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Tornerà Ferrier, me l’ha detto a me!

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Chi lo ha detto che – per catturare l’immaginario dei tifosi – siano necessarie poderose discese palla al piede, prodigiosi interventi dettati da tempismo e coraggio o, magari, il killer istinct di un numero 9 che gonfia la rete e poi corre, con le braccia spalancate, a godersi il panorama di una gradinata che viene giù?

Qualcuno o qualcosa – gli Dei del calcio probabilmente – decise che anche la grassa risata scaturita da un liscio, dalla disarmante lentezza di una giocata, da una serie di gol falliti sarebbe potuta divenire meritevole di considerazione e memoria. È questa la “fortuna” dei bidoni o, per esser più gentili, meteore. Schiere di mestieranti prestati al gioco del pallone, ricordati per ciò che poteva essere e non è stato, talenti mai sbocciati, preda di aspettative non rispettate. Arcinote calamite per bestemmie e improperi dalle tribune, sospesi fra il ridicolo e quell’imperativo formale (fedele al dialetto delle nostre nostre latitudini): “VAVATTENN!

Doverosa premessa, il vento nuovo della globalizzazione iniziava a circolare anche per le vie del calcio, fra gli addetti ai lavori spuntò la consuetudine di visionare chilometri di nastri contenenti le gesta di presunti fuoriclasse. Sopravvenne – fattore antropologico da non sottovalutare (accadde anche a Monet, e a tutta Parigi, con le stampe giapponesi nel XIX secolo) – l’invaghimento per l’esotico, entità sconosciuta e, per questo, apprezzabile. Pertanto abbandoniamoci, con sommo divertimento, a quel filone narrativo che, cavalcato con fare pionieristico dalla Gialappa’s Band, arriva ai giorni nostri coadiuvato dalla “viralità” che il web 3.0 ha concesso ad alcuni maramaldi in calzoncini e scarpette.

Estate 1996: la Salernitana, sulla scia di due stagioni vissute da terribile neopromossa (monumentali nei contenuti ma sfortunate nell’esito), prende forma in quel di Tenna (TN). Sulla divisa di gioco spicca lo sponsor “Salumi Spiezia“: i salumi più gustosi di quell’annata, però, li importammo dalla terra delle dighe, delle biciclette e dei fiori di campo. É questo il caso di Jansen e Ferrier ma, per una questione di tempo e simpatia, mi soffermerò per ora solo sul secondo.

Maickel Ferrier, nasce ad Enschede (cittadina olandese famosa per le sue fortificazioni in siepi e palizzate a basso costo, per il soprannome di “brandstichters” – letteralmente piromani – attribuito agli abitanti e per esser sede della squadra di calcio del Twente FC) il 27 gennaio 1976. Il ragazzo è un centromediano metodista dall’invidiabile struttura fisica, 189 centimetri per 95 kg. Denominato il nuovo Frank Rijkaard, seguito dall’allora poco noto Mino Raiola, arriva in Italia dopo un discreto esordio in Eredivisie fra le fila del Volendam. Il suo cartellino viene acquisito dal Verona nella primavera del 1996. L’accoglienza scaligera, per usare un eufemismo, non fu tuttavia calorosa. Il giovane calciatore fu infatti vittima di quella piaga che, da sempre, caratterizza il savoir-faire dei butei: il razzismo. Reo di essere troppo abbronzato per i gusti nordici dei veronesi venne subissato di minacce, striscioni altamente offensivi e, per finire, venne inscenata l’impiccagione di un manichino che lo raffigurava. Contratto non depositato e comprensibilissima voglia di cambiare aria spinsero il calciatore dalle nostre parti: il clima gradevole, un altro tipo di umanità e la giusta dose di curiosità accompagnarono i suoi primi passi in maglia granata.

Maickel, presentato al ristorante ” ‘O Scuorzo” – prerogativa di quegli anni felici – viene letteralmente fagocitato dall’ambiente Salernitana, si innamora della città (impresa tutt’altro che ardua, ma sarò sempre troppo di parte per dissentire) e di ogni venatura della nostra spiccata meridionalità. Si immerge nel folklore della nostra terra ma – fattore non trascurabile se si parla di calcio – il campo non gli darà alcuna soddisfazione. Ecco rivelata la genesi di una vera e propria meteora, pendono sul capo del giovane tutte le dinamiche di un adattamento difficoltoso al calcio italiano, dettate sicuramente da una scarsa conoscenza della lingua e da una disciplina tattica non propriamente formata.

Saranno appena 4 le presenze con l’ippocampo cucito sul petto per il giovane tulipano che, in seguito, verrà spedito in prestito al Catania. Fra i ranghi degli etnei, nonostante le 14 apparizioni in gare ufficiali, non riuscirà a strappare la riconferma decidendo di provare a ricostruirsi una carriera per provare ad essere – al contrario di quanto affermano i detti – profeta in patria.

Accantonata la parentesi italiana girovagherà, con alterne fortune, fino a fine carriera – giunta relativamente presto, nel 2006 a 30 anni compiuti – indossando le maglie di: Cambuur, Helmond, Telstar e Top Oss.

Adagiati gli scarpini al chiodo inizierà una nuova avventura nel settore della ristorazione.

Non ci sarebbe motivo di ricordarlo se non per un tormentone che, tutt’oggi, circola di bocca in bocca durante ogni sessione di mercato vissuta dai tifosi granata. Quel “Tornerà Ferrier, me l’ha detto a me” ha, effettivamente, una doppia valenza: esorcizza l’improbabile attesa di un nuovo fenomeno ma, soprattutto, fa risaltare quell’arte di divertirsi con poco intelaiata nel corredo genetico degli sportivi salernitani.

In fondo, cos’è la vita, se non un pendolo che oscilla fra aspettative mal riposte ed ironia.