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Intrapresa la strada giusta: l’atteggiamento meno remissivo valorizza la tattica, il collettivo e le prestazioni dei singoli

Battere il Verona per non sentirsi figli di un Dio minore e affrontare il futuro con crescente fiducia e rinnovato entusiasmo

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Salerno, Italy : Fabrizio Castori coach of US Salernitana 1919 during the Coppa Italia match US Salernitana 1919 vs Reggina 1914 on August 16 in Salerno, Italy. Photo by Fotoagenzia Copyright: xFOTOAGENZIAx
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La Salernitana perde la quarta partita consecutiva del suo tormentato avvio di stagione, ma intravede uno sentiero disseminato di fiducia e autostima, al termine di una prestazione tanto gagliarda quanto sfortunata contro l’Atalanta di Giampiero Gasperini.

Paradossalmente, i significativi dati tecnici, atletici, tattici e temperamentali emersi nel match contro gli orobici lasciano, rispetto alle precedenti battute d’arresto, quella dose di amarezza difficile da smaltire, cagionata da un’ingenuità difensiva che ha finito per vanificare una gara ricca di contenuti. La classifica e la squadra avrebbero meritato di trarre un sospiro di sollievo, utile ad ossigenare muscoli e mente in vista del fondamentale appuntamento casalingo contro il Verona. Si torna in campo tra quattro giorni, sarà di vitale importanza strattonare la graduatoria, domare gli scaligeri, conquistare tre punti e sentirsi concretamente all’altezza del maggiore campionato nostrano.

E’ piaciuta la truppa di Castori, soprattutto per il piglio intriso della consapevolezza di chi sa che l’avversario, reduce dall’impegnativo confronto contro il Villareal, avrebbe concesso non poco sul piano della freschezza atletica e della tenuta mentale. Una convinzione che ha suggerito a Djuric e compagni di trasformare la brama di successo in un podismo senza soluzione di continuità e costantemente proteso a capitalizzare tutti i frangenti positivi offerti dalla contesa. Muscoli e cuore, ma anche qualità e coraggio, due aspetti che avevano faticato ad emergere in questo complicato avvio di torneo.

Il 3-4-1-2 visto contro l’Atalanta, modulo a geometrie variabili, come testimoniano il 3-4-3 ed il 5-2-3 da esso derivanti a seconda delle fasi di gioco alternatesi sul prato verde, ha lasciato negli occhi dei tifosi granata diverse immagini positive. Su tutte, ha destato ottima impressione l’immediata intesa palesata dalla diga centrale mediana composta da Mamadou e Lassama Coulibaly. Colonna portante della strategia tattica utilizzata dal trainer marchigiano per mettere in soggezione i titolati rivali lombardi. La loro presenza, caratterizzata da aggressività, podismo, essenzialità, grinta e spiccato senso tattico, ha garantito serenità al resto della squadra.

Più sicura è parsa la difesa nel suo pressing di zona effettuato alto, con gli esterni pronti a fronteggiare immediatamente i loro dirimpettai, alla stregua dei centrali difensivi di destra e sinistra, repentinamente sguinzagliati tra le linee sulle imbucate verticali operate dagli uomini di Gasperini. Fase difensiva alla quale hanno fornito un significativo contributo anche i diligenti sacrifici di Gondo, Ribery e Djuric, i primi a portare pressione sui difensori lombardi intenti a costruire la manovra dal basso.

Pertanto, ieri abbiamo visto, per la prima volta, una squadra che si è difesa non più a ridosso della propria area di rigore, ma alzando notevolmente il proprio baricentro, pronta a rubar palla e ad affondare subitaneamente negli spazi concessi da Toloi e compagni.

Atteggiamento che ha esaltato la prestazione del collettivo, ma anche reso notevoli benefici alle performance individuali. Lassama Coulibaly e Kechrida, finalmente non snaturati dalla necessità primaria di assicurare qualità offensiva il primo e sagacia difensiva il secondo, hanno espresso una prova convincente, finendo, sulle ali dell’entusiasmo, per dare il loro apporto anche nelle fasi di gioco meno importanti del loro repertorio tecnico-tattico. Il primo, accantonata la sua scarsa vocazione a produrre lo spunto della mezzala qualitativa, ha svolto benissimo la funzione di frangiflutti davanti alla difesa e di occasionale incursore tra le maglie difensive atalantine. Il tunisino, non più angosciato da un’innaturale mansione da esterno difensivo intento a curare soprattutto diagonali e marcature da scalare, ha avuto essenzialmente un unico riferimento rappresentato dall’esterno rivale da fronteggiare, per poi fiondarsi negli spazi e liberare la sua capacità di incidere con discreta qualità.

La presenza di Ribery, che necessita ancora di tempo per trasformarsi in incubo reale per le retroguardie rivali, ha portato però giovamento alla manovra della squadra, decongestionandola con smistamenti di palla effettuati nei tempi giusti e consentendo ai due Coulibaly, quando il francese si abbassava per dettare il passaggio, di attaccare a turno gli spazi e far valere il loro strapotere fisico ed atletico. Arriverà anche il tempo della giocata individuale capace di spaccare la partita, ma la sua valenza già si riesce a percepire.

Davvero incoraggiante anche l’impatto di Cedric Gondo con la massima serie. Qualità, fisicità, carattere, personalità, tutti insieme in un’unica partita, hanno certificato che l’attaccante ivoriano, già determinante nelle battute finali della scorsa stagione, può dire la sua anche contro difensori di spessore come Toloi e Demiral, i quali hanno penato non poco per contenerlo nell’ora di gioco che lo ha visto protagonista.

La logica suggerisce di continuare a navigare per questi mari, meno tempestosi di quelli attraversati nei primi tre cimenti stagionali. Però è assolutamente necessario rendere più fruttuosa la pesca, a partire dall’imminente e fondamentale scontro salvezza contro il Verona. Tre punti per mettersi alle spalle un esordio sofferto, per rientrare nel gruppone delle pericolanti e restare aggrappati ad un campionato che, nonostante le amarezze dei primi quattro giri di valzer, rappresenta un’affascinante dimensione calcistica alla quale non si rinuncia a cuor leggero.

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