Home Editoriale Silenzi imposti e derive autoritarie: l’evidenza dell’autunno

Silenzi imposti e derive autoritarie: l’evidenza dell’autunno

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Panorama di Salerno dal castello d'Arechi

Sulla pelle mia di pescatore, sento ancora il tuo profumo andare”.

Iniziare con i versi di Franco Califano altro non è che un tentativo di ristabilire l’ordine romantico delle cose, sottolineare il comune destino degli uomini di mare: da sempre tendenti a far sfumare le malinconie in rapidi sorsi di salsedine.

La stagione alle porte, però, ha pochi motivi d’essere vista in maniera struggente. L’evidenza dell’autunno si palesa, col suo groviglio di temporali, fra le colline e il mare di una città che non conosce più alternative al dialogo, se non i legittimi toni della protesta. Quegli stessi toni che – portati avanti in maniera pacificamente goliardica con la “restituzione” dei palloni ai co-patron – ora costano anni di Daspo alle colonne portanti della tifoseria granata. Nel sottoregno delle carenze strutturali persino il rettangolo di gioco (in forma come il “green” di San Cipriano Picentino) è specchio del degrado emozionale di cui siamo in balia da tanto, troppo tempo.

Non ci resta che avvinghiarci ai ricordi, unici fondali a cui restare ancorati, per proiettarci all’attesa, alle notti rubate al sonno che precedevano le prime giornate di campionato. Per portare a termine questo esercizio di memoria non è necessario scavare nella polvere dei decenni: per imbattersi nel dato dei 22’140 paganti di Salernitana – Avellino, infatti, serve tornare indietro di appena cinque stagioni. Vero è che, considerate posta in palio ed entusiasmo, il paragone potrebbe stonare ma la domanda retorica a cui nessuno (inteso come appartenente al pacchetto societario) ha ancora assegnato risposta è: “Come si è potuto dilapidare un notevole bagaglio di emozioni in così poco tempo?

Quel che rimane, ad onor del vero, è sentimento di un abbandono cumulativo che, nel corso degli ultimi anni, abbiamo imparato a riconoscere e, gradualmente, disprezzare.

Salerno, fino ad un passato non troppo remoto, si è lasciata ammaliare da proclami e televendite. Non è questione di credulità. Salerno ha colpevolmente sperato (participio passato del verbo che incarna l’indole del tifoso) di poter imprimere una accelerata emotiva all’ottica aziendalista degli uomini ombra che governano le sorti della Salernitana. Il dormiveglia generale, la cenere delle illusioni, ha consegnato la nostra squadra del cuore alla condizione di voce sul bilancio capitolino.

Duramente e senza timore alcuno (se non di eventuali perdite economiche) l’atteggiamento di indifferenza, distacco e disavanzo si è concretizzato nell’antologia delle mancate ambizioni, un agglomerato di controsensi impossibile da metabolizzare. Il deserto di incomunicabilità tracciato da Lotito e Mezzaroma, la deriva autoritaristica del DG Fabiani autoproclamatosi caudillo e censore delle libertà di stampa e di critica a tempo indeterminato, le consequenziali suddivisioni fra tifosi “have” (benefici, accrediti e quant’altro) e tifosi “have not” sono macigni troppo pesanti da trascinare per le generazioni future. L’incedere del tempo ha presentato il suo conto. Il disamore per il presente non è destinato alla Salernitana in quanto entità sportiva e culturale del nostro territorio (come qualcuno ama scarabocchiare): assolutamente no. Il disamore attuale è totalmente orientato verso figure e figuranti che hanno reso “normalità” il dettare legge senza contraddittorio alcuno, salvo quello fittizio tanto caro al plenipotenziario.

“Alea iacta est“. Salerno ha deciso, non da oggi, da che parte stare e quali soprusi combattere. Checché ne voglia dire – o continuare a non dire – quel galantuomo di Claudio Lotito che, parafrasando Roberto Carlino (proprietario di Immobildream S.p.A. reso celebre dal tubo catodico), non vende sogni ma squallide realtà.