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Lo chiamavano nessuno

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di Attilio Monzo

“Dai, Ninguém! Passala! Tira!”.

A Mafalala, quartiere di Lourenço Marques, capitale del Mozambico, tutti conoscono quel ragazzino. L’hanno visto nascere, sanno che proviene da una famiglia numerosa e poverissima, sanno che un brutta malattia ha portato via suo padre, originario dell’Angola.

E sanno che la sua ragione di vita è il calcio: da anni si esibisce sui campetti polverosi della zona con i coetanei. Tutti a piedi nudi, un calzino riempito di stracci come palla, dribbling e scatti all’infinito.

Ninguém è di gran lunga il migliore del gruppo: accarezza l’improvvisato pallone con l’esterno del piede, uno scarto improvviso con finta bruciante a superare chi gli sta di fronte e poi via, con la sua falcata da pantera, dritto verso la porta avversaria. L’ha fatto tante di quelle volte e con tanta facilità da farlo sembrare naturale, il campo è la sua casa e il pallone il suo migliore amico, non ha bisogno di nient’altro.

Non ha un’identità, chi lo vede all’opera ha dimenticato il suo vero nome, o forse non l’ha mai saputo, gli basta osservare le meraviglie che dispensa sul terreno da gioco. Nel caso qualcuno chieda di lui si risponde semplicemente che quello “è Ninguém”, ovvero “Nessuno” in portoghese, la lingua che si parla a Mafalala. Il Mozambico è una colonia del Portogallo da tanti anni e, nonostante non sia granché conveniente per le casse dello Stato, Antonio Salazar, dittatore lusitano, ha deciso di mantenere lo stato africano nella sfera d’influenza del paese, convinto che avere un residuo di impero coloniale conferisca almeno prestigio al suo regime.

Per questo non è raro vedere, nelle stradine di Lourenço Marques, dei portoghesi che sembrano molto interessati a quanto avviene sui campi: hanno portato loro il futebol da quelle parti, hanno messo su in zona delle squadre che sono, in pratica, delle filiali dei loro club più prestigiosi, come il Benfica o lo Sporting Lisbona.

Ninguém, dopo un breve apprendistato nelle giovanili dello Sporting Lourenço Marques, debutta in prima squadra e, al suo primo campionato da titolare, gioca e strabilia tutti, firmando la bellezza di 77 gol in sole 42 partite.

La sua squadra è affiliata allo Sporting Lisbona e, dopo un simile exploit, il club principale è deciso a farlo venire in Portogallo per fargli fare esperienza come giocatore junior, senza alcun tipo di retribuzione in denaro.

Il suo destino sembrerebbe segnato se tra gli spettatori che hanno assistito alle sue partite non ci fosse un certo Bauer, ex centrocampista della nazionale brasiliana, che, folgorato dal suo talento, lo segnala a Bela Guttman, suo allenatore ai tempi del San Paolo e attuale tecnico del Benfica, diretto rivale dello Sporting Lisbona.

Guttman è un personaggio fuori dal comune: profugo magiaro di religione ebrea, ha sfiorato la morte nei campi di sterminio nazisti, ha giocato nei posti più svariati, varcando anche l’oceano per militare nei New York Giants per poi proseguire la sua carriera di zingaro giramondo come allenatore in Portogallo, dopo essere stato in Austria, Brasile ed Italia.

Si intende di calcio come pochi e si fida ciecamente del suo ex giocatore: se Bauer si è esposto cosi per quel ragazzo vuol dire che ne vale davvero la pena. Il fatto che sia già di proprietà dello Sporting non è un problema: un dirigente del Benfica, debitamente istruito allo scopo da Guttman, contatta direttamente la famiglia del ragazzo, offrendo una forte cifra per convincerlo a firmare per sua squadra. La madre e il fratello maggiore rilanciano chiedendo il doppio. Il loro interlocutore non batte ciglio e accetta la loro richiesta: andrà a Lisbona,
ma non allo Sporting.

Al suo arrivo nella capitale portoghese è subito preso in consegna dall’allenatore in persona e portato in un posto sicuro, all’insaputa di tutti: si teme addirittura un rapimento da parte di emissari dello Sporting, ancora infuriati per lo smacco subito. La situazione è difficile ma Guttman, fine conoscitore di uomini, sa su quali tasti premere per farlo sbocciare: sul campo lo lascia libero di svariare, seguendo il suo estro mentre fuori dal terreno di gioco è affidato alla guida dei compagni più anziani in modo che capisca a poco a poco il nuovo
ambiente in cui dovrà muoversi.

Il metodo da i suoi frutti: dopo una prima stagione di ambientamento, il ragazzo esplode già al secondo campionato, con uno score di tutto rilievo per un ventenne (31 presenze e 29 gol) e un ruolo decisivo in Coppa dei Campioni, con una doppietta che risolve una tiratissima finale contro il Real Madrid degli assi Puskas e Di Stefano.

È l’inizio di una carriera sfolgorante che lo vedrà vestire per i successivi 14 anni la maglia del Benfica e mietere innumerevoli successi: 11 campionati e cinque Coppe del Portogallo, più la citata Coppa dei Campioni del 1962 mentre, dal punto di vista dei titoli personali, la sua bacheca può annoverare la vincita di un Pallone d’Oro, due Scarpe d’Oro e il titolo di capocannoniere del campionato portoghese per ben sette volte, di cui cinque consecutive.

Inoltre, il suo status di abitante delle colonie e quindi cittadino portoghese a tutti gli effetti gli consente di indossare anche la maglia della nazionale lusitana, di cui sarà bandiera per 12 anni, con il fiore all’occhiello del podio ai Mondiali d’Inghilterra del 1966. Il suo contributo, nell’occasione, è come sempre decisivo: prima firma una rete per il successo contro gli insidiosi bulgari e poi segna una doppietta contro il Brasile del grande Pelè, stravincendo il confronto diretto con l’omologa Perla Nera verdeoro.

Il Portogallo è ora opposto ai coreani e il match è subito in salita, con i lusitani in svantaggio per tre reti a zero. Il ragazzo del Mozambico, a questo punto, decide di risolvere la questione a modo suo: accelerazioni brucianti, cambi di passo da pantera, numeri da funambolo e quattro palloni in fondo al sacco più un assist per un 5 a 3 finale che ha il sapore di una leggenda sportiva.

Il successivo gol all’Inghilterra non basta per l’accesso alla finalissima ma garantisce al Portogallo il pass per la finalina per il terzo posto che vince con un’altra marcatura del suo leader che guadagna anche il titolo di capocannoniere del Mondiale con 9 gol.

È divenuto ormai un autentico simbolo del suo paese: la breve appendice nel calcio nordamericano a fine carriera non intaccherà minimamente il prestigio di quello che è, per usare le parole del suo celebre compatriota José Mourinho, “una delle grandi figure del Portogallo, come l’artista Amalia Rodrigues”.

L’accostamento alla celebre reginetta del Fado, lo struggente e malinconico genere musicale tipico del suo paese, è il miglior ritratto possibile di Eusebio, il ragazzino che tutti chiamavano Nessuno.

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