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A sces ra villa.

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Dedicato a chi ha vissuto tutte le promozioni.

È una storia di calcio, di fame e di eventi epocali.

La Salernitana era in serie A, i ragazzi del campo sportivo si erano segnati la data.

17 aprile 1948.

Arrivava il Grande Torino. La Salernitana contro i campioni di tutto.

Foto di SalernitanaLive.it

Dalle parti del campo sportivo, appunto, ci stava tutta la uagliunera. Ragazzi nati e cresciuti intorno a quella piazza, intorno a quel campo.

Ci andavano a giocare a pallone e avevano davanti a sé spazi liberi.

Un po’ perché, come disse la mamma di uno di loro quando fu portata in quella zona: “Pascà mannaggia a te me purtat for Saliern”. Un po’ perché la città si stava lentamente riprendendo dalla centrifuga che l’ingresso degli americani rappresentò anni prima.

Quei ragazzi stavano vivendo un momento magico. La guerra era finita, era rimasta la fame ma avevano voglia di vita.

E quell’occasione era troppo ghiotta per perderla.

Ma, si sa, biglietti non ce ne stavano. Ma, soprattutto, i soldi per comprarli. Famiglie con troppe bocche da sfamare e appena uno stipendio. Spesso manco quello.

Ma se sei tifoso della Salernitana e appassionato di pallone un’idea per vedere la partita – storto o morto – sempre te la fai venire.

In realtà, quell’idea non era originale: l’avevano già fatto altre volte.

Consisteva nell’infilarsi nella palestra della Nedo Nadi, aspettare il momento giusto, aprire un portoncino e buttarsi dentro.

La consegna era: “Nun facit ammujin”

Jamm, ambress!

Perché quella generazione, in realtà, era una generazione speciale. Perché aveva il dono del tempo, della pazienza e del silenzio.

Un dono che avevano conquistato riparandosi ore e ore nei rifugi, o nascosti fuori Salerno in campagna sfollati, sapevano che era importante stare in silenzio, perciò erano abituati.

Quando erano più piccoli avevano provato su di loro e sui loro genitori: “Non fare rumore mentre passano prima i fascisti!” – poi – “Non fare rumore mentre passano i tedeschi!”

Quella mattina, sul presto, quando non c’era ancora nessuno, misero in atto il loro piano.

Forzare la porticina della palestra (quella che oggi appartiene alla Nedo Nadi), nascondersi per poi menarsi dentro al momento opportuno.

E così fecero.

Quei 4 si divisero e, per ore, comunicarono a gesti. Iniziarono a sognare Loik e Gabetto, a immaginare quel momento. Il fischio d’inizio che avrebbe contrapposto la piccola Salernitana a quella enciclopedia di calcio che era il Toro.

Nel mentre si spartivano quel poco che avevano trovato a casa. “Perché nuje tenevamo sempre fame”.

Erano lì, acquattati, quando accadde ciò che non volevano che accadesse.

Si ritrovarono il custode davanti.

Lui non sapeva cosa dire loro si fecero “piccirilli piccirilli”.

“E che ci facit cca dint? Mannaggia a capa vost”.

“Vulevm verè a partit, dottò nun ce cacciat”.

Il custode si fermò sulle facce dei due, magri come un chiodo, che si assomigliavano.

“Ma vuje sit e figl e don Pascal o ferroviere?” Loro, timidi, annuirono.

“Mannaggia a vuje…Jatevenn!” E indicò una porticina, non prima di averli sistemati con un sonoro calcio nel culo e una scametta.

Il confine fra sconfitta e stupore è molto labile, quando aprirono quella porticina – ormai convinti di ritrovarsi nella piazza – si ritrovarono sule gradinate.

Si, ce l’avevano fatta.

Videro la partita, videro la Salernitana soccombere ma come scrisse il giornale il giorno dopo:

La Salernitana ha ceduto ma con onore ed esce rafforzata, non diminuita, dalla gara. Tutti dovranno fare i conti con questa squadra che non vuole assolutamente cadere e saranno conti complicati!

Quei ragazzi, tutto sommato, impararono una lezione.

Capirono che niente e nessuno li avrebbe fermati. Che il futuro sarebbe stato solo una lunga e profumata discesa.

Come quella della Villa, appunto.

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