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La magica ‘Pasqua’ granata dopo un calvario a due tappe. La nemesi storica di Maenpaa ed una lezione indelebile per il futuro

Doveva essere, secondo le attese della tifoseria granata, solo la tappa finale di un incubo trasformatosi, strada facendo, in un incantevole sogno. Le divinità del pallone, all'insaputa di tutti, avevano immaginato che la strada per approdare alla felicità dovesse essere molto più tortuosa e tribolata. Una Via Crucis partita da Salerno e terminata al Penzo di Venezia, prima della meritata resurrezione nell'Eden della prossima serie A.

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Per raccontare il finale di stagione della Salernitana, ci sarebbe bisogno di tre specialisti della medicina seduti accanto ai tifosi impegnati a ricostruirlo. Un cardiologo, per monitorare la funzionalità cardiaca durante la faticosa ricostruzione degli ultimi novanta minuti. Uno psicologo/psichiatra, per alleggerire la concitazione emotiva dettata dalla descrizione. Un gastroenterologo, per limitare i reflussi esofagei dopo ogni segmento di match rivisitato.

Salerno conserva l’agognata serie A nel modo più imprevedibile, dopo una fantastica rincorsa vincente caratterizzata da unità d’intenti, capacità di soffrire e desiderio ostinato di non arrendersi al cospetto di un’impresa calcistica ritenuta oggettivamente complicata.

Mancava l’ultima tessera per completare un mosaico da sogno, policromatico e vivido, autentico balsamo per la passione inesauribile della torcida granata. Quel tassello è stato cinicamente stritolato da una Udinese scesa all’Arechi con la bellicosità di un Attila implacabile. Giusto così, però il copione non era stato minimamente paventato dalla tifoseria di casa, convinta che le maggiori motivazioni avrebbero avuto la meglio, cammin percorrendo, sull’appagata serenità della compagine friulana.

Definire destabilizzante e tramortente lo zero a tre maturato al termine dei primi quarantacinque minuti è un eufemismo. La magra consolazione rappresentata dal rigore parato da Belec è servita a ben poco, solo a mantenere accesa una fiammella ormai flebile. La matematica spicciola lasciava pochi margini alla fantasia: per respingere il probabile successo del Cagliari in terra lagunare e l’incubo retrocessione occorrevano ben quattro gol nella seconda frazione di gioco. Un progetto a dir poco velleitario, soprattutto perché l’avversaria tutto mostrava tranne segnali di cedimento o benevolenza. Proposito stracciato definitivamente ad inizio ripresa dai terribili ospiti, con la quarta rete di Pereyra che ha stroncato le residue chance di un Arechi sfinito e prigioniero di una mestizia indescrivibile.

Ma c’era ancora una possibilità, che la squadra granata e la sua tifoseria si erano meritati per quanto fatto nell’ultimo mese: spostare le tende in laguna e sperare in un Venezia in versione Udinese. Stremati, quasi serenamente rassegnati all’idea del colpo di grazia che Joao Pedro o Pavoletti avrebbero sicuramente inferto, gli amanti dell’Ippocampo hanno giocato un’altra partita, esausti hanno intrapreso un’ulteriore e inattesa tappa del loro personalissimo calvario.

Increduli e comprensibilmente scettici, hanno registrato la coriacea difesa del risultato da parte dei ragazzi di mister Soncin, hanno patito le pene dell’inferno su ogni corner e punizione decentrata calciati dai sardi, hanno accolto con un doloroso spasmo i sei minuti di recupero decretati dal direttore di gara Maresca, e messo a serio rischio le loro coronarie quando, ormai estenuati e quasi privi di coscienza, hanno trovato la forza di esultare su due parate decisive del finlandese Maenpaa. Una sorta di nemesi e di vendetta storica, rispetto alle portentose acrobazie feline compiute da Vicario appena una settimana prima.

Quando è arrivato il triplice fischio del Penzo, una gioia liberatoria e incontenibile ha rivitalizzato tutti, quelli che erano allo stadio e coloro che, seduti in una poltrona più ostile di un braciere ardente, hanno probabilmente compromesso, liberando urla disumane, matrimoni e rapporti cordiali con i condomini refrattari al fascino pallonaro.

Un finale di stagione che ha consegnato al gruppo di mister Nicola un meritatissimo premio nella maniera più bizzarra e imprevedibile. Ma anche la consapevolezza di avere la fortuna di poter far tesoro di un’esperienza assai formativa, da non disperdere negli anni a venire. Il calcio forse è cambiato, ed è un bene per tutto il sistema. Le partite si giocano esclusivamente sul terreno di gioco, i punti non saranno mai figli di facili ottimismi o di regalie altrui, ma dovranno sempre essere conquistati sul rettangolo verde grazie alle abilità tecniche e tattiche del collettivo e dopo aver speso fatica, lacrime e sudore.

Quest’articolo dovrebbe comprendere, come sempre, anche una sezione dedicata all’analisi tecnico-tattica del match. Questa settimana decidiamo di chiuderlo qui, perché la Salernitana vista all’opera ieri, complice una Udinese ferale, era troppo stanca, contratta e nervosa per ripetere le sue intense prestazioni precedenti. Ci sarò tempo e spazio per gli approfondimenti, adesso ci congediamo con un viscerale ‘Chi se ne frega, il prossimo anno si gioca ancora in serie A’. Salerno, la squadra ed i tifosi granata, Iervolino, Sabatini e Nicola possono finalmente godersi la meritata festa.

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