ottenere altri risultati, rappresentava la classica tappa trappola, dopo la delusione maturata nei minuti finali contro la Spal e causata dalla ghiotta opportunità sciupata dal dischetto. Una squadra che non crede in quel che sta facendo, infatti, corre il serio rischio di approcciare il match in terra lombarda accompagnata da uno stato d’animo dominato da una miscela esplosiva composta da scoramento e insicurezza.

Ed invece il gruppo, ancora una volta, è riuscito a raccogliersi all’interno della sua coesione, ha accantonato la cocente delusione, dimostrando sul campo che è inesauribile la sua volontà di continuare a stupire.

Un successo che è anche uno squillante campanello di allarme per le squadre impegnate nella corsa alla promozione diretta. La Salernitana c’è ed anche il calendario, analizzato attentamente, offre interessanti prospettive. A partire dalle sei gare su undici da disputare tra le mura amiche, passando per gli scontri diretti da affrontare quasi tutti all’Arechi ed arrivando alla consapevolezza che, nell’ultimo tratto di strada, più di una compagine sul cammino granata potrebbe accusare l’assenza di motivazioni e obiettivi.

Certo, questo è un discorso classico da post partita, che può catturare l’attenzione in un dibattito televisivo o nei capannelli virtuali imposti dall’emergenza pandemica. Perché gli uomini di Castori, al contrario, dovranno assolutamente tirarsi fuori da tutto ciò che non sia la preparazione settimanale alla gara e gli undici impegni proposti dal calendario.

Soprattutto in una città dove un manipolo di giullari, sbucati da prosaici banchetti medievali, continua a confondere – sapendo di mentire – la scarsa fiducia in una società irrispettosa della storia del club con un atteggiamento di ostilità nei confronti del cavalluccio, che, finalmente, dopo cinque anni assolutamente indecenti propinati dalla proprietà capitolina e dal direttore sportivo Fabiani, sta cercando di trasmettere emozioni positive alla sua gente.

Pertanto, sia chiaro una volta per tutte: i successi della squadra viaggeranno sempre su un percorso diverso da quello intrapreso dalla triade laziale. Almeno fino al giorno in cui i padroni del vapore capiranno che fare calcio a Salerno impone la dedizione scrupolosa e sentimentale di un sacerdote impegnato a celebrare la cerimonia religiosa.

Non c’è promozione in serie A che tenga. La dignità di una storia pregna di gioie, dolori, sofferenze, passioni ed anche importanti risultati sportivi, non deve essere calpestata da atteggiamenti anaffettivi, utilitaristici, canzonatori e squallidamente patriarcali.

Passando all’aspetto tecnico-tattico, nulla di nuovo è emerso dal rettangolo di gioco. La fase difensiva, corroborata dall’apporto dinamico della mediana e dal sacrificio degli attaccanti, continua a lanciare segnali positivi. Non è semplice far gol alla Salernitana, perché non basta più eludere il pressing di Di Tacchio e compagni per trovare la porta, ma bisogna avere anche tecnica e rapidità di esecuzione per anticipare i tackle (Gyomber e Jaroszinski), i falli tattici (Di Tacchio), le indomabili rincorse (Coulibaly e Capezzi) presenti nei repertori calcistici dei ragazzi di Castori. E quando agli avversari riesce tutto alla perfezione, sulla loro strada trovano sempre gli interventi provvidenziali dei portieroni granata.

Dopo i tre rigori falliti consecutivamente, la squadra ha ritrovato anche il suo antico cinismo, vincendo il match con l’unica vera opportunità offensiva costruita. Bravo Djuric a rispolverare le sue doti nel gioco aereo, altrettanto efficace il cross partorito dal piede sinistro di Jaroszinski, calciatore che viene finalmente impiegato da esterno di fascia, il ruolo dove meglio rende, e non da centrale difensivo, mansione in cui lo strapotere fisico e atletico spesso non è supportato da tempestive letture tattiche e da un’attenzione mentale continua nell’arco dei novanta minuti.

Poche novità, infine, anche per quel che concerne la proposta offensiva della squadra. Si procede a sprazzi e per episodi; di gioco collettivo, intenso e imprevedibile, continuiamo a non scorgere traccia. Né si dica, sulla scorta dell’entusiasmo derivante dalla vittoria, che i destini offensivi della Salernitana possano fare a meno del contributo di Gennaro Tutino. I dieci gol realizzati, la capacità di ribaltare l’azione e di tirare fuori dal cilindro la giocata capace di spaccare la partita, sono qualità assenti nel dna calcistico degli altri attaccanti presenti nel roster offensivo. Anche nella gara di ieri, contro una Cremonese protesa confusamente alla ricerca del pareggio, gli strappi lucidi e tecnici della punta partenopea avrebbero forse consentito ai granata di chiudere in anticipo il match e di non soffrire nelle battute finali.

Castori ha scelto di affidarsi a una concretezza intrisa di ordine tattico, ferocia agonistica, fisicità e podismo. I fatti gli stanno dando ampiamente ragione, speriamo che i suoi propositi, disciplinatamente eseguiti dal gruppo, sfocino in quell’agognato capolavoro sognato da tutti. ‘Ciucciuettole’ comprese.   

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