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Fra salsedine e aurore boreali: la favola del Bodø

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Tempo di lettura: 4 minuti

“Lykken lar seg ikke fange, man må få den” .

“La felicità non la puoi catturare, devi possederla”.

Il concetto di felicità, nella patria del minimalismo sui generis, si nutre di essenzialità.

Quella che proveremo a raccontare è una storia per pochi intimi, 55mila anime in bilico sul circolo polare artico, adagiate sul Mar di Norvegia. La semplicità – figlia dell’essenziale, appunto – rappresenta una dolce via di fuga per chi respira uno dei tanti frammenti di Nord. La sua gente, forgiata dai venti – talmente forti da rappresentare un pericolo per ogni bandiera – anima una letteratura, quella scandinava, imbevuta nelle trame del fantastico.

Nel frastagliato universo dei fiordi trova terreno fertile, sospesa fra aurore boreali e salsedine, la cittadina di Bodø.

La cittadina deve tanto – non è un modo di dire – ai vicini svedesi. Durante la fase scandinava del secondo conflitto mondiale venne letteralmente rasa al suolo dalla Luftwaffe. Più di metà della popolazione rimase senza casa, su 6000 abitanti totali almeno 3500 vennero privati di un tetto. Con le prime gelate, il governo di Svezia – per contiguità geografica e solida neutralità (mantenuta a prescindere dall’escalation di violenza che fagocitò il vecchio continente) – si offrì per costruire una serie di appartamenti. Una misura utile per affrontare i rigori dell’inverno, una città nella città che prese il nome di “Svenskebyen“, letteralmente “La città svedese”.

Nella terra dei troll, delle fate e delle divinità boschive – a un tiro di schioppo da tutto ciò che ciba l’immaginario e si crogiola nella leggenda – risiede la squadra del Bodø/Glimt. Un manipolo di ragazzi terribili che, nel nome importante del suo capitano appena 22enne, Patrick Berg, incarna una questione di famiglia. Il giovane centrocampista a cui sono affidate le chiavi della mediana è rampollo di una dinastia a tinte giallonere: il padre Ørjan, lo zio Runar e il nonno Harald sono stati vere e proprie bandiere del Bodø/Glimt. Già questo, di per sé, è sintomatico di una storia che ha dello straordinario.

Casomai non bastassero i legami di sangue a sorprendere, soffermiamoci sulla stagione attuale, sulle mere questioni di campo. Qui – non è esagerato affermarlo – si fa la storia del calcio norvegese. Una traversata lunga, condotta in solitaria, infrangendo ogni record immaginabile. Il piacere, sbarazzino, di rompere un monopolio – quello del Rosenborg – che, pur intervallato da qualche affermazione di Molde, Brann, Stabaek, Valerenga e Strømsgodset va avanti da circa 30 anni

Se proprio è necessario stabilire una data chiave, perché non tornare al 26 luglio? Al tris rifilato ai campioni in carica del Molde.

Un 3 a 1 sinonimo di crocevia: atto a capitalizzare lo stra-dominio dei fulmini di Bodø. La rete del successo, enunciato di tecnica e vivacità atletica, a opera di uno dei talenti più fulgidi della nidiata – scippato dal Milan poche settimane fa – Jens Petter Hauge.

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Qualche malalingua potrebbe asserire che il livello della Eliteserien non è minimamente paragonabile all’élite delle massime divisioni europee, magari potrebbe aver ragione. Ma è difficile trascurare lo spavento inferto, durante il terzo turno preliminare di Europa League, ai diavoli rossoneri.

Alla Scala del calcio, il 24 settembre scorso, i ragazzi di Knutsen – ignorato il fisiologico tremito delle gambe che un proscenio del genere impone – sciorinano una prova di grande carattere. É vero, il 3 a 2 finale premia un Milan che, orfano di Ibrahimovic, si assicura il passaggio del turno ma gli applausi, almeno quelli, se li becca tutti il Bodø.

I rimpianti sono due, in rapidissima successione: chissà cosa sarebbe accaduto se, in virtù dei due gol segnati in trasferta, ci fosse stato il ritorno all’Aspmyra Stadion e se Ulrik Saltnes avesse trasformato quel rigore in movimento al minuto 91.

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Il resto è storia di appena 24 ore fa, un occhio al campo, uno allo smartphone: il romanticismo avrebbe suggerito una radiolina ma, tant’é. La comunicazione si evolve, con essa anche il modo di intendere il calcio.

Manca una manciata di minuti al termine, una pioggerella perfida – evidenza dell’autunno scandinavo – contorna il sogno coltivato da pochi intimi (l’Aspmyra, con i suoi 5635 posti a sedere, non è propriamente il Maracanà). Il Bodø sta letteralmente annientando il derelitto Aalesunds, intanto il Molde – diretta inseguitrice (se per definirla diretta valgono i 18 punti che distanziano le due squadre) – è sotto di un gol, in casa, contro il Kristiansund del bomber Amahl Pellegrino (figlio della grande multietnicità norvegese).

I gialloneri sono virtualmente campioni, la gioia è sul punto di dissolvere ogni catena – sebbene il torneo sia letteralmente chiuso fin dalla decima giornata – ma Aursnes (centrocampista del Molde) decide di pareggiare i conti col Kristiansund, facendo riporre momentaneamente lo spumante in ghiaccio.

Poco male, al Bodø manca un misero mattoncino per vincere il primo scudetto. Ancora qualche pallone da rincorrere per poi librarsi sinuosi, fra salsedine e aurore boreali, e brindare alla cavalcata del secolo.

“Ta lykken varlig, den vender seg snarlig” .

“Prendi sul serio la tua felicità, presto potrebbe girare”.

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Nato nel '90. Due passioni governano i moti del cuore e, molto spesso, confluiscono l'una nell'altra: Salernitana e poesia.