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L’incomprensibile ritorno al passato di Colantuono, il linguaggio del corpo e la fine della cattività calcistica granata

Il campionato ha preso una bruttissima piega, guardare la classifica serve soltanto ad incrementare lo scoramento e le enormi pressioni patite dalla squadra. Più utile concentrarsi sull'impegno necessario a salvaguardare l'onore dell'Ippocampo e la passione della tifoseria granata. In attesa dell'improcrastinabile e trasparente svolta societaria

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Nelle speranze della vigilia cullate dalla tifoseria granata, i tre punti da ottenere contro la Sampdoria di D’Aversa rappresentavano una sorta di cassino magico capace di cancellare il tormentato inizio di stagione e regalare l’entusiasmo necessario per guardare al futuro con uno stato d’animo meno ansioso. La speranza, alla prova del campo, si è trasformata in un vero e proprio incubo. Sconfitta senza attenuanti, figlia di errori tecnici e delle assai discutibili scelte tecniche di Colantuono. I blucerchiati, che possiedono un potenziale offensivo notevole, sono stati bravi ad approfittare della confusione espressa da Di Tacchio e compagni, conquistando un successo che salva la panchina del loro tecnico e regala una corposa dose di serenità in vista delle prossime partite.

Un antico e inflazionato adagio suggerisce che è sempre un rischio abbandonare la strada vecchia per intraprenderne una nuova e piena di incognite. Il percorso abbandonato inspiegabilmente dal trainer romano è rappresentato dalla scelta di accantonare la poca qualità presente in organico, oltre a negare la continuità all’unico attaccante della rosa (Simy) in grado di vedere la porta, come testimoniano i 31 gol realizzati nella serie A italiana ed i 34 totalizzati in 70 match di cadetteria. I numeri, a certi livelli, sono importanti e non si può non tenerne conto, perché le gare si vincono gonfiando la rete avversaria.

Davvero inspiegabile, inoltre, la scelta di far accomodare nuovamente in panca Bonazzoli, unico attaccante dell’intero roster in possesso di un linguaggio calcistico utile a supportare Ribery sul terreno della qualità e dell’estro, due aspetti fondamentali per disarticolare le fasi difensive rivali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il francese, privo di una spalla capace di sgravarlo dalla responsabilità di essere costantemente decisivo, ha sperperato più energie fisiche e mentali di quelle concesse ad un calciatore che, pur restando un elemento sopra la media, ha ormai raggiunto le trentotto primavere.

Altrettanto incomprensibile togliere dalla contesa Kastanos, con la squadra bisognosa di idee e giocate per provare a recuperare il doppio svantaggio maturato al termine della prima frazione di gioco.
Scelte che si fa fatica a comprendere, anche perché, pur affrontando compagini importanti come Lazio e Napoli, il nuovo corso intrapreso nelle ultime settimane, basato sul proposito di giocare palla a terra, qualche immagine positiva aveva lasciato negli occhi dei tifosi e degli addetti ai lavori. Contro i partenopei, nonostante la netta differenza di valori, i calciatori granata sono stati in partita per gli interi novanta minuti. Anche a Roma, soprattutto nella prima mezzora, la squadra ha tenuto bene il campo cercando di competere sul piano della qualità e del palleggio, prima di disunirsi dopo un paio di grossolani errori difensivi. Sulla stessa falsariga la vittoria conquistata a Venezia, figlia di un secondo tempo intenso e propositivo che valorizzò anche la tardiva reazione esibita nella gara casalinga contro l’Empoli.

Prestazioni che avevano reso consapevole il gruppo e l’intero universo granata sull’importanza di affrontare la categoria cercando di giocare a calcio e assegnando ruoli di primo piano ai pochi calciatori talentuosi presenti in organico. Organizzare trame di gioco meno scontate, equivale a gestire con personalità il pallone e a non consegnarsi all’impeto scriteriato manifestato nell’azione che ha regalato su un piatto d’argento il raddoppio ligure a Candreva.

Non meno inquietante il linguaggio del corpo assunto da Colantuono nella seconda parte della gara di ieri. La motivazione di non voler mettere ulteriore pressione alla squadra non regge. Un’impassibilità che è apparsa come una distanza emotiva rispetto a quanto stava accadendo in campo. Oppure c’è dell’altro dietro l’innaturale e silenzioso atteggiamento umbratile dell’ex trainer di Atalanta e Udinese?

La disfatta contro i blucerchiati, accompagnata da altre batoste indirette (exploit del Venezia a Bologna), complica ulteriormente il cammino della Salernitana, con alle porte un ciclo di partite terribili da affrontare.
In questo momento, ogni parola è superflua, la squadra ha il dovere di lavorare duro e dare il massimo, giorno per giorno, avendo come obiettivo principale la necessità di onorare il campionato e la passione della sua tifoseria. La classifica, se ci saranno tempi e modi, si potrà forse guardarla solo in futuro.

Adesso, inutile pure sottolinearlo, il fine primario risiede nell’ormai improcrastinabile e trasparente svolta societaria. Oltre la quale, finalmente, si potranno dimenticare le mortificazioni e i bocconi amari di una cattività calcistica divenuta ormai insopportabile.     

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