Home Editoriale Udinese – Salernitana 1-1: il bicchiere è tutto vuoto

Udinese – Salernitana 1-1: il bicchiere è tutto vuoto

Non basta un uomo in più per mezz'ora: Liverani non osa, Dia si rifiuta e a Udine arriva un punticino che nulla aggiunge, almeno per ora

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Fabio Liverani allenatore Salernitana Serie A
Fabio Liverani (La Gazzetta dello Sport)
Tempo di lettura: 3 minuti

Un punto che serve a poco, almeno allo stato attuale. La Salernitana a Udine ha centrato solo un non indimenticabile pareggio, nonostante un terzo di partita giocato in superiorità numerica. E, in tempi di vacche magre, quella del Bluenergy Stadium non può che essere catalogata come un’occasione sprecata. Forse la più grande di questo campionato, sicuramente l’ennesima.

Un ottimo approccio

La gara di ieri va letta solo e soltanto in relazione all’espulsione di Ebosele: il doppio giallo rimediato dall’irlandese al 64′ è stato un autentico spartiacque, capace di dividere il match in due segmenti. Il primo la Salernitana l’ha cominciato benissimo, perché il (tanto atteso) 4-3-1-2 di Liverani ha dato ordine in costruzione e un discreto accompagnamento in fase offensiva. Non senza una buona densità in mezzo al campo, utile a fronteggiare una mediana avversaria molto più fisica.

Ingredienti che hanno garantito ai granata un grande approccio iniziale. Idillio che ha portato in dote il vantaggio – con la perla di Tchaouna -, prima di svanire in breve tempo. Sono bastati circa 20 minuti all’Udinese per entrare nel match e cambiare lo spartito: dopo l’impasse iniziale i friulani sono venuti fuori, mentre la Salernitana ha abbassato di tanto (troppo) il baricentro e ha iniziato a subire la fisicità dei padroni di casa.

Il forcing dell’Udinese

Fattore, quest’ultimo, che ha impedito ai granata di respirare e ripartire, complice il chiaro deficit di centimetri patito da Weissman rispetto ai tre centrali di Cioffi. Proprio la conclusione al volo steccata dall’israeliano (giustificabile, vista la difficoltà), arrivata al 33′, è stata l’ultima opportunità costruita dai granata nel primo tempo.

In cui, dopo le chance sprecate da Lucca Lovric, il pari dell’Udinese è frutto del naturale corso degli eventi: la pregevole acrobazia di Kamara fa notizia, ma da diversi minuti i friulani avrebbero meritato l’1-1. Gol che sa comunque di beffa per i granata, perché arrivato nei secondi finali della prima frazione.

L’andazzo è parso immutato a inizio ripresa. Momento nel quale, oltre al gap di statura fisica, la Salernitana ha iniziato a patire anche un calo atletico in alcuni suoi singoli, Maggiore Coulibaly su tutti. Il forcing dell’Udinese non ha portato dividendi, ma l’occasionissima di Kamara – su pennellata di Thauvin e dormita di Zanoli – ha rappresentato un serio pericolo per Ochoa.

Stanchezza psicofisica

Poi, il primo segmento di gara ha lasciato spazio al secondo, complice l’insperato regalo di Ebosele. Dopo il quale sarebbe dovuto cambiare tutto, e invece non è cambiato nulla. La Salernitana dell’ultima mezz’ora non è mai stata in grado di imbastire una manovra rapida né tantomeno lucida, perdendosi in un possesso lento, in qualche inspiegabile palla alta per Weissman (un invito a nozze per la difesa casalinga) e in svariati errori tecnici piuttosto banali.

Segni inequivocabili di una crescente stanchezza: lo sono anche – ad esempio – le scelte sbagliate di Basic, che dopo un primo tiraccio sbilenco dalla distanza ci ha riprovato anche nel finale con una conclusione ancor più improbabile, complice un’evidente mancanza di lucidità.

Scegliere di non osare

In questo quadro, i cambi di Liverani non sono parsi all’altezza delle scelte iniziali. O, quantomeno, i subentrati non hanno dato granché: appurato il rifiuto di Dia (viene da chiedersi, a questo punto, perché sia stato convocato), le altre mosse non sono state affatto indimenticabili.

Al netto di Pasalidis per Manolas (protagonista di una buona gara), e della discreta verve apportata da Gomis in luogo di Coulibaly, l’ingresso di Ikwuemesi per Weissman ha solo sterilizzato l’attacco: la nobile intenzione di inserire un puntero di maggior struttura fisica (al posto dell’israeliano che pure ha speso tantissimo) si è fatalmente scontrata con i soliti limiti del 22 nigeriano.

Prendersela con l’ex Celje è un po’come sparare sulla croce rossa, ma lo stop di ieri sulla linea laterale – con il pallone trascinato fuori in piena solitudine – è roba che in Serie A si fa fatica a vedere. O, comunque, non ciò che serve per aiutare una squadra “disperata” (parafrasando il dg Sabatini) a vincere una partita fondamentale. Dopotutto, su queste righe l’abbiamo scritto più volte: senza Dia, questo passa il convento.

Diverso è il discorso a centrocampo, e qui casca l’asino: con l’infortunio di Maggiore, sarebbe stato davvero così avventato inserire un giocatore offensivo in più (anche il solo Kastanos, per non scomodare i due misteri Martegani Vignato) per gli ultimi 4′ più recupero?

La scelta di Legowski – non esattamente il prototipo dello spaccapartite di qualità – è sintomatica di come, evidentemente, Liverani includesse anche le fasi di superiorità numerica quando alludeva – dopo il Monza – all’impossibilità di giocare con quattro uomini offensivi contemporaneamente.

Punticino dal misero valore

Se di carenze psicofisiche, qualità degli interpreti e scelte di campo (e soprattutto di fuori, ché la Salernitana sta giocando da inizio anno senza il suo fuoriclasse) si può discutere all’infinito, meno fantasia la lasciano i fatti. A Udine, in mezz’ora esatta di superiorità numerica, la Salernitana ha creato tre occasioni, tutte con delle ripartenze: il palo e il colpo di testa di Tchaouna (anche lui in debito d’ossigeno) e il tiro alto di Candreva all’ultimo respiro.

Dando, francamente, ad ampie fasi l’impressione che l’uomo in più non ci fosse. Il pari di Udine permette ai granata di muovere la classifica dopo tre sconfitte, ma è anche il secondo punto in nove partite. Le prossime gare con Cagliari Lecce potrebbero – chissà – avvalorare questo risultato e dare nuove speranze: servono “solo” sei punti. Per ora, però, quello che Liverani – giustamente, dal canto suo – definisce come un “punto di partenza” non è altro che un insipido punticino. Che nulla toglie e, soprattutto, nulla aggiunge.