Home Editoriale L’incomunicabile leggerezza dell’essere, inopportuni.

L’incomunicabile leggerezza dell’essere, inopportuni.

Il giochino a cui siamo abituati è trito e ritrito, le domande – una dopo l’altra – invadono la quotidianità di chi ha scelto questo mestiere.

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Nuje e ll’acqua simm una cosa,
ma emm scigliuto ‘o desert”
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“Noi e l’acqua siamo una cosa, ma abbiamo scelto il deserto”. Testimoni di un avvenire confuso, corrono a supporto i versi di Enzo Avitabile.

Salerno ha preferito il deserto dell’incomunicabilità alla fluidità del dialogo. Chi gestisce l’ufficio stampa della Salernitana non fa differenza, al contrario, si proclama capostipite di una tendenza in cui, a prevalere, è la reiterata sepoltura di ogni norma della corretta comunicazione.

Abituati al silenzio dell’horgan house e alle continue violazioni della libertà, del resto, si resta oltremodo sorpresi dalla comparsa – una tantum – di un comunicato ufficiale. Singolare la scelta del momento, le argomentazioni e la strenua difesa di una serietà operativa al di sopra di ogni critica. Un piglio talmente autoritario che, malgrado tutto, sarebbe in grado di farci tenere la testa incastonata fra le spalle.

Sta di fatto che la pagina Facebook ufficiale dell’U.S Salernitana 1919, tuttavia, è diventata bacheca di annunci, vetrina per autoconcessionarie e scuole di inglese. Tutto molto divertente e poco serio, per cui: da chi giunge la morale?

Ad intervallare sterminati silenzi: appena due smentite. Sopraggiunte al circolare di notizie inerenti ad un passaggio di consegne in ambito societario.

Quando serviva, invece, alcuna comunicazione sulla scelta della nuova guida tecnica. Ancor meno per la presentazione di nuovi acquisti che, provenendo dalle cucine di Formello, venivano ufficializzati dal ristorante convenzionato.

Dal 31 luglio del corrente annogiorno di Salernitana – Spezia – dai canali ufficiali non è mai giunta nessuna comunicazione atta a delineare, non tanto le dovute giustificazioni ma, quantomeno, i progetti futuri o – per i più coraggiosi – le speranze da rincorrere nel breve termine. Insomma, i cosiddetti obiettivi da perseguire.

Però, effettivamente, la parola “obiettivi” – da qualche anno a questa parte – è stata derubricata dal nostro vocabolario. Siamo creditori, nei confronti della società, almeno del minimo che ci spetta. Il minimo sindacale che una società DEVE fornire ai propri tifosi è, innanzitutto, la serietà, la trasparenza e poi, magari, la presenza.

Non è necessario ricorrere a Milton, ‘meglio liberi all’inferno che schiavi in paradiso’, per sottolineare che la Salernitana – per chi scrive e per molti altri – non è schiava di alcuna categoria. Bastano appena l’Ippocampo, il granata ed un fazzoletto di fango su cui combattere. Liberi, però, da ogni impedimento.

Si tratta comunque di silenzi che interrotti, qua e là, da qualche grugnito del management e da qualche virgolettato di regime. Vengono spazzati via da una masnada di comunicanti (definirli vasi forse è troppo) che si fanno forza di quattro punti raccolti – ansimando – contro due squadre work in progress. Angelo Fabiani, da buon maestro di cerimonie si erge sul proverbiale “cerasiello“, pontifica sulla genuinità, tale o presunta, della protesta granata tacciando di strumentalizzazione tutto ciò che, in realtà, rappresenta stanchezza. Le voci del sistema, in scia con i diktat societari, continuano nel loro interessato azzeccare garbugli al di qua e al di là della deontologia professionale.

Mai una domanda ficcante, mai una voce di contrarietà agli alibi capitolini. Un continuo pronarsi alla storiografia imposta dai proprietari, quella che per sentito dire – col piglio di chi è inappetente alla causa granata – relega la Salernitana al girone delle meteore senza infamia né lode.

Il giochino a cui siamo abituati è trito e ritrito, le domande – una dopo l’altra – invadono la quotidianità di chi ha scelto questo mestiere. Il giornalismo, per vocazione, non dovrebbe tendere a vicende meramente descrittive, dovrebbe anche chiedere.

Nasce, pertanto, una domanda semplice – abbastanza banale – Angelo Mariano Fabiani, di questa società, cosa detiene?

La decisionalità in ambito tecnico-tattico o, più semplicemente, le quote?

Far finta di essere insieme a una donna normale
che riesce anche ad esser fedele
comprando sottane, collane e creme per mani.
Far finta di essere sani

Nella chiusura di “Far finta di essere sani” di Giorgio Gaber – ennesimo prestito poetico alle nostre vicende – appare l’atteggiamento di parte della tifoseria, quella che (per chi è appassionato di storia) segue la vocazione di Quisling durante la fase scandinava del secondo conflitto mondiale. Estrema collaborazione, mai un dubbio né un “però”. Un continuo trincerarsi nell’oltrecampo, sospensione del senso critico in cui a regnare sono i minimi aspetti che una società di calcio deve garantire: pagamento regolare degli stipendi ed iscrizione ai campionati.

Un battaglione, ridotto ai minimi termini, che per paura di tornare fra la polvere si lega ad una passione sintetica. Tutto ciò determina sensazioni falsate e perdita dell’innocenza.

Il senso di appartenenza da tramandare alle prossime generazioni ne risente. Salerno deve liberarsi al più presto di ogni incertezza, di ogni figura che ne frena lo sviluppo. C’è in gioco il presente, il futuro ed una buona percentuale di passato.

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