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Quale futuro per il calcio europeo?

Con la storica sentenza sul "caso Superlega" i giudici europei hanno aperto una strada che, al momento, i grandi club non sembrano voler percorrere. Ma il monopolio della UEFA non è più al sicuro.

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the super league
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La recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sul caso Superlega non ha stupito gli esperti di diritto comunitario. L’Unione, infatti, è stata edificata sui principi della libera concorrenza e del mercato, e la decisione della Corte è coerente con tali precetti. Per organizzare una competizione calcistica privata, cioè al di fuori del controllo di UEFA e FIFA, non occorrerà più l’autorizzazione di queste ultime, né saranno consentite sanzioni ai club e ai calciatori che decidano di prendervi parte.

L’epoca del monopolio sul calcio si è conclusa, ma le conseguenze della sentenza sono tutt’altro che chiare. Il movimento d’opinione che due anni fa uccise in culla le ipotesi di secessione dei grandi club europei ha rafforzato la UEFA, che ha riformato le sue competizioni continentali salvaguardando il principio dell’accesso alle stesse attraverso i campionati nazionali.

La Superlega, al contrario, prevederebbe un vero e proprio campionato di calcio organizzato in tre divisioni, con promozioni e retrocessioni tra un livello e l’altro. La squadra campione d’Italia (o di Spagna, Francia ecc.), se non fosse già presente nella Superlega, potrebbe qualificarsi soltanto alla terza divisione, la Serie C europea, e dovrebbe vincere ben due campionati per accedere alla Star League, composta da solo 16 squadre.

Non è semplice azzardare previsioni, ma è plausibile che il futuro del calcio europeo sarà determinato dalle decisioni strategiche dei club più potenti in seguito all’opportunità concessa dalla sentenza della Corte.

Il Regno Unito, che non fa parte dell’Unione Europea, impedirà per legge l’accesso dei club di Premier in Superlega: un punto a favore della UEFA. E, al momento, soltanto Barcellona e Real Madrid propugnano con forza la creazione di un torneo di calcio autogestito.

Tuttavia, non ci si può illudere che questo scenario rimarrà immutabile. I grandi club puntano a ottenere ricavi ben più cospicui di quelli attuali attraverso la relativa garanzia di potersi scontrare ogni anno contro le altre big del calcio europeo, a prescindere dai risultati ottenuti nei campionati nazionali. L’argomentazione ha un suo fondamento: appare iniquo che alla finalista perdente della Champions League venga impedito l’accesso all’edizione successiva perché nel campionato nazionale è arrivata a metà classifica.

Ed è altrettanto sensata l’argomentazione opposta, avanzata dalla UEFA e dai tifosi più tradizionalisti: non è ragionevole che a una squadra ben piazzata nel proprio campionato, magari campione d’Italia o di Spagna, sia preclusa la possibilità di scontrarsi con gli altri top club del calcio europeo nel massimo torneo continentale.

Se la UEFA vorrà scongiurare ogni ipotesi secessionista dovrà trovare una formula di compromesso, che venga incontro alle esigenze dei grandi club senza pregiudicare la rilevanza dei campionati nazionali. Non stupirebbe, pertanto, una riforma delle competizioni europee in cui a una parte delle squadre meglio piazzate in Champions League sia garantita la qualificazione all’edizione successiva del torneo, riservando i restanti posti alle squadre provenienti dai campionati nazionali.

Un’ipotesi che non piacerà ai nostalgici del mercoledì di coppa o della Stella Rossa sul tetto d’Europa, ma che, in seguito alla decisione dei giudici comunitari, sembra la soluzione meno indigeribile per scongiurare le velleità separatiste senza svilire le leghe nazionali.

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Autore del podcast settimanale "Agostino": https://shorturl.at/hyZ01