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Franco Conforto: «Mi sono cucito addosso la maglia granata. Parlarne mi emoziona ancora».

«Quel fallo su Urban non lo rifarei, ma che belli i derby con la Cavese! L'unico rammarico è non aver mai fatto gol per esultare sotto la Curva»

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Capelli biondi, barba incolta e qual fare da guascone che, però, nasconde un cuore tenero che si manifesta quando si parla di Salernitana. Questo è Franco Conforto, vercellese di nascita ma biellese di adozione. Uno dei mediani più forti che la Salernitana abbia mai conosciuto. Tre campionati di serie C con i granata (dal 1983 al 1986) che significarono tanto non solo per lui ma anche per la tifoseria che imparò ad amarlo per ciò che faceva in campo. Un motorino, uno sradicatore di palloni ed un carattere che entrò subito nel cuore della gente. Insomma, Franco Conforto incarnò subito l’anima di quella Salernitana, costruita per vincere ma portatrice di delusioni non sempre causate dagli attori in campo.

Conforto, però, non è rimasto nel mondo del calcio.  A quasi 64 anni (li compirà il prossimo 16 aprile) si gode la sua pensione a Biella, seguendo i risultati dei granata non con distacco e nemmeno con disincanto. Deluso solo dalla piega che ha preso il calcio attuale. Ma il passato non si può dimenticare, specialmente se ha regalato momenti di gioia non coronati, però, dai risultati finali.

Hai lasciato il mondo del calcio nel momento in cui hai smesso. Come mai?

«Non mi diverto più a guardare questo calcio. Manca la fantasia. Squadre che arrivano alla trequarti e poi ritornano indietro. Guardo la Nazionale ed il calcio inglese».

Però la Salernitana…

«È l’unica squadra che seguo e della quale mi informo del risultato. Sta facendo bene e spero davvero che vada in A. Le premesse ci sono anche perché le altre non hanno un rendimento continuo, a parte l’Empoli. Sarei davvero felicissimo per la città e per i tifosi».

 Ma veniamo a noi. Tre campionati con la Salernitana. Partiamo dall’inizio. Da quel 1983.

«Io arrivai ad ottobre dal Padova. Ricordo, però, che con Facco non giocai sempre. Lui aveva i suoi giocatori ma lo ricordo con grande affetto. Quando arrivai ebbi la percezione di essere in una grande squadra. Gente come Zaccaro, Belluzzi, Pecoraro, Boschin non potevano fallire. Belluzzi era un vero amico ed un grande personaggio ma tutto il gruppo era fantastico. Probabilmente a livello societario non eravamo solidissimi ma avevamo una città con noi. I petardi del Vestuti non li dimenticherò mai. La curva bersagliera è un’immagine che sarà stampata sempre nei miei pensieri. Peccato non aver vinto».

In quegli anni c’erano anche i derby con la Cavese. Ne sei stato protagonista

«Erano le partite più sentite. Purtroppo, al derby è legato anche un episodio che mi ha visto protagonista. Quel famoso fallo su Urban a distanza di anni non lo rifarei. Obiettivamente è una cosa che non andava fatta. Una brutta entrata ad inizio partita. Gli feci male. Non ho mai avuto modo di chiarire con lui. Erano tempi in cui il derby caricava tutti noi calciatori ed io in campo davo tutto non solo per la squadra ma soprattutto per la gente».

Il fatto che la squadra giocasse in città, in un impianto situato al centro, quanto influiva sul vostro rendimento?

«Purtroppo, eravamo divisi dalla pista di atletica ma avevamo sempre l’impressione di avere la gente in campo. IO non ho mai provato emozioni del genere, nemmeno quando ho vinto campionati a Padova e Perugia. Chi non ha giocato a Salerno non può capire».

Nel 1984 fu costruita ancora una squadra per vincere

«Arrivò Ghio che rivoluzionò il nostro modo di giocare. Per l’epoca fu un rivoluzionario. Abbiamo tribolato anche quell’anno. Arrivammo quarti ma, obiettivamente, Palermo e Catanzaro erano superiori. Cominciammo male e poi non riuscimmo più a recuperare i punti persi. Arrivarono anche calciatori importanti come De Nadai e Perrotta ma non ci fu nulla da fare».

Poi l’ultimo anno in granata

«Ci furono ancora problemi societari e fu un anno in cui si vide di tutto. La squadra, come al solito, era competitiva. Ci fu l’infortunio di Boschin e l’esonero di Ghio. Ancora mi chiedo il perché fu esonerato. Insomma, tanti episodi che condizionarono la nostra annata. Quando mi dissero che non avrei fatto parte dei progetti futuri mi cadde il mondo addosso. Io sarei rimasto ancora anche facendo sacrifici economici. Purtroppo, non andò così».

Non tutti però possono dire di aver marcato Maradona in Coppa Italia

«Diciamo che marcare è una parola grossa. Maradona era immarcabile. Era il genio del calcio. Per me è stato un privilegio giocarci contro. Ci ho provato a contrastarlo ma era un’impresa. Lui faceva cose che giocatori normali non pensavano nemmeno. Bastava vedere il riscaldamento per capire cosa fosse. In campo ho provato a dare il massimo anche in quella occasione».

Conforto e Maradona in Coppa Italia

Ti sei chiesto mai perché i giocatori come te sono stati così amati?

«Io parlo per me. A Salerno non mi è mancato mai niente e quella maglia me la sono cucita addosso. Io davo tutto e quello che ho provato in quella città non l’ho mai provato da nessuna parte. Come facevi a deludere quella gente?»

Un rammarico però c’è

«Il gol. Non ho mai segnato con la maglia granata. Avrei pagato per esultare sotto la Bersagliera. Questo è l’unico rammarico che mi porto dietro, oltre al fatto di non aver vinto nulla per la gente».

Ti rivedremo a Salerno, magari per festeggiare la serie A?

«Chissà. Intanto però io voglio salutare tutti i salernitani e voglio dire a tutti che sono nel mio cuore. Ho conosciuto persone splendide come Alfonso il magazziniere, il grande Bruno Carmando, Il dott.Liguori. Non faccio l’elenco perché temo di dimenticare qualcuno. Una cosa però la vorrei dire: voglio salutare i ragazzi del Bar Agip di Mercatello. Magari qualcuno leggerà e si ricorderà. Forza Salerno!»

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