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In fuga dal reale ma coi piedi ben piantati al suolo, da Godard a Castori

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À bout de souffle.

È come il poker, è meglio dire la verità. Gli altri penseranno che tu stia bluffando, ed è così che vinci.

Michel Poiccard

Da Jean-Luc Godard a Fabrizio Castori, quando la trama è incentrata su un tentativo di fuga la pellicola è avvincente, carica di colpi ad effetto e repentini cambi di scenario.

La fuga rappresenta il tema principale: sia essa dalle responsabilità – evenienza ripetutasi negli anni, chiedere agli amici di Villa San Sebastiano – o dalle dirette inseguitrici.

Un finale ha in dote molteplici chiavi di lettura: svincolarsi dalle ridondanze, inscenare l’offesa madre di tutte le offese, consacrarsi all’università delle invincibili.

Castori, dicevamo, come Godard distrugge la quarta parete. Incarna la visione contadina di un allenatore, non più etichetta di assoluta garanzia ma carne e macerie. Di questo, del resto, si compone l’umanità. Semplicità ed errori, tutto quel che siamo ma non amiamo ammettere.

Ché dove vige la semplicità – dichiarata tale e non annacquata con un’eccezionalità assai ambigua – non c’è motivo di imbufalirsi. Fatto sta che, nelle ultime annate, Salerno si è rivelata proscenio perfetto delle subalternità.

Foto: quotidiano La Città

Non sarà una fuga verso il mare aperto a rendere meno vago il disprezzo, nutrito tanto per il potere costituito, quanto per i suoi attacchini. Ci ha già pensato il tifoso a non elargire fiducia incondizionata, il lettore a recintarli nel cortile delle bazzecole mal digerite.

Traguardi sperati, ovvio, ma pur sempre traguardi bagnati dal fango del non detto. E, cosa o quanto detto nelle stagioni, sarebbe stato più decente tacerlo.

Dato empirico, pertanto ragguardevole: dal punto di vista poetico e non.

La suspense di una fuga è – legge non scritta della settima arte – la fuga stessa. Non è la meta, né il luogo da cui si scappa. L’attesa è palpitazione, è il numero delle volte in cui il nuvolone di polvere, diradandosi, lascia percepire la sagoma di chi insegue. Lo sbuffo della marmitta è l’unico giudice.

La Salernitana di Castori è questa. Frazione ontologica di fanali puntati su una meta imprecisata, ruote posteriori che, sgommando, si allontanano da panorami che non sembrano mai lontani abbastanza.

Per ogni pellicola un pubblico, per ogni autore il diritto di esprimere la propria essenza. Il produttore non ha grossa voce in capitolo, è relegato a mero finanziatore, presenza distante e, tra l’altro, neanche gradita.

I Cahiers du Cinéma non rappresentarono alcuna offensiva al potere, furono possibilità di spunto, condanna alle tradizioni, avanguardia pura. Criticare una società di calcio – solida di portafoglio e di promesse, non nella morale – non equivale a un regicidio.

È la nouvelle vague, bellezza!

Silenzio in sala, la platea è immobile in attesa dell’ultima curva. Nel novero dei finali immaginati non saranno più contemplate cervellotiche farse.

Questo è poco ma sicuro.

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