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Storia sentimentale di un fallimento

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Le avvisaglie sul fallimento delle mie strategie motivazionali c’erano tutte.

Otto ottobre 2000.

Sulla panchina della Salernitana c’è Francesco Oddo, piove. Antonio, mio fratello, viene allo stadio sempre più demotivato. Difficile dargli torto. Dopo l’anno della la serie A, Adriano Cadregari, Gigi Cagni, di nuovo Cadregari, ancora Cagni. Lorenzo Squizzi, Stefano Archetti e Gaetano Calà Campana a tarpare i sogni di gloria. Nonostante queste mortificazioni, Antonio ha rifatto l’abbonamento solo per affetto fraterno.

Ely Louhenapessy

Col senno di poi, i suoi dubbi sarebbero state certezze. Al posto di Francesco Oddo, sarebbe arrivato Nedo Sonetti, David Di Michele avrebbe zittito la curva Sud dopo un gol contro la Pistoiese. Il mercato invernale avrebbe portato altri calciatori che promettevano di fare la storia del calcio. Uno su tutti: Ely Louhenapessy. Una specie di golem dei campi di calcio.

Ad ogni modo.

Provo a motivare Antonio, gli racconto aneddoti, cerco di incuriosirlo con storie che più letterarie non si può sperando che si appassioni a qualche aspetto “laterale” delle partite. Tento la via del comportamentismo e associo lo stadio a eventi piacevoli: andiamo all’Arechi, ci fermiamo a pranzo nel suo ristorante preferito, alla fine non importa il risultato della partita perché lui dovrebbe associare lo stadio al piacere del pranzo e quindi avere un rinforzo positivo all’idea di raggiungere via Allende.
L’otto ottobre si gioca Salernitana Siena.
Decido di andare nella gradinata bassa della curva Sud, quella coperta. Non lo faccio per la pioggia, lo faccio perché vedo che alla gara, Antonio, proprio non ci pensa. Confido nel tifo, gli darà motivazioni.
Lo abbiamo detto, è mio fratello, quindi con un patrimonio genetico sovrapponibile al mio. Eppure mi chiede di spostarmi nella zona della curva in un punto in cui c’è meno gente, praticamente a livelli del terreno di gioco, dove c’è una prospettiva di campo cubista. Acconsento, hai visto mai che quel tipo di visuale lo entusiasmi. Antonio si siede a terra e si addormenta.
Si addormenta.
Lui dice di essersi addormentato solo nell’intervallo, è un falso storico. Si sveglia solo per due minuti. Quando, cioè, Ighli Vannucchi fa un gol in sforbiciata dall’angolo sinistro dell’area piccola proprio sotto la curva Sud che, per esultare, si spinge come una marea montante verso il punto più vicino al campo. Di fatto, investe Antonio.

Salernitana-Siena il tabellino

Quando tutti rientrando nei ranghi, Antonio torna a dormire e io mi domando in cosa ho sbagliato.
Forse dipende dal fatto che ho una visione del tifo solitaria. Non mi piace guardare le partite in compagnia, non esulto, non grido. Al novantesimo, sono esausto per la tensione accumulata, mi fanno male i denti e la testa per quanto ho serrato le mascelle. Sui miei errori, potrebbe aver influito questa visione del calcio sofferta, quasi penitente.

Passano diciotto anni, arriviamo a Inghilterra Croazia.

Mia figlia Costanza è stata sottoposta a un training formativo iniziato quando aveva pochi mesi. Ninna nanne con i cori da stadio, le pagine di Osvaldo Soriano al posto delle favole della buonanotte, cose così.
Anche quando ho dovuto decidere il suo esordio allo stadio, ho fatto del mio meglio. Avrei voluto una partita con due squadre che giocassero a zona: molti gol, molto spettacolo, molte esultanze, molta allegria. Ma mia figlia è nata in un tempo sventurato per la Salernitana, ho tirato fin quando ho potuto ma a cinque anni era arrivata l’ora.
Forse avrei dovuto programmare l’esordio l’anno prima, ma avrebbe visto la serie D, il Selargius, il Boville Ernica o i calciatori del Bacoli che cadevano a terra. Non era giusto.
Settembre 2012. Salernitana L’Aquila era la prima gara di campionato: Seconda divisione di Lega Pro. C’era un sole caldo senza essere rovente, il colpo d’occhio in campo era, tutto sommato, ragionevole. Lo stadio non era l’Arechi di quando provavo a redimere Antonio, ma in fondo c’erano i cori, c’erano bandiere e stendardi, c’erano sciarpe e maglie granata. Meglio di niente.
Inutile dire che, dopo essere andata in vantaggio per due a zero, la Salernitana perse 3-2 con il gol vittoria de L’Aquila a un minuto dalla fine. Mia figlia si divertì, io non troppo.

Poi ci riprovai con l’Aversa Normanna, sempre in casa. Due a due. Mia figlia si divertì un po’ meno, io appena appena di più. Poi l’appeal di un campionato di Seconda divisione di Lega Pro è quello che è. Costanza era troppo innocente per comprendere un concetto tipo: “Solo per la maglia”. Allora decisi che non era il momento e rimandai.
Salernitana Arzanese. Era il 27 gennaio. Zero a zero, faceva un freddo cane. Costanza: «Papà, non ti dispiacere: mi annoio».
La fine di un sogno, ma io non demordo e ci riprovo sei anni dopo.
Inghilterra Croazia é la semifinale del mondiale del 2018. Io e Costanza siamo a Berlino.

Postdamer Platz, le colpe di una città che ancora adesso fa i conti con la storia, il muro.
Alla porta di Brandeburgo c’è il maxi-schermo. La mattina, al Sony Center, i tifosi croati girano avvolti da bandiere. Gruppi di inglesi con la birra in mano pranzano nel quartiere Kreuzberg. La partita si gioca a Mosca, ma è il villaggio globale.

Allora racconto a Costanza un po’ di storie sul tifo inglese, sulle origini del calcio, sulla Yugoslavia, sui suoi campioni genio e sregolatezza, sui derby di Zagabria, sul rigore di Faruk Hadzibegic in Yugoslavia Argentina a Firenze, al mondiale del 1990. Si dice che, se non lo avesse sbagliato, la Yugoslavia non si sarebbe più divisa.
Le spiego il valore di una semifinale, le parlo del tiro di Bobby Charlton, di George Best e di quando disse che aveva speso tutto in donne, alcol e macchine veloci, il resto lo aveva sprecato, delle follie di Paul Gascoigne.

A Costanza piacciono gli Oasis, allora le ricordo la passione per il calcio dei fratelli Gallagher. Di quando, a Vietri sul Mare, entrai nella camera d’albergo di Gary Lineker per chiedergli un autografo, della bizzarra maglia della Croazia che richiama lo stemma nazionale. Di Drazen Bolic, terzino della Salernitana in serie A – avevo il dubbio, ho controllato: risulta serbo, ma si trattava di un’innocente evasione per riportare il tutto alle cose del cuore – e di quando pedinavo i calciatori per spiargli un po’ le vite. Su questo punto Costanza mi è sembrata davvero incuriosita, salvo poi darmi dello stalker.

Nel pomeriggio, Costanza suggerisce di andare allo zoo. Io gli zoo li detesto ma va bene. Propone una sosta in un negozio di vestiti di dubbio gusto, d’accordo. Mi chiede di cenare in un posto che non mi piace, va bene pure quello.
La partita sta per iniziare. Decido che novanta minuti sono troppi e opto per il secondo tempo.
Porta di Brandeburgo. Fumogeni, clima internazionale meraviglioso, inglesi e croati tutti mischiati, tifosi non ancora troppo ubriachi che cantano You never walk alone, l’Inghilterra vince uno a zero.

Pareggia Perisic. Le telecamere inquadrano Mick Jagger e racconto a mia figlia del concerto dei Rolling Stones a Torino nel 1982 che fu anticipato al pomeriggio per consentire a tutti di vedere Italia Germania, la finale della storia.
Costanza si annoia.

Nei supplementari, avviene la selezione naturale: inglesi con inglesi, croati con croati.
Andiamo in mezzo agli inglesi. Segna Mandzukic, due a uno per la Croazia. La temperatura sale e ci spostiamo.

Andiamo in zona più tranquilla, ma accanto a noi c’è un inglese che vive la partita come me, con dolore. Costanza è sempre più annoiata. L’inglese beve un sorso, poi un altro ancora. Costanza si guarda intorno. L’inglese inizia a gridare cose che non capisco ma deve avercela con qualche santo del suo Paese. Costanza decide che quello è un buon momento per affinare il suo inglese già molto fluente e gli rivolge la parola. Cerco di dissuaderla, siamo nei minuti di recupero. L’inglese le chiede di ripetere. Lei gli domanda perché si stia arrabbiando così tanto, in fondo è un gioco. L’inglese è vicino alla sua più grande tragedia sportiva, guarda Costanza sgomento. Grida ancora, mi dice qualcosa e agita le braccia. Io prendo Costanza per mano e mi allontano.
Sento il fischio finale e l’esultanza dei croati mentre cammino lungo l’Unter der Linden per rientrare in albergo. Diluvia, ci sono nove gradi. Costanza mi dice che non vede l’ora di tornare a casa per riprendere le lezioni di equitazione.

Domani guarderò Inghilterra Croazia con la morte nel cuore. Perché sarà una lenta, inesorabile rievocazione dell’apoteosi di un fallimento.

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