Home Editoriale Indifferenza e disamore: sintomatologia di un’attesa negata

Indifferenza e disamore: sintomatologia di un’attesa negata

Cronache dal feudo delle felicità violentate.

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Piazza Montpellier Salerno (fonte: macchiedinkiostro.com)
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Ecco di cosa si compone, nell’anaffettiva condanna del giorno qualunque, la nostra appartenenza ad una fede. Nostra madre, colei che ci ha accolto in fasce (rigorosamente granata), è preda strumentale di una spocchiosa cooperativa di affaristi.

I vertici societari, tali Claudio Lotito e Marco Mezzaroma sono troppo impegnati a perseguire chimere nazionali e demandano ogni compito – dall’allestimento della rosa ai girotondi d’anime – al Direttore Generale. Ruolo ricoperto, in saecula saeculorum, da quell’Angelo Mariano Fabiani che, per la totalità (o quasi) dei tifosi salernitani, ha più volte varcato il Rubicone della pazienza. Il DG (o DS che dir si voglia) ostenta, da che mondo e mondo, condotte al limite del moralmente corretto, provando a vestire i panni del signore feudale col diritto di imporre il silenzio a coloro che considera semplici sottoposti (far spegnere il microfono ad un collega scomodo è solo l’ultima delle tante imprese).

Il nostro caro Angelo“, strano a dirsi, è l’unico a non finire mai sul banco degli imputati.   

Ma, torniamo a noi. Questa vigilia di campionato, così come appare, è senz’altro un difetto di pronuncia della realtà. Il maggese del pallone individua in sabato 26 settembre, alle ore 14, il calcio d’inizio di Salernitana – Reggina. Orario singolare ma, tant’è. La Lega di serie B, da qualche anno a questa parte, si dimostra molto fluida nel concordare i palinsesti, meno nello scandagliare i fondali delle normative federali e nel preservare l’oggettiva regolarità delle competizioni.

Il pallone, pertanto, torna a rotolare anche se, a queste latitudini, è notizia di poco conto. La faglia del malessere profonde violente scosse all’universo salernitano. Da un lato una matricola federale, dall’altro un popolo tradito, nel mezzo la pletora dei giustificanti, sul fondo una popolana che indossa stracci di seconda mano: la Salernitana.

Ed è proprio qui, lungo questi litorali di attracchi e salsedine, che a governare è la sofferenza di una passione oltraggiata senza pietà alcuna. Le settimane avanzano e il termometro della fiducia segna, irreparabilmente, il vuoto cosmico.

L’estate più afosa della storia recente volge al termine: il tintinnar di sciabole è l’ovattato ricordo di un tempo che vide contrapporsi gufi e collusi nel copioso refrain affidato ai social. A dominare ora sono le azioni concrete, anche perché l’autunno – diapositiva di un presente senza futuro – è finalmente giunto. Con lui la tanto rinviata resa dei conti. Salerno, in trincea, è stanca ed ha intrapreso una marcia che non può più arrestarsi: al di là di ogni sopruso verbale, ogni spiffero da basso impero, ogni negazione della realtà, ogni sentenza che macchia il percorso storico della nostra bersagliera.

Le testimonianze di una stanchezza ormai livida sono molteplici, ascrivibili ai chilometri di muri, alle distese di striscioni che bivaccano fra la luna e i cavalcavia. Il fuoco della contestazione, alimentato dalla sistematica somministrazione di fiele da parte dell’erboristeria capitolina, divampa da nord a sud senza soluzione di continuità. I toni spaziano dalla ferma condanna al sistema delle multiproprietà (battaglia sacrosanta e trasversale che dovrebbe riguardare gli appassionati di ogni bandiera) fino agli inviti – più o meno aspri – a liberare la Salernitana dalle costanti offese a cui è sottoposta. La protesta è il trait d’union che congiunge la sana ossessione per la maglia alla riconquista di una dignità troppo spesso calpestata. Recidere, a suon di conferenze stampa negate e presunte intimidazioni, il cumulo delle voci che pretende ossigeno – quantificabile in ambizioni da coltivare – è esercizio dispendioso e vano.

Si potrebbe ad esempio storpiare il titolo di un celeberrimo romanzo di Gadda, la sua anima mi perdonerà. Ad un anno, cinque mesi e poco più da Quer pasticciaccio brutto de Villa San Sebastiano” la pietanza sfornata dalla società, nonostante i comunicati di facciata (ad oggi merce rara anche quelli), è dannatamente fedele a sé stessa: un mortificante calderone di avanzi biancocelesti che risponde alla legge del pressappoco. Ritorsioni e assenze, mancanza di progettualità (estrema sintesi la nomina di Fabrizio Castori, allenatore inviso alla piazza). Ennesimo schiaffo rappresentano le accuse destinate ad una città rea – stando a quanto filtra dagli altoparlanti di bordo – di infondere troppa pressione ai futuri tesserati (il caso Ranieri, recatosi poi nella pacifica Ferrara è emblematico). Sintomatologia di una supponenza che si tramuta, infinite volte, in mancanza di rispetto delle nostre intelligenze.

E, frattanto, cosa gracchia di bello radio-mercato? Partenze, ritorni e ammiccamenti. I domani, i forse, gli arriverà, i quasi fatta. In sintesi, tutto quel che serve per guadagnare la pagnotta senza colpo ferire. Distillando, con cura maniacale, i miasmi e i silenzi di una società assente.

Il canovaccio è presto delineato e, benché qualcuno supponga che abbiamo memoria corta, va in scena ad ogni finestra di mercato. Si valuta, in principio, il profilo di un attaccante dal discreto background e, per un’intera sessione, non si parla d’altro. L’operazione viene definita complessa (le altre squadre acquistano calciatori in meno di mezza giornata, fortunati loro) e viene dipinta come un’opera di finissima strategia: il travaglio è prolungato e sofferto. Quando, infine, la trattativa viene portata alla sua fisiologica conclusione (per sopraggiunta stanchezza dei partecipanti) ecco suonare le campane a festa mentre, su piazza San Pietro, spiccano il volo migliaia di candide colombe.

Si titola con “Colpaccio della Salernitana” arrogandosi il diritto di averlo scritto per primi. Dimenticando che, tutt’intorno, la rosa è composta da macerie e avanzi giunti dalla mensa della carità di Formello. Nel silenzio assenso, poi, vengono legittimati strani avvicendamenti in casa granata, la danza macabra dei procuratori (sempre gli stessi) ed una conduzione che proietta la Salernitana alla stregua dei circuiti nepotistici di democristiana memoria.

Lecito osservare che molte penne hanno scavato, faziosamente o meno, il solco che separa l’agenda dei contatti pronto-intervista da una tifoseria in tumulto. Il tutto trincerandosi, a targhe alterne, fra i vestiboli di una sordità affettiva a dir poco surreale. C’è chi naviga a vista, provando a raccontare la settimana tipo con l’entusiasmo monocorde di chi non ha più stimoli. C’è chi nutre, altresì, la triste pretesa di creare suspense dipanando le disavventure di una squadra incompleta e maltrattata, di certo abbandonata a sé stessa.

Segnali sempre più forti denotano una vocazione al disgusto geolocalizzata, a chiare lettere, sullo stradario granata. La campagna dei 150 palloni, la restituzione del tanto rinfacciato pomo della discordia è manifesto di un’avanguardia, una rivoluzione in atto, una marea da cavalcare in nome di quella traversata ultracentenaria che ereditiamo dalle generazioni passate. A fungere da contraltare, con toni via via più dimessi, il coro delle voci bianche e dei cartellini timbrati. La ricerca di notizie non notizie, di alibi e pacche sulla spalla si è tramutata nel dripping confuso, frettoloso e sciatto di chi non ha più contenuti né difese d’ufficio da sciorinare.

Il martelletto, fino ad oggi, ha battuto laddove il padrone immaginava. Il tempo e il malcontento – fattori imponderabilmente sottovalutati – hanno già determinato il labile confine che intercorre fra amore per la verità ed interesse individuale, fra servilismo e serietà, fra orgogliosa resistenza e timoroso collaborazionismo. 

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