Home Editoriale C’era una volta e, purtroppo, c’è ancora: la favola della sera.

C’era una volta e, purtroppo, c’è ancora: la favola della sera.

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In un paese che non m’aricordo.

C’era una volta un Re ch’era riuscito

a mette tutto er popolo d’accordo

e a unirlo in un medesimo partito.

Partendo dai versi di Trilussa proveremo a raccontare la storia scalcagnata di una cittadina sul mare adagiata. Ella si svegliò, nel corso di una mattinata, fra le spire di un imperatore di borgata. Con qualche tratto di pastello e solide fondamenta di cartone si edificarono i bastioni di un castello, le squallide muraglie d’una magione. Fra le trame di quel triste porticato ogni forma di dissenso era negato, la fragorosa mole del Sovrano andava in ogni istante ringraziata, anche per il dono dell’aria respirata. Perfino per il sorgere del sole che, a prescindere dal volere dell’imperatore, al mattino nasce e la sera se ne more.

Iniziavano a germinare fra i corridoi schiere di scrivani e di avvoltoi, intenti a lustrare scarpe e becchettare, col sorriso adulatore, ogni parola proferita dal loro gentil Signore. Infagottarlo dolcemente fra i cuscini, dedicargli il buongiorno in un concerto di violini. In quel regno – sicuramente strano – popolato di ballerini e di animali, arrivarono persino a suggerire modifiche agli annali, ai sentieri centenari di quel frammento di terra posto fra gli Alburni ed i Lattari.

Per questo in quel paese che vi ho detto

vivevano così ch’era un piacere

senza un tirate là, senza un dispetto

ammaestrati tutti di un parere,

chi la pensava differentemente, passava pe’ un fenomeno vivente.

Tempi duri per chi, portando in alto il capo, chiedendo libertà a piene mani, provava a far destare i compaesani. Parole date in pasto alla bufera, mentre una sorda servitù, presidiava del palazzo la scacchiera. Bocconi amari da ingurgitare e un marchio, impresso sul volto triste e stufo: non il ruggito del leone, bensì il gufo.

Così il Re, banchettando sul velluto, sviliva le origini del popolo acquisito. Taluni sudditi – contendendosi gli sguardi schifati del patriarca – raccoglievano le briciole cascate dalla mensa del monarca. Erano tutti immensamente contenti – e grati – di barattare dignità in assenso e guadagnare un posticino al sole per desinare sulle scale di servizio del reame.

Er popolo ogni sera se riuniva sotto la reggia pe’ vedè er Sovrano

che apriva la finestra tra l’evviva

e s’affacciava tra gli sbattimano

fino a che non pijava la parola

come parlasse a ‘na persona sola.

Un bel giorno d’estate, dopo l’ennesima mortificazione (fra le tante deglutite a stento) e una vita già vissuta – ma in prigione – venne l’ora di gridare “ABDICAZIONE!”

La misura era colma e dalla piazza si sollevò prima un però, poi un singulto, poi un lamento: testimonianza che era cambiato il vento e fra le pedine della corte sopravvenne, minaccioso, lo sgomento.

Ecchete che una sera er Re je chiese – Siete d’accordo tutti quanti? –

E allora da centomila bocche non si intese che un – SI’- allungato che durò mezz’ora.

Solamente un ometto scantonò e appena detto sì disse: PERO’.

D’un colpo furon grida, poi schiamazzi e poi pernacchi. Il sovrano, prendendosela a male, prometteva a tutti quanti la pena capitale!

I popolani, scuri in faccia, si guardarono le mani e poi le braccia. Sordi a quel nugolo di accuse che scendeva a dense frotte dal palazzo: “Villani, traditori, giuro su Dio che poi vi ammazzo!”

D’un tratto fu brusio, poi mareggiata: alzarono lo sguardo all’orizzonte, mai vista una folla così unita, parve straripare l’Acheronte! A render più vibrante quella sera, il gagliardo sventolio d’una bandiera.

Foto di Nunzio Marciano

Quanno per ambizione o per guadagno

uno non guarda più dove cammina e monta sulli calli del compagno,

va tutto a danno della disciplina.

V’era una serie di sgangherate porticine, sul lato posteriore del castello, fra un paio di manfrine e il pianto di un disperato menestrello tutti quanti cominciarono a fuggire.

“Dagli al Re! È poco più che un ciarlatano!” Urlavan gli abbonati al baciamano.

Scese la notte sulla reggia, a governare quel tumulto fu la rabbia. Il popolo bussava senza sosta ma, prevedibilmente, restò chiusa ogni imposta. Intanto, provando a dissimulare, i fedeli servitori, rintanati in uno squallido orticello, principiarono indefessi a coltivare.

“Coltivare? Più carino sarebbe stato dir zappare. E quale seme, di grazia? Semplice, quello della “scordanza”.

Fra tutti il più sterile esercizio, amato da chi ha perso la sostanza. Del resto non esiste dimenticanza nel vocabolario di chi ha masticato riluttanza. La vocazione al dimenticare non è prerogativa popolare. È di certo un disperato senso di speranza per chi, sorbita dal potere l’ampia sbronza, da solo al lumicino della stanza conta le ore e attende quel Re – di cui è strisciante rappresentanza – che ordini dei rivoltosi la mattanza.

Al lume della notte di provincia questa favola non finisce e non comincia e, se proprio non avete inteso l’andazzo:

“La morale sapete qual è? È che ar cavaliere nero nun je dovete cacà er cazzo!”

BUON VIAGGIO, MAESTRO.

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Nato nel '90. Due passioni governano i moti del cuore e, molto spesso, confluiscono l'una nell'altra: Salernitana e poesia.