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Il pelo dell’acqua riflette la facciata ingiallita della Chiesa e le colline che la sormontano. Ai lati, le palme assecondano la brezza: svolazza rena bianca sul lastricato. La spiaggia si allunga a semicerchio e disegna la rada, rumoroso banchetto dei mugnaiacci. L’emporio di coloniali, il vecchio distributore di gasolina ed infine eccola, la casa in legno del vecchio. La salsedine ne mangia un boccone al giorno, impietosa. Ha smesso di preoccuparsene da tanto, Arubinha. Dalla barca alzano un braccio, lui ricambia il saluto senza nemmeno guardare. Passa le giornate là davanti, accovacciato con la coscia gonfia stesa: fissa il mare inebetito dalla vecchiaia, ma forse più dalla solitudine.

La Bugatti Atlante ha accostato davanti casa: non s’è nemmeno girato, ma ne ha riconosciuto il rombo. L’ha già sentito, in un’altra vita. Avvolto in una camicia di batista, un tale guarda verso di lui. Scende, il sole gli trafigge gli occhi: poggia il panama sulla fronte, fa per sgranchirsi. Quattro ore di sterrato da Rio, finalmente lo ha trovato. Il vecchio è di spalle, una ragnatela di rughe gli solca la nuca. Gli si para davanti, vacillando nei mocassini che affondano nella sabbia.

È lei il signor Arubinha?

La voce è solenne, il vecchio sbanda: timidamente fa sì col capo, lasciando gli occhi bassi. Il tizio solleva i calzoni di lino pizzicandone le pences, poi con un gesto rotondo si porta la mano al capo e leva via il cappello. Di scatto, si getta in ginocchio e gli prende le mani. La voce ora vien fuori tremula, si sta prostrando:

La prego, mi dica dove l’ha sotterrata

Arubinha alza gli occhi, finalmente lo guarda. Lo riconosce, l’anima ha un sussulto. Poi li richiude: la memoria ciondola, il respiro s’affanna. Infine s’arrende, lasciandosi sedurre dai ricordi. Sono passati quanti, dieci anni?

È un giorno di Dicembre del Trentasette: la stagione delle piogge, puntuale e senza preavviso, entra sferzando le colline di Rio De Janeiro. São Cristóvão è battuta dal mattino, la Quinta da Boa Vista è completamente allagata: niente picnic, niente partitelle tra ragazzini. Più o meno a metà strada tra lo zoo e la Residenza Imperiale, un ingorgo paralizza il traffico. C’è stato un incidente con annesso alterco con annessa rissa. Il pandemonio d’acqua sovrasta a stento il rumore degli schiaffi, che schioccano su colli possenti, e le inevitabili urla delle donne, scese in strada per poi meglio spettegolare. Nel mentre, nel vicino campo sportivo, undici derelitti in mezzo al campo stanno prendendo la bronchite, pronti al calcio d’inizio. È l’Andaraì, orgogliosa compagine d’un villaggio distante qualche ora d’auto, sbarcata a Rio e destinata al massacro. C’è un problema: i padroni di casa non si sono ancora presentati. L’Estádio São Januário è il teatro delle gesta eroiche del Vasco da Gama, costola calcistica della polisportiva che in principio fu circolo nautico. Un ventaglio di fuoriclasse ne indossa la casacca ed i trionfi si sprecano.

La storia cambierà quella notte.

Il Vasco, che non vince il Campionato Carioca da due anni e s’è attrezzato per non fallire, è in pullman diretto allo stadio. L’Andaraì è giusto una formalità da spicciare in fretta: il fastidio dell’acquazzone, poco altro. Nel tragitto l’autista si distrae, slitta sul bagnato e tampona il camion della spazzatura, sbalzandolo su qualcos’altro. Non so con esattezza, però qualcuno si incazza e nessuno si prende la colpa. Quanto velocemente possa spandersi una zuffa lo capisci solo se sei aduso a certi postacci: passano le ore ed il Vasco non arriva allo stadio.

Nel cerchio di centrocampo la terna arbitrale parla col capitano: un cenno e la partita sarebbe stata assegnata loro. Punti d’oro trovati a terra, non l’avrebbero mai fatta franca. I calciatori dell’Andaraì si guardano, la tentazione è forte: dalle panchine, che lì e solo lì sono poste non già sul lato lungo ma dietro una delle porte, irrompe mister Arubinha. Sono arrivati a Rio per giocare, hanno il privilegio di affrontare i fuoriclasse e mai e poi mai avrebbero rubato punti a tavolino.

Aspetteremo il Vasco da Gama, fino a domattina se necessario

Che stile. E poi, non ricordo bene dopo quanto, il Vasco da Gama arriva: le star si spogliano in fretta e si precipitano in campo. Rapida stretta di mano agli avversari ed un patto tra gentiluomini: il risultato è scontato, ma renderanno omaggio alla sportività, evitando umilianti goleade. Gli occhi d’Arubinha brillano d’orgoglio per sé ed i suoi ragazzi: chi mangia la polvere vive per quei momenti. È stata la scelta giusta, non c’è dubbio.

Peccato che le buone intenzioni ed i migliori sentimenti, da quelle parti, si infrangano davanti ad un banalissimo tackle. Sul pantano è un attimo, una scivolata e ciao. Spintoni, mani in faccia, l’arbitro scompare: è il Brasile degli Anni Trenta, fate un po’ voi. Il Vasco si sdegna e comincia il supplizio. La mortificazione si fermerà sul dodici a zero sol perché il centravanti ha la pancia piena.

Arubinha, incastonato sulla panchina, sta attento a non perdere il conto dei gol. Per tutto il match mastica i denti, affilando l’unghia del pollice con quella dell’indice. A fine gara s’inginocchia e scandisce il sortilegio a voce abbastanza alta chè si senta:

Se esiste un Dio, non vincerete più un titolo per dodici anni!

Uno per ogni gol. Qualcuno deve averlo sentito, in effetti, e giura di averlo visto seppellire nella fanghiglia una rana, ancestrale veicolo delle maledizioni legate alla pioggia.

La faccenda fu derubricata dal Vasco a barzelletta, da raccontarsi in uno degli infiniti giri di cachaça che scandivano le notti balorde di São Cristóvão. Peccato che quel campionato, praticamente vinto, fu buttato via in un derby naufragato sul capo del Flamengo. Succede.

La voglia di scherzare scema l’anno successivo: il Vasco da Gama rincara la dose, introita altri campioni ma sul più bello cede il primato e finisce secondo. Ed ancora l’anno dopo, e quello dopo pure. Nessuno osa nemmeno più pronunciare il nome di Arubinha, esiliato nel frattempo nel villaggio natìo senza un ingaggio, senza una squadra.

Parte la spasmodica ricerca della rana maledetta. Eduardo Santana, ex calciatore in odore di stregoneria, porta il bastone magico sul prato del São Januário: l’ineffabile rabdomante, tuttavia, non trova nulla. Ed il Vasco perde ancora. La proprietà, in evidente crisi di nervi, le prova tutte: una ruspa ribalta il rettangolo verde da parte a parte. Macchè, niente rana. Altri fuoriclasse, altre sconfitte. Passano gli anni ed il Vasco è sempre secondo. La maledizione di Arubinha è un incubo che leva il sonno. Dopo dieci anni di vane ricerche, non resta che una cosa da fare: cercarlo, trovarlo ed implorargli pietà.

La nebbia s’è dipanata tutta assieme, nella mente del vecchio. Gli occhi tornano a quella notte al São Januário e come allora si bagnano, ma stavolta non piove. Nemmeno immaginava di ricordare così bene quel giorno, Arubinha. Torna in sé, in un sussulto di lucidità: ritrae le mani da quelle del tizio ben vestito, chè il tempo ha sottratto vita ma non dignità. Davanti a lui, un uomo probabilmente molto ricco e senza dubbio disperato pende dalle sue labbra. Tira il fiato, raccoglie le idee e dopo tanto tempo la voce dà vita ad un pensiero:

È inutile che cerchiate, non c’è nessuna rana. Non ho seppellito nulla…

….E comunque, se ci tenete, siete liberi. La maledizione finisce qui

Quell’anno il Vasco da Gama vinse il Campionato Brasiliano, imbattuto. Dodici anni dopo l’ultima volta…

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