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Di maggio a Parigi

Accada quel che accada, Paris sera toujours Paris.

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La victoire appartient au plus opiniâtre
Roland Garros

La studentessa colle lentiggini affigge il manifesto per Gaza. La bimba dal riccioletto giamaicano dà la manina alla mamma che accelera il passo. La vecchiarella accovacciata chiede aiuto con un cartoncino scarabocchiato.
Stando a chi ci vive da quindici anni, Parigi puoi attraversarla da parte a parte nel sottosuolo.
Da Saint Lazare puoi scendere fin quasi al centro della terra, imboccare un dedalo che nessuna cartina ha mai riportato e sbucare, dopo un tempo indefinito di rumori ovattati ed occhi in ritardo a Saint-Augustin. Di lì, per la linea 9, fino a Michel-Ange Auteuil sono quindici minuti, poi finalmente rivedi il sole.

Non oggi. Lo ricordavo diverso, il Maggio Francese. Piove, non una buona notizia per chi va al tennis. Ci buttiamo nel primo bistrot. Un noisette non indimenticabile e quello che dovrebbe essere un serré -ma è quasi lungo quanto un americano- decretano la verità: Parigi varrà bene una messa, quanto al caffè non è cosa. Non è cosa proprio.

Il tratto di strada verso il Bois de Bulogne si popola di genti di provenienza diversa e la stessa, mistica meta dei devoti al dio della pallacorda. Il Giardino delle Serre d’Auteuil fa da preludio alle porte dell’Empireo del tennis.
Il Gate I sbuca giusto di fronte alla scultura metallica di Jordi Diez Fernandez: un inno al realismo, rende omaggio alla chela mancina dell’eterno dominatore dei campi in argilla. Ti inchini al dritto di Rafa Nadal e capisci che è tutto vero: sei lì. Sei al Roland Garros.

Tutti i vialetti portano alla Place de Mousquetaires, l’agorà dove quindici giorni l’anno trentamila persone s’incontrano, per poi dipanarsi sui campi da tennis.
Le bancarelle danno da bere e mangiare e s’alternano ai servizi di intrattenimento: file lunghissime, ovunque ed in tutte le lingue parlate.
Ai piedi del maxischermo, centinaia di sedie a sdraio e pouf color ocra vengono catturati rapidamente, ma oggi piove. Pioverà fino al primo pomeriggio.

La prima settimana è quella dell’atmosfera infuocata dalle battaglie degli spadaccini francesi: ce ne saranno, eccome. Se non hai i biglietti per i campi principali, il Roland Garros è quello che succede ai piedi del Centrale. Ed è bellissimo, sempre.

Il Suzanne Lenglen è una bolgia raccolta ed accompagna il furore di Arthur Cazaux. Rampollo futuristico della dinastia dei Moschettieri, muove l’ardore di una falange armata di trombette e tamburi, ed esplode ad ogni quindici. Gianni Clerici la definirebbe un po’ pacchiana, pare più Coppa Davis che uno Slam. La classe francese, tuttavia, è tutta sul Pilippe Chatrier.
Alizé Cornet, figlia dolcissima della Marianne, si regala l’ultima danza sulla pista da ballo che l’ha fatta Donna: mai maiuscola fu meglio spesa. Le lacrime con le quali lascia il campo, sconfitta dal tempo più che dalla Zheng, sono un cammeo ad ornare una carriera a modo suo sontuosa.

Ancora piove, ma lo spazio tra gli stadi principali si riempie. Di uno stormo biondastro e variopinto, ciascuno colla birra in mano ed il berretto vichingo a due corna. I vascelli norreni sono due.
Casper Ruud, seme gentile di Ásgarðr, esprime eleganza e classe da una parte. Holger Rune è pronipote di Harald lo Spietato. La sua figura filtra dai gerani che ornano il Lenglen e mette paura, in uno sfoggio di potenza e prepotenza.

Poi finalmente spiove. È il momento della infinita comunità argentina, in giro per il mondo ad insegnare l’amore per il Gioco.
Gli addetti ai courts annexes spazzano l’acqua dai teloni e scoprono i campi secondari, polmone che dà respiro ed anima alla festa autentica del tennis. I raccatapalle in tenuta pesca sistemano per terra le protezioni alle ginocchia. I giudici di linea prendono posto.
In colonna, sono in campo tre figli della terra dove si beve nella stessa coppa la gioia e l’amarezza e si fa musica dal pianto. Il tango.

Il primo è figlio d’arte, di quel Burruchaga che Víctor Hugo Morales dipinse in versi in un altro maggio, quello dell’86, nella luce accecante dell’Azteca. Appresso, Luciano Darderi. Sotto lo sguardo di Pippo Volandri, è convocabile per la squadra italiana di Davis ma gioca, pensa ed impreca in rioplatense. Troppo argentino per dirlo proprio italiano. Poco più in là, Mariano Navone. Lo capisci dal nome: troppo italiano per dirlo completamente argentino. Con lui, la gente di Ciudad Nueve de Julio. Bandiera albiceleste col sole in mezzo, cadenza languidamente cantata e termos per il mate. Il motivo per cui, quando un italiano incontra un argentino, si instauri una connessione ancestrale mi è misterioso. Neppure stavolta fa eccezione, amici per la pelle in un minuto.

In mezzo a tanta meraviglia, scorre altro tennis. Zeppieri lede maestà e batte Mannarino a casa sua. Flavio Cobolli è fiorentino e gioca in viola contro un omaccione serbo, che pare reclutato da Arkan e si fa brutto, quando vede uno svitato con la maglia della Salernitana del bosniaco Ðuric. Meraviglie del Roland Garros.

A Parigi fa notte tardi, c’è ancora il sole quando lo speaker annuncia l’ingresso di Ðoković, ultima perla di una giornata da esporre nella Place Vendôme dell’esistenza. La mia di sicuro.

Mentre lasciamo l’impianto, rimbombano le urla sguaiate dei campi lontani, dove l’ultimo francese d’oltremare sta allungando la vecchiaia di Goffin.
Rimane nella mente l’odore acre della terra rossa, il rumore dolce del piatto corde, la magia di un incantesimo che qualcuno ha definito tennis.

E la consapevolezza che, nella mattonella d’universo che separa Porte d’Auteuil da Gare du Nord, potrai ancora incontrare una qualsiasi delle meraviglie per le quali, in fin dei conti, val la pena vivere questa vita qui.

Accada quel che accada, Paris sera toujours Paris.

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Tifoso della Salernitana e del calcio. Che ama raccontare con spensieratezza.