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La valigia del Comandante

Il vento della remuntada nella valigia del Comandante

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LA VALIGIA DEL COMANDANTE
LA VALIGIA DEL COMANDANTE
Tempo di lettura: 3 minuti

Non è certo colpa mia. Se l’è cercata, disperatamente. L’ha alimentata non usando mai una maledettissima volta una frase banale. Come un fuochista, non ha mai posato la pala, e rieccolo lì, pronto a gettare carbone per far ripartire questa sbandata nave.

Come fai, semplicemente, a dire: “Walter Sabatini, direttore generale”? Ci devi mettere per forza qualcosa vicino, pescare nel repertorio di Ligabue ad esempio per dargli del mago. O attingere a piene mani nelle cose che dice, ripetute con occhi lucidi, stampate sulle felpe, passate di bocca in bocca come in quel gioco del “telefono senza fili” che giocavamo da bimbi. Bimbi. Sorrido mentre lo scrivo. Come se fossimo mai cresciuti. Di essere adulti, facciamo finta. Vogliamo sentirci parte rispettabile di una civile società, è il nostro modo per dire al mondo: “Guarda che io lo so come vanno le cose, guarda che non mi fanno fesso”. Puttanate.

Chè abbiamo tanto bisogno di favole.

“Sogno” si chiama, quel cibo che andiamo a rubare di nascosto dalla dispensa di notte, mentre di giorno ripetiamo al mondo che stiamo a dieta.

Per i tifosi della Salernitana è così. Nel nostro tentativo di renderci accettabili ed inclusi al mondo razionale, alla luce del giorno analizziamo quello schifo di classifica, le vagonate di gol incassati, di notte ci rigiriamo nel letto sperando che qualcosa, qualcuno ci venga a salvare.

Quanto a me, immagini ed emozioni preferisco cucirmele da solo. Fu per questo che scucii l’epiteto a Federico Fazio, due anni fa.

Alla mia versione di Sabatini ho fatto precedere l’appellativo di “comandante”. A ciascuno il suo. Il mio figlio maschio si chiama come il nonno. Ma tra i suoi nomi c’è pure Ernesto, in onore di un collega medico. Quando parlo e scrivo di Sabatini mi parte il charango, la chitarrina andina che sottende tanta musica della mia adolescenza. Sento la voce di Carlos Puebla che inneggia a “Che” Guevara, e mi pare che tutto sia possibile.

Troppo? Come osate? Volete dare dimensioni ai sogni? Fatevi i fatti vostri. Non avessi sognato, potevo mai tifare Salernitana?

Se mi lasciate fare, vi regalerò qualcosa, un antirughe, qualcosa che distenda le espressioni al limone di tanti che diranno: “i miracoli non si ripetono”.

Innanzitutto, pure questa è una puttanata. Se vi prendete la pena di aprire un dizionario serio, troverete scritto più volte “incredibile” nella definizione. “Irripetibile” non c’è, almeno nel dizionario che consulto io.

Ma la notizia è: non ci sono miracoli da compiere stavolta.

È una roba molto difficile, una salita in pendenza al 18% come il Mortirolo, una cosa che non si può fare senza sbucciarsi le ginocchia o procurarsi degli strappi al vestito. Ma non è impossibile.

Ché non è detto che adesso tutti se ne vogliano scappare da qui. Ché non è detto che il Comandante sappia solo comprare e non vendere. Ché non è detto che ventuno partite — quella di dopodomani faccio finta di non contarla — siano poche per risalire.

“Chi vivrà, vedrà”. Quante volte usiamo questa frase precotta, inconsapevolmente.

Implica il concetto di essere vivi, sottintende la chance di poter vedere. Non sottovalutatene il peso. Ché a pensarci bene sta tutto lì, è tutto quel che volevamo.

È la frase che Danilo Iervolino ha usato in conferenza stampa qualche giorno fa. Sollecitato da una mia domanda, ha dichiarato di voler morire “con la spada in mano”. Ha dato seguito all’affermazione. E gli rendo onore per aver fatto quella telefonata. Un gesto per nulla scontato al quale bisogna render merito, senza dietrologie che non hanno diritto di cittadinanza nel tempo presente. Il tempo è poco, basta solo per guardare avanti.

Cosa farà domani il Comandante? Lo leggeremo. Di sicuro avrà con sé una valigia, e dovrà aprirla.

Mi piace pensare che ne uscirà vento. I venti non sono tutti uguali.

Io so che quello che porta è un vento che ho amato, il migliore della mia vita.

È il vento che soffiava all’Arechi nei giorni della remuntada, il vento che sognavo, il mio regalo di Natale. 

Non chiedevo il risultato garantito, il mio cuore bambino implorava la speranza.

Mi è stata donata, la porta questo vento. Non voglio lasciarla andar via. Da subito, da venerdì, da quella partita che ho fatto finta di non contare.

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Nato nel 1964, professione ortopedico. Curioso ma pigro. Ama svisceratamente Salerno e la Salernitana. Come sempre accade quando un amore è passionale, è sempre piuttosto critico nei confronti di entrambe.