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Botteghi:«Salerno per me fu un punto di arrivo. Non avevamo società, ma solo l’affetto della gente».

Con Messina fu l'anima della squadra: «Avevamo tanti calciatori bravi però che rammarico quella Coppa Italia persa. La Salernitana in A la vedo benissimo. Deve consolidarsi»

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Giovanni Botteghi è uno di quei calciatori arrivati a Salerno nel momento sbagliato. Centrocampista dal piede educato, di quelli che ti fanno innamorare quando toccano il pallone, testa alta e consapevolezza di ciò che si andava a fare con la sfera tra i piedi. Choma bionda lunga e carattere tipico del toscano capace di infervorare le piazze più calde come quella di Salerno. Correva l’anno 1979 e la Salernitana riuscì a prendere sia Botteghi che bomber “Lele” Messina dai “cugini” della Pro Cavese mandando in visibilio la tifoseria. E ne avevano ben donde i tifosi granata, perché Messina vinse il titolo di capocannoniere mentre Botteghi si rivelò uno dei migliori centrocampisti della categoria. Dalla Cavese arrivarono anche Moscon e De Biase. Insomma, c’erano tutte le carte in regola per essere protagonisti.

E, allora, cosa mancò a quella squadra per fare il salto di qualità?

«Mancò la società. Eravamo soli. Avevamo soltanto la gente dalla nostra parte e per loro avremmo voluto fare di più. Vedevamo presidenti che andavano e venivano e allenatori che si avvicendavano. Prima Viviani, poi Giammarinaro e in ultimo Gigante. Gli stipendi non arrivavano e fummo costretti a mettere in mora la società. Avevamo la gente di Salerno dalla nostra parte e lo stadio sempre pieno. Riuscimmo fare un campionato dignitoso con un grande rammarico».

Quale?

«Arrivammo in finale di Coppa Italia ma non riuscimmo a vincere con il Padova. Vincemmo 3-1 a Salerno ma riuscimmo a perdere 4-0 nella gara di ritorno. Fu una grande delusione perché avremmo voluto regalare quella vittoria ai nostri tifosi che mai ci lasciarono soli. A distanza di tempo mi brucia ancora».

Un anno difficile, ma voi non mollaste la barca che affondava

«Io conservo un ricordo stupendo nonostante tutte le vicissitudini. Stringemmo un patto tra di noi perché noi saremmo potuti andar via tutti, ma decidemmo di rimanere solo per i tifosi. Se le cose fossero andate normalmente io sarei rimasto a Salerno per tanto tempo. La città è stupenda e la gente ancora di più».

Quell’anno la Salernitana si identificò in lei e Messina. Forse le mancò qualche gol in più

«Si. Di gol non ne ho mai fatti molti nella mia carriera. Mi mancavano i tempi di inserimento per chiudere le azioni. Segnai subito nel derby con il Benevento ma poi mi fermai. Ne ho fatti fare diversi di gol, ma personalmente ne ho fatti pochi. Però ci fu Messina che segnava per tutti».

Eravate una bella squadra

«Messina, Zandonà, Valeri, Moscon, De Biase, un giovane Viscido che aveva tante potenzialità. Tutti calciatori di grande livello. Purtroppo, andò come andò».

L’anno dopo sia lei che Zandonà andaste all’Arezzo. Le cronache dell’epoca raccontano che, in segno di riconoscenza, voi non vi impegnaste molto contro la Salernitana che era impegnata nella lotta salvezza. È vero?

«Diciamo che le motivazioni erano diverse. L’Arezzo non aveva nulla più da chiedere al campionato mentre la Salernitana doveva far punti per salvarsi. In generale non si regala nulla a nessuno, ma quando giochi con squadre in cui sei stato bene e non ci sono motivazioni particolari puoi permetterti di non giocare alla morte. Si giocò in campo neutro a causa della squalifica del Vestuti. Fu una cosa che partì da dentro. Quell’anno Salerno patì anche la tragedia del terremoto. Furono tanti fattori che, inconsciamente, portarono a giocare una gara non proprio alla morte».

Ha già detto che lei sarebbe rimasto volentieri

«Senza dubbio. Considerai la Salernitana un punto di arrivo. Tutti sognavano di giocare nel Vestuti sempre pieno. Una passione che ti travolgeva per tutta la settimana. Stiamo parlando di qualcosa di straordinario. Ricordo sempre Bruno Carmando che mi fece conoscere Salerno ed i suoi personaggi. Lui ci motivava sempre anche quando si perdeva. Sapeva sempre usare le parole giuste. Ci sono personaggi che lavorano nell’ombra e che rappresentano l’anima di un gruppo. Bruno Carmando era uno di questi».

Lei è rimasto nel mondo del calcio

«Si. Ho fatto la carriera come direttore sportivo per una quindicina di anni. Sono stato alla Juventus come responsabile scout e dal 2004 collaboro con Sartori. Ora sono con lui da cinque anni all’Atalanta. Ho girato tantissimo in tutto il mondo per scovare giocatori. Adesso siamo fermi ma speriamo di tornare presto a viaggiare».

E questa Salernitana in serie A come la vede?

«Bene. Sono davvero felice. Mi è sempre piaciuto molto anche Castori anche se ci conosciamo poco. Ha temperamento e non inventa nulla. Salerno è una piazza che meriterebbe di restare stabilmente in serie A ma poi è chiaro che c’è bisogno di tante componenti. Ci vogliono programmi seri, strutture ed un settore giovanile importante. Dietro ad ogni calciatore preso ci deve essere un lavoro di equipe serio. Investire nello scouting è fondamentale. Non ci si improvvisa nel calcio, ma bisogna crescere globalmente. Io spero tanto che la Salernitana possa consolidarsi in massima serie».

C’è la speranza, quindi, di vederla a Salerno quest’anno anche se da avversario?

«Lo spero. Ci sono venuto anni fa quando ero direttore sportivo della Spal. Quest’anno spero di venire a Salerno per rivedere tanti amici che ho lasciato».

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