Home Storie Antonio Arcadio, storia della tigre che raramente ruggiva.

Antonio Arcadio, storia della tigre che raramente ruggiva.

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Sebbene siano passati quasi vent’anni, conservo dolcissime memorie di quelle annate.

Tutto iniziò nella calda estate del 2001, avevo appena terminato – strano a dirsi ma in maniera brillante – la prima media (l’ebbrezza del filone compulsivo sarebbe arrivata 3 anni dopo).

Da normalissimo adolescente ascoltavo in continuazione le cassette dei Lunapop, degli 883 e – con un gradiente di sensibilità lievemente superiore alla media – anche l’album “Senza avvisare” di Fabio Concato: trafugato dall’Alfa 145 di papà. Trascorrevo le giornate estive fra mare, campetto dell’oratorio in via San Giovanni Bosco e pagina 229 del televideo (Brevi Calcio, per chi ricorda).

Insomma, mi affacciavo al turbolento universo dell’adolescenza ed iniziavo a coltivare interessi paralleli alla mia amata Salernitana: le ragazze. Ricordo che col pennarello indelebile scrivevo, su magliette di cotone comprate al mercato e indossate sotto la divisa da gioco, il nome della fidanzatina del momento: un modo romantico, imparato dal fiorire del calcio in pay-tv, per provare a dedicare qualche gol e ricevere un fugace e pudico bacio lontano da occhi indiscreti.

Era anche il tempo dei primi litigi causati da un fallo subito, delle cicatrici di battaglia portate con orgoglio sulle ginocchia. Erano tempi in cui le controversie venivano risolte spendendo due monete da 500 Lire (conservate, igienicamente, nei calzini di spugna) godendosi un bicchiere di Pepsi e un pacchetto di patatine Highlander al gusto ketchup sulle gradinate dei Salesiani.

Anni intrisi di felicità semplici: la fragranza di un cornetto caldo al mattino, il profumo d’inchiostro del Corriere dello Sport divorato in compagnia di mio cugino. Salerno, ai miei occhi da ragazzino di 11 anni, si apprestava a vivere la sua personale Zemanlandia: pochi colpi ad effetto e tanti giovani di belle speranze di cui, irrimediabilmente, ci saremmo innamorati (vedi Di Vicino, Campedelli e Zorò).

Il nome più gettonato della sessione estiva fu quello di Antonio Arcadio, attaccante all’epoca 29enne proveniente da un discreto triennio in Toscana, fra le fila del Siena. Nel complesso – fino a quel momento – dieci anni di carriera, iniziata nel Montevarchi in C2, avevano consegnato al ragazzo tre presenze da subentrato in Serie A con la maglia dell’Empoli, un costante girovagare fra le serie minori e qualche rete qua e là. Un curriculum, senza ombra di dubbio, ancora abbastanza scarno.

La tigre Arcadio scelse il granata per dare un colpo di coda alla fortuna. Segni particolari: un seducente neo sotto l’occhio destro, la capigliatura che ricordava quella di nostro Signore Gesù Cristo e una tecnica tutt’altro che cristallina ma, considerati i dettami del boemo, era un elemento secondario.

La prima stagione in granata, condita da 25 presenze ed appena 5 realizzazioni, cominciò nel migliore dei modi. Il pazzo 4-4 di Padova contro il Cittadella vide il nostro antieroe siglare una doppietta battendo Capecchi, prima su azione, poi dal dischetto.

Nonostante il promettente avvio, a brillare fu la stella di Fabio Vignaroli (capocannoniere della truppa con 21 reti). L’appuntamento col gol per Arcadio si rivelò una vera e propria rarità. Il calciatore, nonostante ciò, catturò le mie simpatie soprattutto perché veniva preso di mira da numerosi richiami goliardici provenienti dalle tribune fra cui – non lo dimenticherò mai – un:Nun sign manc si scenn u Patatern!”

Dopo qualche mese di digiuno finalmente arrivò la terza rete, era il 17 marzo 2002. I granata, di scena a Cosenza, espugnarono il fortino dei lupi silani. Ricordo con stupore il boato carico di meraviglia quando, sul risultato di 1-1, (intorno al 77esimo) accogliemmo il filtrante di Giacomino Tedesco diretto ad un Arcadio incredibilmente glaciale nel tu per tu con Aldegani. Momentaneo vantaggio ma, in quel pomeriggio del San Vito, le emozioni erano dietro l’angolo. Appena un giro di cronometro e i calabresi acciuffarono il pareggio grazie ad una sontuosa rovesciata di Igor Zaniolo su cross di Antonelli. Al 93′, un calcio di punizione di Vignaroli da posizione defilata pescò la sfortunata deviazione di Altomare: un settore ospiti in visibilio suggellò la prova carattere dei terribili ragazzi di Zeman.

Arcadio vestì, per la prima e ultima volta, i panni del risolutore ad aprile contro l’Empoli grandi firme di Baldini. La partita, giocata in serale risultò molto combattuta e rimase imbrigliata sui binari dello 0-0 fino ad un amen dal triplice fischio. Al 90′ la conclusione del nostro Arcadio superò Berti regalando 3 punti fondamentali alla Salernitana.

La giornata successiva fece registrare il divertente pareggio contro il Cagliari per 2-2. Appena 7 giorni e i granata, nella probante trasferta di Vicenza, consegnarono lo scalpo ai biancorossi. Il gol della bandiera provenne dagli 11 metri e fu l’ultima gioia stagionale per Arcadio. La Salernitana terminò, in modo tutto sommato soddisfacente, il campionato in sesta posizione e, con rinnovata fiducia, iniziò a progettare il ritorno in massima serie per la stagione 2002-03.

Altro giro altra corsa, grande fiducia e voglia di fare bene disegnarono promettenti sorrisi sul volto dei supporters granata. Si ripartì, ovviamente, da Zdenek Zeman e Arcadio strappò la riconferma. Intanto la Salernitana, in sede di mercato, soffiò via alla concorrenza due nomi pesanti per l’attacco: Pasquale Luiso ed Eddy Baggio (anche loro verranno amabilmente dipinti attraverso queste colonne).

Le speranze però non andarono di pari passo con il rendimento. L’esito del campionato? Vergognoso.

Appena 23 punti raccolti in 38 giornate, 23 lunghezze di distacco dal Messina quintultimo, l’avvicendamento Zeman – Varrella in panchina. Il Caso Catania, però, salvò capra e cavoli concedendo la salvezza ai granata nonostante il disastro calcistico raccolto in giro per lo Stivale. L’unica soddisfazione – l’ultima con l’ippocampo sul petto – per il nostro Arcadio arrivò nel dicembre 2002, all’82esimo di un gelido Salernitana – Triestina. I granata, in notevole ritardo nella lotta per non retrocedere, impattarono 2-2 contro gli alabardati all’Arechi.

Terminò così l’esperienza campana di Antonio Arcadio che, accettando un doppio declassamento, decise di salutare Salerno per tornare nella “sua” Montevarchi: 29 presenze, 5 gol e una retrocessione in Serie D nonostante il fatto che, per parte della stagione, i toscani furono guidati da Ciccio Graziani.

Orfano di una tanto agognata ribalta, dal 2004 al 2011, il calciatore milita fra i ranghi di: Catanzaro, Perugia, Andria Bat, Cascina, Siracusa, di nuovo Montevarchi, Castelnuovese e Terranovese. Un tramonto lento, indegno per un attaccante che, ad onor di cronaca, pur emergendo di raro dall’anonimato ha comunque raccolto 257 presenze e oltre 40 reti fra i professionisti.

Scherzi della memoria e del destino: per essere ricordati, a volte, non è necessario fare faville. Basta essere sé stessi, onesti con le proprie ambizioni, consapevoli dei propri limiti e, nonostante qualche errore di troppo, rispettosi dei colori che si indossano.