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Armenia – Azerbaijan, lo scontro fra popoli coinvolge anche il calcio

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“Nel Caucaso la verità è un concetto elastico, malleabile. Spesso le leggende sono più vere della verità. Siamo noi europei a illuderci di potere conoscere la verità vera, di poterla toccare con mano. Qui la verità è qualcosa di individualizzato, di intimo, di personale”.

– Wojciech Górecki –

Dal cumulo delle verità (malleabili o meno) proferite dallo storico e giornalista polacco, però, ne emerge una incontrovertibile: un azero ed un armeno, ancor prima che a far di conto, imparano ad odiare il proprio confinante. Quella che oggi proveremo a raccontare è storia di frontiera, di culture agli antipodi, di uomini provenienti dalla culla dell’umanità: il Caucaso.

Sofferenza e disprezzo, sostantivi con cui ci si abitua a convivere se si appartiene a quel braccio di terra fra Mar Nero e Mar Caspio: il primo piantonato dai Dardanelli e dal Bosforo, il secondo uno specchio di sale senza sbocchi.

Fra l’odio – frutto della genetica – e il desiderio di autodeterminazione c’è un universo di contraddizioni, azioni, reazioni e tentativi (tutti azeri) di dare sfogo ad una vera e propria pulizia etnica. Il fulcro della contesa è uno scherzo di terra: la regione dell’Artsakh per gli armeni, Dağlıq Qarabağ per gli azeri, Nagorno Karabakh per i russi.

Tre nomi, decine di espressioni per manifestare il concetto di un territorio conteso. La più classica delle partite a scacchi, giocata sulla pelle degli inermi, da novelli dittatori.

Anche il pallone, sinonimo di una crescita vertiginosa negli ultimi decenni, di tanto in tanto asseconda i toni della discordia e smette di rotolare. Poco più di un anno fa, in occasione dell’incontro di Europa League fra Dudelange e Qarabag, un drone trasportante la bandiera armena sorvolò il rettangolo verde lussemburghese provocando, sul 2 a 0 a proprio favore, la furia degli ospiti azeri e la successiva sospensione, per poco più di 20 minuti, di un match poi terminato 1-4.

È storia odierna il riacuirsi di un conflitto apparentemente sopito per 26 anni. Anche i calciatori della selezione armena – in quanto rappresentanti in scarpini di un contemporaneo collante patriottico – hanno deciso di schierarsi a difesa della propria repubblica. È il caso di Varazdat Haroyan, difensore centrale 28enne nonché capitano della Nazionale con 51 presenze e 2 reti.

VADUZ, LIECHTENSTEIN – OCTOBER 12: Varazdat Haroyan of Armenia controls the ball during the UEFA Euro 2020 qualifier between Liechtenstein and Armenia on October 12, 2019 in Vaduz, Liechtenstein. (Photo by TF-Images/Getty Images)

Al termine dell’estate appena trascorsa era tutto pronto per ratificare il passaggio dall’Ural (squadra della città di Ekaterinburg che milita nella Prem’er-Liga russa) all’Ael Larissa (compagine della massima serie ellenica) quando il ragazzo ha deciso di appendere momentaneamente gli scarpini al chiodo per imbracciare il fucile a difesa dell’Artsakh. Anche Henrikh Mkhitaryan, il più talentuoso del “Collettivo“, ha ritenuto opportuno destinare una lettera aperta ai governanti più influenti della terra: Macron, Trump e Putin.

Il contenuto della missiva, pubblicata attraverso i social dal trequartista in forza alla Roma, è il seguente: “Sono un atleta professionista che rappresenta orgogliosamente in tutto il mondo l’Armenia, e oggi scrivo questa lettera con grandissime preoccupazioni. Mentre il mondo è testimone di una tragica guerra senza precedenti in Nagorno Karabakh, permettetemi di dar voce alla profonda preoccupazione che il mio Paese si trovi in grande pericolo. Mentre la guerra entra nella seconda settimana di scontri, l’Armenia e l’Artsakh continuano a difendere il proprio diritto di essere una Nazione indipendente, di continuare a esistere sui territori storicamente occupati e di preservare il proprio patrimonio di valori Cristiani conosciuto in tutto il mondo. Con l’intensificarsi degli scontri militari negli ultimi giorni, è estremamente triste vedere come l’esercito dell’Azerbaijan stia deliberatamente puntando obiettivi come scuole e asili, residenze civili, ospedali ed altre infrastrutture, nella capitale ed in altri centri densamente abitati”.

La regione dell’Artsakh – da sempre abitata dagli armeni – rappresenta uno scomodo cuscinetto fra due fuochi paralleli ma intersecanti: da un lato la Turchia, dall’altro l’Azerbaijan. Per sottolineare il continuum sociale, religioso e culturale fra i due paesi, appartenenti alla stessa progenie, non è necessario perdersi nei meandri della storia: basta confrontare le due bandiere.

Un proverbio recita che: “L’armeno si trova a proprio agio in qualsiasi parte del mondo”. Testimonianza di quello che, per gli armeni, è il minimo comune denominatore del ‘900: la diaspora.

Per elaborare il concetto espresso dal detto – che ad un’analisi superficiale pare intriso di banalità – è necessario pensare al 1915. Nel pieno del primo conflitto mondiale, l’ormai decadente Impero Ottomano decise di rendere la presenza armena nella regione turca il capro espiatorio per ogni sconfitta militare (in virtù di una temuta alleanza con i russi). Oltre un milione e mezzo di morti, una ferita aperta che ogni 24 aprile – giorno dello Մեծ Եղեռն, letteralmente “il grande crimine” – continua a sanguinare. Una scia di deportazioni, persecuzioni ed una forte ascendente al negazionismo – via più semplice per eliminare dalla coscienza le scorie di un genocidio – coltivata dalla storiografia turca.

Per sovvertire gli equilibri bellici in Medio Oriente e nel Caucaso intervennero, durante la Grande Guerra, Gran Bretagna e Francia. Le due potenze iniziarono a posare l’asfalto per edificare una tortuosa strada diplomatica: dalla figura di Lawrence d’Arabia, abile a tessere legami fra le tribù arabe per fomentare l’insurrezione, agli accordi di Sykes-Picot attraverso cui dividersi – col gioco dei mandati e dei protettorati – l’oro nero mediorientale.

I due paesi, esportatori di democrazia ante litteram, promisero oltre al diritto di autodeterminazione dei popoli – caldeggiato principalmente dal presidente U.S.A. Woodrow Wilson nei suoi “14 punti” – anche consistenti annessioni territoriali in cambio di supporto in chiave ottomana. Fra queste anche la creazione di un’Armenia turca ad ovest (evenienza mai avveratasi) in modo da lasciare la regione del Nagorno Karabakh agli azeri (evenienza avveratasi tramite la sponda di Stalin).

Evidenza vuole che gli accordi stretti in tempo di guerra difficilmente vengano rispettati in tempo di pace. Infatti, al netto di indipendenze formali e protettorati concessi, le Paci di Parigi non furono in grado di mettere d’accordo parte dei combattenti. Le forti riparazioni imposte, le privazioni territoriali, il conseguente incalzare di un’inflazione mostruosa risultarono deleterie più del dovuto per la Germania di Weimar prima, nazista un decennio dopo: questo, però, è un altro capitolo.

Destituita nel 1916 la dinastia dei Romanov in Russia, impiantatosi con le due rivoluzioni il sistema bolscevico dei Soviet, iniziò e terminò – nel 1918, in appena 5 mesi – la breve stagione della Repubblica Transcaucasica che comprendeva – sotto lo stesso angolo di cielo – tre paesi con pochissimi (se non nulli) punti in comune: Georgia, Armenia e Azerbaijan.

La comparsa – a gamba tesa e pugno chiuso – dell’URSS sulla scena mondiale instaurò una convivenza forzata fra Armenia e Azerbaijan – durata circa 70 anni – nel novero delle nazioni satellite. Tentativo atto a procrastinare più che risolvere. Utile come spazzare, con un colpo di scopa, secoli di polvere e ruggine sotto un tappeto dalle trame consunte.

Il vaso di Pandora, abilmente tappato fino all’altro ieri (1991), venne scoperchiato dalla disgregazione del colosso sovietico. L’esperimento della Glasnost (trasparenza) iniziato da Gorbačëv ebbe l’effetto opposto rispetto a quanto sperato: l’improvvisa riapertura dei canali di comunicazione causò il rinfocolare di forze centrifughe nei paesi subordinati al blocco URSS che, infatti, iniziarono a covare velleità indipendentiste.

Terminata la coesistenza obbligata ecco che, ottenuta (in maniera più o meno cruenta) l’indipendenza, fra armeni ed azeri deflagrò – in maniera ancor più violenta – la contesa per appropriarsi del Nagorno Karabakh (abitato da maggioranza armena, posseduto dagli azeri che miravano apertamente alla sostituzione etnica nella regione).

Nel biennio 1992–1994 il sanguinoso confronto – nonostante il blocco dei rifornimenti imposto dagli azeri negasse ogni diritto civile alla popolazione armena presente in loco – si risolse, tramite l’azione diplomatica russa, a favore degli armeni.

L’ascia di guerra, nonostante il cessate il fuoco, negli ultimi 26 anni non è mai stata seppellita del tutto.

Storia degli ultimi giorni è il riacutizzarsi del conflitto. Erdogan, in continuità col solito subdolo piglio adottato dai turchi in politica estera, ha inviato 4000 jihadisti a supporto delle forze azere. Dal punto di vista degli armamenti (nettamente a favore degli azeri) non esiste paragone, gli obiettivi civili denotano il totale disinteresse ad ogni convenzione, sulla scia del totale annientamento del popolo armeno.

Da una parte, per concludere, lo strapotere militare e logistico di uno Stato guidato da un dittatore (Aliyev – solito gioco del potere – reputa la guerra un viatico per garantirsi la successione dinastica e mitigare i problemi di politica interna) dall’altra un paese, nettamente meno bellicoso, con tre semplici richieste: pace, libertà e capacità di autodeterminare il proprio destino.