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Salernitana, competere per non vincere – di Antonio Siniscalchi

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Leggere il libro “Vincere senza competere” è stato un affascinante viaggio nel mondo delle strategie aziendali, della visione di nuovi business, delle idee innovative che fanno di un’impresa un modello da imitare. Come? Sottraendosi alla concorrenza con un prodotto che altre aziende del settore non offrono sul mercato. Perfetto! I proprietari della U.S. Salernitana 1919 hanno di fatto applicato lo stesso paradigma ma con motto al contrario, “Competere per non vincere”, con l’unico risultato di generare valore per la casa madre S.S. Lazio 1900 nel magico universo della multiproprietà. Nobile forma reticolare aziendale sì ma poco compatibile con il calcio, dati gli effetti negativi che ne possono scaturire per tutto il sistema in termini concorrenziali, culturali e sociali.

I co-patron, dal momento in cui si è giunti in serie B, hanno ridotto il rischio imprenditoriale e alleggerito i bilanci della Lazio con trasferimenti di calciatori di dubbia qualità a Salerno. Il Tounkara di turno, se fosse diventato Ronaldo, sarebbe tornato a Roma sponda biancoceleste con tanto di quotazione maggiorata del cartellino e conseguente valorizzazione del parco calciatori della casa madre. In caso contrario, come verificatosi per tante altre scommesse, il problema non si poneva perché i costi di gestione erano a bilancio della U.S. Salernitana 1919 e la stagione successiva si sarebbe valutato se rimandarlo a Salerno magari a gennaio o in campionati esteri sconosciuti. Vedi Karo, finito in Portogallo, o Kiyine che ormai vive sei mesi nella capitale attuale ed altrettanti in quella che fu.

La slealtà di questo tipo di competizione produce conseguenze negative anche nella massima serie. Se la Lazio deve liberare un posto in rosa o ridurre il costo degli stipendi pagati ai suoi tesserati, non contratta con nessuno. Ha la sua società satellite piena di calciatori della Lazio, quasi mai funzionali al progetto propinatoci in ogni precampionato. Non esistono altre società, ad eccezione delle imitatrici (Napoli e Verona) e della Juventus, che ha l’U23 in serie C, a poter vantare tale privilegio concorrenziale. Quasi ogni anno, la Lazio compra un atleta della Salernitana per colmare la perdita di bilancio, da quest’ultima registrata, con valori fuori da ogni logica di mercato (vedi Casasola).

Ma come mai le altre società di B accettano impassibili il danno della mancanza di equilibrio del mercato tollerando una gestione a dir poco ambigua? Semplice! La Salernitana è l’amante perfetta del sistema calcio, dove parcheggiare i laziali in esubero e i prestiti di altre squadre di A e B che, giunti a Salerno, spesso non giocano. Quest’anno è atipico e, alla fine dell’articolo, capirete il perché.

Nel frattempo, la società che cede in prestito il calciatore ottiene un beneficio di bilancio non versandogli lo stipendio, mentre la proprietà della Salernitana qualche voto nelle assemblee di lega di A e B e, se tutto va come deve andare, ha a disposizione per il campionato successivo una nuova pedina da inserire o nell’iniziale squadra cedente o nella Lazio se è un buon calciatore. E la succursale? Prestiti e trasferimenti per gli affari dei procuratori nell’ospizio calcistico, creato a Salerno in attesa di altre isole felici come Bari e Mantova (ultima scommessa mai vista: Antonucci).

A quanto pare, la U.S. Salernitana 1919 è utile a tutti, visto che non punta alla promozione e di sicuro non retrocede (“compete” o, meglio, fa finta) e in A la sfruttano come squadra per trasferire calciatori poco o nulla funzionali ai loro progetti, per farli crescere e reintegrarli in rosa o entrare nelle trattative della Lazio con queste società. Inoltre, i club si sono assicurati un altro vantaggio: bloccare la piazza di Salerno che, pandemia permettendo, farebbe tremare gli stadi di tutta Italia.

La multiproprietà, date le leggi in vigore, innalza una barriera all’ingresso che agevola chi è presente in quel mercato impedendo l’accesso a chi potrebbe generare una concorrenza maggiore rispetto ad altri club. Infatti, ogni campionato in serie B competono 19 e non 20 squadre per la lotta alla serie A; quindi, ancora una volta il motto mantiene in equilibrio il sistema di cui beneficiano tutti tranne che la città di Salerno e la sua tifoseria, sempre più mortificate non dal risultato del campo ma da tale meccanismo distorto che sta uccidendo la “salernitanità”. E non è una frase fatta. Rappresenta l’esito finale del processo di oligopolizzazione che non solo il proprietario della Lazio, ma anche quelli di altre realtà (Napoli con Bari e Verona con Mantova) stanno implementando: il nuovo calcio moderno. Se altre compagini societarie optassero per questa linea, il potere di mercato si concentrerebbe nelle mani di pochi, limitando altre piazze che, non beneficiando degli effetti della multiproprietà, agirebbero in un settore asimmetrico per la presenza di strutture reticolari aziendali con maggiori capacità economico-finanziarie nonché velocità e flessibilità nei processi decisionali.

Il mercato sarebbe sdoppiato: multiproprietà e singole società. Nei campionati di una stessa nazione questa situazione non è ammissibile, come anche le multiproprietà internazionali poiché le squadre potrebbero giocare contemporaneamente in Champions o Europa League. Il legislatore dovrebbe non allentare le norme ma inasprirle, non ammettendo la multiproprietà a qualsiasi grado di parentela. Il NO alla multiproprietà non è una questione di principio ma il voler evitare che il sogno di vincere sia solo di pochi (ahinoi, se già non lo è!) per effetto di mercati basati su una sleale concorrenza e che le identità locali vengano ammainate. La multiproprietà mina cultura e valori sportivi che il popolo si tramanda distruggendo la passione, l’amore e l’entusiasmo e rende la Salernitana un’entità astratta rispetto ai Salernitani, l’ingranaggio di un meccanismo che alimenta il percorso evolutivo della Lazio. La multiproprietà può potenzialmente veicolare i flussi di tifosi non gli ultrà. Le nuove generazioni vivrebbero solo il calcio delle grandi, composto anche da queste nuove forme aziendali, i cui brand oscureranno quelli delle realtà locali diventate, nel tempo, mere succursali.

E quest’anno? Se compete, o fa finta e mestamente ai play off farà la comparsa o c’è già un accordo di vendita del club. Nessun imprenditore rischierebbe di sedersi al tavolo di una trattativa con l’acqua alla gola di una scadenza federale che lo costringerebbe a svendere. In assenza di promozione, i vari prestiti torneranno alle rispettive case madri (Belec alla Sampdoria, Tutino al Napoli, Coulibaly all’Udinese e i laziali a Roma sponda biancoceleste) che beneficeranno di calciatori ben allenati e non svalutati e del mancato corrispettivo degli stipendi della stagione appena conclusa, sfruttando anche il posto libero in rosa in seguito al prestito.

Anche per il calciatore Patryk Dziczek, a cui auguriamo una veloce ripresa e le migliori soddisfazioni professionali, la Lazio otterrà un beneficio: non un calciatore allenato, non una valorizzazione ma il non aver sopportato il rischio imprenditoriale per il “fattore imponderabile” che ha coinvolto, purtroppo, il polacco ad Ascoli. Quest’ultimo è a bilancio della Salernitana che ne dovrà far a meno chissà per quanto tempo. Stesso discorso per Durmisi. Non giocava, non gioca ma è cambiato il bilancio su cui gravare.

L’altra modalità per ridurre il rischio d’impresa della Lazio è fare operazioni tipo Akpa Akpro. Tesseramento con la Salernitana, poiché si trattava di un calciatore infortunato e indisponibile. I costi per cure, allenamenti, adattamento al calcio e alla lingua italiana e il rischio di ripresa o meno dell’atleta sono stati tutti sopportati dalla Salernitana senza ottenere ricavi, dato che il calciatore è finito alla Lazio a parametro zero.
Come mai l’operazione non l’ha fatta direttamente la Lazio? Per evitare di affrontare costi di gestione del calciatore, occupare una casella in rosa e, soprattutto, far credere alla piazza della succursale che si stesse investendo. Sì, ma non per la Salernitana bensì per la Lazio. Vedremo come finirà per la nuova scommessa estera: Sanasi Sy.

Chi perde dunque? Sempre e soltanto la piazza della succursale che sogna di sognare ma, in realtà, sopravvive per far vivere un’altra società e, soprattutto, è vittima di una indotta divisione di intenti, presupposto per un’eterna impotenza.
Speriamo che quest’anno l’ultimo “fattore imponderabile” sia la serie A, almeno queste righe saranno valse solo per cinque anni.

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