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C’è ancora vita dopo un calcio di rigore

I rigori si segano e si sbagliano: l'importante è andare oltre. La storia di Fabrizio Castori è una rincorsa che parte da un dischetto del rigore in una notte storica per l'Italia

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E’ la notte in cui si fa l’Italia. E’ l’undici luglio ’82 e gli azzurri di Enzo Bearzot sono in finale contro la Germania.

Allo stadio Santiago Bernabeu è in palio la Coppa del Mondo. Quel giorno un giovane rappresentante di scarpe marchigiano compie ventotto anni. Ha già famiglia ed ha imparato ben presto che nella vita bisogna essere concreti, badare al sodo e fare da sé. Fabrizio Castori, però, ha anche capito che bisogna saper inseguire i propri sogni. Pur non avendo mai davvero giocato a calcio, forse perché nemmeno ne avrebbe avuto il tempo, ha cominciato ad allenare per diletto.

Nell’estate del 1982 ha lasciato la panchina del San Vicino e s’è impegnato con l’Urbisaglia, squadra della provincia di Macerata. Mentre festeggia il suo compleanno, l’Italia è in campo per la finale del Campionato del Mondo. Bearzot è stato sommerso dalle critiche per aver scelto Paolo Rossi come centravanti, sebbene fosse reduce da due anni di squalifica per il calcioscommesse, ed aver lasciato a casa Roberto Pruzzo, il “bomber” della Roma e del campionato. Il “vecio” sa che la sua decisione è impopolare, ma Pablito è come un figlio e sa che ai figli bisogna dare fiducia proprio nei momenti difficili.

Fabrizio prende nota: quel saggio friulano non avrà fumato a vuoto la sua pipa e da quegli sbuffi di tabacco saranno venute fuori utili indicazioni per un giovane che vuol fare l’allenatore. Primo tempo di studio e tensione. Rigore per l’Italia. Sul dischetto va il più bello di tutti, Antonio Cabrini, uno della nidiata di Bearzot ai tempi dell’Argentina, in cui gli azzurri hanno giocato un grande futebol, hanno divertito il pubblico, battendo pure i padroni di casa, ma alla fine la Coppa è andata proprio agli argentini. A Madrid la porta si è ristretta dinanzi a Cabrini. Tiro, fuori. Finirà tre a uno per l’Italia ed il primo gol della finale sarà di Paolo Rossi. Bearzat ha vinto su tutta la linea.

Otto maggio 2016. Castori è all’esordio in serie A.

In massima serie c’è arrivato per merito, dopo aver stupito l’Italia stravincendo la serie cadetta col Carpi di tanti illustri sconosciuti. C’è ancora un rigore e stavolta può valere tanto sul piano personale e professionale per l’allenatore marchigiano che, nel frattempo, ha vinto in D ed in con il Lanciano e si è ripetuto a Cesena (trovando il tempo per allenare pure i ragazzi della comunità di San Patrignano). Mbakogu sul dischetto. Dinanzi a lui c’è Marchetti, estremo difensore della Lazio. Tiro, errore.

La Lazio va avanti di due gol, il Carpi non molla – sennò non sarebbe la squadra di Castori – e si guadagna un altro rigore. Ancora Mbakogu, ancora un errore. Finirà tre a uno, come Italia- Germania, ma stavolta Castori non esulta perché il successo della Lazio di Lotito condanna il suo Carpi alla retrocessione, nonostante i 38 punti. Vi dice qualcosa questo numero? Sì, ricordate bene. Anche la Salernitana di Rossi, prima, e di Oddo, poi, retrocesse in B con identico bottino di punti.

L’anno dopo Castori sfiora un’altra impresa. Batte in semifinale il Frosinone, nonostante una duplice inferiorità numerica, ed in finale si arrende al Benevento. Il suo calcio pratico, essenziale, verticale è un manifesto della sua personalità e del suo modo di essere. “Dico le cose in faccia, senza tanti giri di parole e perciò sono andato d’accordo col presidente Lotito” ha confessato in una intervista al portale della Lega B.

A Salerno era stato esonerato due volte nella stessa stagione e, al suo ritorno, ha compiuto un vero capolavoro, per qualcuno un miracolo. Battendo gli avversari, il covid e le critiche per un gioco a volte fin troppo avaro di tiri in porta.

Quattro maggio 2021. Castori non è in panchina, ma segue davanti al televisore la gara della Salernitana sul campo del Pordenone. All’ultimo assalto, Tutino va giù in area. Rigore. Succede sempre così. Stavolta, però, quel pallone va dove deve andare. Gol! La A è ad un passo per la Salernitana.

– Mister, per caso dopo la sconfitta di Lecce ha capito che sareste stati promossi?, gli hanno chiesto dopo la premiazione per la promozione.

– A Lecce abbiamo perso, ero incazzato, ma rilanciai la sfida perché c’era troppo pessimismo intorno ai ragazzi”, ha risposto colui che Claudio Lotito ha ribattezzato “Castorino”.

Il prossimo undici luglio saranno sessantasette le candeline da spegnere. Lo spirito, però, è sempre quello di quel ragazzo che nel Mundial ’82 tifava Italia, traendo lezioni di calcio e di vita dalla pipa di Bearzot. E che ora sogna un altro finale, per sé e per la Salernitana, per la prossima esperienza in serie A.

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Classe '76, non sempre è nervoso.